Ci siamo abituati alla sua figura: lo abbiamo visto rincuorare il suo popolo indossando l’immancabile maglietta verde militare, intervenire in forma di ologramma con tanto di citazione di Star Wars, aprire la mostra del cinema di Venezia, prodigarsi in dichiarazioni un po’ ambigue, sbracciarsi per richiedere l’intervento della NATO e l’adesione ucraina all’alleanza atlantica.
I vari articoli dedicati al suo passato ne hanno messo in luce le differenti anime: il comico nazional-popolare, l’anti-divo per antonomasia, il leader populista in cerca di facili consensi e, infine, la profezia che si auto-avvera, l’attore che interpretava un insegnante stufo della corruzione e dello strapotere degli oligarchi che accidentalmente diventa presidente in una sit-com di discreto successo in patria e che, per uno strano scherzo del destino, poco tempo dopo lo diventa per davvero; un po’ Beppe Grillo, un po’ Checco Zalone.
Come dimenticare, poi, il carico di indignazione che, a luglio, ha travolto la redazione di Vogue America, colpevole di aver mandato Annie Leibovitz a Kiev per fotografare Zelnesky e Olena, sua moglie, all’interno del loro bunker, con set fotografico, luci, piega per lei, t-shirt


