Mio marito Stefano sta cercando disperatamente un biglietto per una data italiana del tour di Peter Gabriel, in arrivo a Milano e a Verona. Soprattutto un biglietto a prezzo accessibile e collocazione decente lato audio, cosa nient’affatto scontata e lui col suo mestiere lo sa bene. Se c’è qualcuno che da una vita darebbe l’anima per vedere, è proprio Peter Gabriel.
Me lo fece conoscere lui, quando ci incontrammo. Ricordo un pomeriggio delle nostre prime uscite, ero in piedi, libera e spedita. Ci prendemmo un weekend a bordo del suo fuoristrada, mi osservò con lo sguardo innamorato del fotografo e mi disse: «Questa canzone sembra che parli di te». Era In your eyes.
Col passare degli anni e con la malattia la canzone preferita, che lui mi insegnò con quello sguardo tenero e tremendamente serio, è diventata Don’t give up, e non poteva essere altrimenti. Ancora oggi quando risento quel duetto con Kate Bush la lacrima scappa, perché ricordo un tempo in cui il “non mollare” era riferito a un piccolo nuovo sintomo, a una risonanza magnetica andata male, non certo la


