Se la stampa non è più il cane da guardia del potere

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Stampa ed intellettuali dovrebbero sempre esercitare il controllo sul potere. Essere, come si dice, il cane da guardia della democrazia e non il barboncino da salotto di chi ricopre ruoli istituzionali e politici, ma anche di primo piano nell’economia e in generale nell’establishment di un Paese.

C’è stato un tempo, durante l’era de Magistris, in cui nacquero presunti gruppi di cittadinanza attiva che per anni, trovando megafono zelante in una stampa opulenta di salotto ed ascolto in organi istituzionali subito pronti a utilizzare le armi della legalità del cavillo di turno, scovavano pulci anche quando non c’era nemmeno la polvere: i baffi della scogliera sul lungomare, monumenti restaurati in cui il passaggio della luce modificava il paesaggio, eventi culturali che si cercava in tutti i modi di ostacolare, oppure si creava lo scoop montato ad arte anche quando lo scandalo era forse che si lavorava senza sosta e senza soldi e non si faceva tenere nessuno attaccato alla “zezzenella” della mangiatoia pubblica.

Poi è cominciata l’era Manfredi, non più del sindaco di strada ma del sindaco con l’ermellino, e i

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