«Ora o mai più. Parole che mi sono detto e ripetuto, proprio per vincere la mia titubanza. Confesso anche che la riuscita di questo film è il frutto maligno della pandemia. Ero solo, inchiodato alla scrivania, e sentivo che dovevo fare qualcosa per forza, altrimenti sarei impazzito. Leggendo quotidianamente di morti, virus, storie umane e di casualità mai viste prima d’ora, ho guardato le reazioni dell’ umanità di fronte a questa epidemia e, per la prima volta, mi sono posto delle domande intime e personali sulla mia famiglia, sui ricordi, le ombre e i dubbi che avevo in serbo da decenni».
Queste le prime parole pronunciate da Steven Allan, per tutti ormai lo “zio Spielberg”, al TIFF22, dove ha presentato, insieme a tutto il cast, il suo il 34esimo film, The Fabelmans (nelle sale italiane dal 22 dicembre), una storia introspettiva semi-autobiografica incentrata sul suo processo di formazione. Ma anche una coming of age story all’interno di una «famiglia molto particolare», la sua, e precisamente sul suo rapporto con il padre Arnold (nel film Burt) e la madre Leah (qui Mitzi),


