Bologna l’ha lasciata quando era ancora minorenne, per andare a studiare a Roma e costruirsi una carriera d’attore. Ma a Bologna ci è tornato appena ha guadagnato abbastanza per distaccarsi dall’idea compulsiva di successo e recuperare una dimensione di normalità, accanto agli amici d’infanzia, quelli che del cinema quasi se ne fregano. Senza poi chiedermi di ometterlo, confessa che «si è rotto i coglioni di questo giro», perché alle strette di mano e allo stare sul pezzo nei “salotti che contano” preferisce lo stile di vita anglosassone: «Gli inglesi fanno tutto prima: io se posso pranzo a mezzogiorno e ceno alle sette di sera. Sul set i miei colleghi vogliono uscire a bere qualcosa alle dieci, ma oh, io voglio dormire».
Sarà per via di quell’aria scompigliata, per il ruolo di Guido Cavalcanti nel Dante di Pupi Avati e ancor di più per quello del giovane imprenditore in Lamborghini, biopic americano scritto e diretto da Robert Moresco dove è protagonista nei panni di Ferruccio Lamborghini da giovane, ma il ritratto che viene fuori di Romano Reggiani da questa chiacchierata-fiume è quello


