“All’apertura del contenitore termico risultava impossibile estrarre il secchiello contenente il cuore, completamente inglobato in un blocco di ghiaccio”. Bastano solo queste poche righe della relazione dei medici dell’ospedale Monaldi di Napoli, inviata dal ministero della Salute, per capire quale è stata la catastrofe medica che si è dispiegata in quella sala operatoria sul cui lettino c’era il corpicino del bimbo di 2 anni e 4 mesi, ora in fin di vita. La relazione – riportata da Repubblica – è di fatto la cronaca di un disastro medico e comunicativo. Questo perché il primario di cardiochirurgia, Guido Oppido, all’apertura del box (come riportato dal fattoQuotidiano) aveva già rimosso il cuore malato del bambino, affetto da una cardiomiopatia dilatativa che però gli permetteva di avere una vita “quasi” normale. Nessuno gli avrebbe dato il via libera a procedere con l’espianto dell’organo del piccolo, ma avrebbe recepito l’assenso.
Una catena di errori
Secondo i responsabili del rischio clinico aziendale, il primo snodo critico riguarda “la scelta di un contenitore datato” per il trasporto dell’organo. Un elemento che colpisce, perché al Monaldi è
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