di Carmelo Zaccaria
Nel referendum sulla giustizia il ceto medio moderato che ha votato per il centrodestra viene a trovarsi nel dilemma di scegliere tra la sua lealtà politica che lo farebbe votare Sì, come dovere di coalizione, e la sua natura conservatrice che lo spinge a votare No. Se il “suo” governo dice che la riforma è vitale, votare No somiglierebbe a un tradimento o, peggio, ad un favore alla sinistra che decisamente non sopporta. Ma se vota Sì per sostenere il governo imbroglia il suo istinto primordiale di preservazione dell’esistente, esponendolo al rischio di un conflitto permanente tra magistratura e politica.
Il moderato, che non è per niente ingenuo, sospetta nel suo intimo che si stia vendendo “efficienza” per ottenere in realtà un “controllo” che potrebbe rivelarsi un boomerang. Il timore è che, tolti i pesi e contrappesi, la macchina dello Stato diventi troppo sensibile agli umori di chiunque vinca, rendendo la sua vita meno protetta. Ha la sensazione di trovarsi in un vicolo cieco, in una “trappola logica” inesplicabile che potrà risolvere solo disertando le urne, astenendosi.
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