Ricordo benissimo quel pomeriggio di dieci anni fa (era il 19 marzo 2016 per l’esattezza), in cui ci eravamo dati appuntamento a Bologna, a un mese dalla sua scomparsa, colleghi, collaboratori, allievi o semplicemente amici di Umberto Eco, per un ricordo collettivo.
Non era ancora iniziata la girandola degli interventi quando qualcuno, forse Anna Maria Lorusso, ci comunicò che fra le ultime volontà del grande semiologo c’era anche quella di vietare ogni manifestazione pubblica su di lui per dieci anni. Dieci anni!? E adesso che facciamo?
Ricordo la sorpresa, anche il rammarico, ma alla fine a prevalere fu la serena accettazione del fatto che Eco ci aveva giocato un ultimo scherzo, con un autentico coup de théâtre, da teatrante nato qual era, anche se riluttante (come spiegherò tra poco).
Non sono stato allievo di Umberto in senso stretto ma lo considero ugualmente uno dei miei maestri. Perché i maestri veri sono quelli che si scelgono. Quando l’ho incontrato al Dams bolognese delle origini ero laureato, in filologia classica, da soli due anni e mi occupavo di teatro, come avrei continuato
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