Per chi ha il Reddito di cittadinanza trovare lavoro è più difficile: ecco i dati che sfatano il mito del divano

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ROMA – Chi prende il Reddito di cittadinanza ha maggiori difficoltà a entrare o rientrare nel mondo del lavoro, in sei casi su dieci. Non basta mandarlo a un colloquio o a un corso di formazione. Se va bene, deve essere riqualificato quasi iniziando da zero. Spesso necessita di un “intervento complesso” che passa prima dai servizi sociali, sanitari, educativi. Un percorso medio-lungo, confermato ora anche dai dati di Anpal sulla riforma Gol – Garanzia di occupabilità dei lavoratori – finanziata con 4,4 miliardi dal Pnrr.

Si smonta così l’obiettivo di brevissimo termine del governo Meloni – in questa fase spinto soprattutto dalla Lega – di fare cassa con il Reddito di cittadinanza, sospendendo o togliendo quanto prima l’assegno mensile a 660.602 percettori che sulla carta sono “occupabili”, ricavando almeno 1 miliardo da destinare alle pensioni per Quota 41. L’idea è quella di proporre loro una sola offerta di lavoro che per legge deve essere “congrua”, adatta al curriculum e alle attitudini e non troppo distante da casa. Al primo no, revoca del sussidio. Non facile trovare subito 661 mila offerte congrue. Anche perché nel gruppo degli “occupabili” quasi tre su dieci sono poco appetibili per il mercato del lavoro: 53 mila over 60 e 135 mila che hanno tra 50 e 59 anni.

La retorica del “divanismo” – si incassa il Reddito per stare sul divano – fa dunque a pugni con la realtà dei primi dati registrati da Anpal, l’Agenzia nazionale delle politiche attive guidata dal commissario Raffaele Tangorra e vigilata dal ministero del Lavoro, sul piano Gol. Si tratta di una riforma fondante del Pnrr, che prevede di avviare al lavoro tre milioni di persone entro il

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