Questo articolo è pubblicato sul numero 47 di Vanity Fair in edicola fino al 22 novembre 2022
La ritirata russa da Kherson e la festa per le strade che ne è seguita ha comprensibilmente acceso le speranze di una fine vicina, o almeno possibile, della guerra. Eppure, nonostante l’avanzata ucraina e la sempre più evidente crisi dei russi, a corto di uomini e di soldi, all’orizzonte non si vede alcun segnale concreto di trattativa: in calendario non c’è nessun incontro tra russi e ucraini e persino le occasioni che avrebbero potuto consentire di aprire un canale informale di comunicazione sembrano destinate a risolversi in nulla: la Russia ha praticamente disertato la COP27 di Sharm el-Sheikh e Vladimir Putin ha fatto sapere che non parteciperà al G20 di questa settimana a Bali. Due occasioni che avrebbero consentito, se non ai leader, almeno ai loro emissari, di provare ad avviare un dialogo. Invece, niente. Eppure, nonostante non si vedano segnali concreti di pace possibile, man mano che i giorni passano, qualcuno tra gli analisti inizia a credere, per la prima volta dallo scorso


