Hanno avuto troppo poco spazio nel dibattito pubblico i dati, allarmanti, resi noti dall’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma lo scorso settembre, alla vigilia della Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio: negli ultimi dieci anni gli accessi per tentato suicidio nella sola struttura romana sono cresciuti esponenzialmente, con un aumento eccezionale del 75% nei due anni della pandemia rispetto al biennio precedente. La media è di un caso al giorno. Numeri confermati in tutto l’Occidente: secondo l’analisi del Centro Controllo Malattie (CDC) statunitense, il suicidio rappresenta la seconda causa di morte nei giovani tra i 15 e i 25 anni.
Arrivate a togliersi la vita è la punta dell’iceberg. Sotto la superficie, dilaga un malessere che spaventa, perché mette a repentaglio la salute presente e futura dei nostri ragazzi e, in definitiva, il benessere dell’intera comunità. Sbaglieremmo a credere che sia tutta colpa della pandemia. La letteratura scientifica ci segnala come la salute mentale dei giovani sia in peggioramento da ben prima del 2020. Ansia e depressione sono in crescita costante, complici l’abuso tecnologico, la carenza di


