Una decisione storica da Strasburgo riaccende la speranza per la famiglia di imprenditori siciliani. Al fianco dei ricorrenti giuristi internazionali, Camere Penali e associazioni. Ma l’Avvocatura dello Stato si ostina a difendere ciecamente un sistema indifendibile, ignorando un dramma umano devastante.
Dopo anni di battaglie legali e di inenarrabile sofferenza, arriva una svolta destinata a fare la storia del diritto europeo. La Prima Sezione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha deciso di rimettere il “Caso Cavallotti c. Italia” alla Grande Camera, il massimo organo giurisdizionale di Strasburgo.
La decisione accoglie la specifica richiesta avanzata proprio dalla difesa dei fratelli Cavallotti — guidata e rappresentata dagli avvocati Baldassare Lauria, Stefano Giordano e Alberto Stagno d’Alcontres —, forte di un pilastro inattaccabile: il parere legale indipendente redatto dal Professor Paulo Pinto de Albuquerque, grande giurista portoghese ed ex giudice della stessa Corte Europea, allegato al ricorso. Un parere tranciante, che ha messo a nudo l’incompatibilità delle misure di prevenzione italiane con i diritti fondamentali dell’uomo.
A sostenere la battaglia della famiglia siciliana è intervenuta ufficialmente anche l’Unione delle Camere Penali Italiane (UCPI), schieratasi al fianco dei ricorrenti per denunciare le anomalie di un sistema spietato.
Al centro di questa vicenda c’è il dramma umano e imprenditoriale dei fratelli Cavallotti, rimasti stritolati in un incubo kafkiano che ha assunto contorni paradossali. Sottoposti a un lungo iter penale dal quale sono usciti con un’assoluzione piena e definitiva, sono stati giudicati nel procedimento di prevenzione anche da un collegio di cui faceva parte l’ex giudice Silvana Saguto (nota per i gravi scandali legati proprio alla gestione dei beni confiscati).
L’ingiustizia del loro caso era così macroscopica che, durante il processo d’appello, persino il Procuratore Generale aveva chiesto formalmente la restituzione di tutti i beni, riconoscendo i fratelli Cavallotti non come complici, ma come vere e proprie vittime della mafia, e invitando i giudici a riconoscere e correggere il clamoroso errore.
Un appello caduto nel vuoto, il cui esito materiale è stato devastante. Lo Stato non si è limitato a espropriare i Cavallotti di ogni loro avere nonostante la loro innocenza, ma ha letteralmente distrutto ciò che aveva sequestrato. Le loro aziende, un tempo fiorenti e leader nel settore della metanizzazione, sono state portate al collasso. Come se non bastasse, i fratelli Cavallotti sono stati sfrattati dalle loro stesse abitazioni familiari: case che, una volta prese in carico dall’Agenzia Nazionale dei Beni Confiscati e lasciate totalmente incustodite, sono state abbandonate al degrado, brutalmente saccheggiate e vandalizzate.
La necessità di riformare il Codice Antimafia è ormai un’urgenza democratica. Mesi fa, in una conferenza alla Camera dei Deputati promossa dall’associazione Nessuno tocchi Caino, i rappresentanti di tutti i gruppi politici italiani avevano ammesso apertamente le gravi criticità del sistema delle confische senza condanna e l’urgenza di intervenire. Eppure, di fronte a questa presa di coscienza e alla distruzione della vita dei Cavallotti, l’Avvocatura Generale dello Stato non solo non ha ammesso gli errori, ma ha depositato a Strasburgo memorie durissime, difendendo a spada tratta un impianto normativo liberticida.
“Questa decisione da Strasburgo è il primo squarcio di luce in un abisso di ingiustizie,” dichiara con profonda commozione Pietro Cavallotti. “Ci hanno tolto tutto nonostante i tribunali penali ci avessero dichiarato innocenti. Hanno mandato in malora le nostre aziende e ci hanno cacciato dalle nostre case, che oggi sono ridotte a macerie e saccheggiate per colpa dell’incuria dello Stato. Persino l’accusa aveva capito che eravamo vittime e non carnefici, eppure hanno preferito distruggerci. Vedere oggi l’Avvocatura dello Stato difendere ancora questo scempio è una pugnalata al cuore.”
Il caso Cavallotti cessa oggi di essere soltanto un fascicolo giudiziario e diventa l’emblema di una battaglia di civiltà.
“La nostra non è più solo una disperata lotta per riavere ciò che ci appartiene,” conclude Cavallotti, “ma una battaglia per la dignità di chiunque si trovi schiacciato da questo tritacarne disumano. La politica deve passare dalle parole ai fatti. Il Parlamento deve trovare il coraggio di cancellare questa mostruosità giuridica prima che sia l’Europa a condannare l’Italia per aver calpestato i diritti più elementari della persona”.
Nei prossimi mesi, la Grande Camera fisserà un’udienza pubblica a Strasburgo, dove la voce e il dolore di questa famiglia si faranno portavoce di un’istanza di giustizia per l’intero Paese.


