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A Pantelleria installato Iswec: energia dal moto ondoso per fornire elettricità rinnovabile all’isola

L’energia da moto ondoso è una delle principali forme di energia rinnovabile attualmente meno valorizzate. Basti pensare che il 70% della superficie terrestre è ricoperta da acqua (di cui il 97% costituito da mare e oceani). In particolare, la potenza sviluppabile dalle onde del mare corrisponde a circa 2 terawatt a livello globale, corrispondenti a circa 18 mila terawattora all’anno, pari a quasi la domanda annuale di elettricità del pianeta. Inoltre, l’energia delle onde del mare è più prevedibile, continua e di maggiore densità energetica rispetto a quella del sole e del vento, essendo disponibile sia di giorno che di notte. In questo contesto di ricerca su come sfruttare l’energia del mare, Eni ha annunciato di aver completato, a circa 800 metri dalla costa dell’isola di Pantelleria, l’installazione del primo Inertial Sea Wave Energy Converter (ISWEC) al mondo collegato alla rete elettrica dell’isola che «Potrà raggiungere i 260 kW di picco di produzione di energia elettrica da moto ondoso. La campagna sperimentale, condotta in reali condizioni di esercizio, porterà a risultati utili per lo sviluppo dei dispositivi di seconda generazione già in fase di studio». La tecnologia ISWEC, che è parte del piano di decarbonizzazione di Eni, è stata citata dalla Commissione europea nella sua strategia per le energie rinnovabili offshore come esempio chiave di convertitore di energia da onde. L’installazione di ISWEC a Pantelleria è il primo passo verso la decarbonizzazione dell’isola, in linea con l’agenda di transizione energetica. Sviluppata da Eni in collaborazione con il Politecnico di Torino e Wave for Energy s.r.l. (spinoff dello stesso ateneo), ISWEC è una tecnologia innovativa nell’ambito delle soluzioni per la produzione di energia rinnovabile offshore capace di convertire il moto delle onde in elettricità. Al Politecnico di Torino spigano che «Si tratta di un dispositivo altamente tecnologico in grado di fornire energia a infrastrutture offshore, isole minori off-grid e comunità costiere. Il design di ISWEC è in grado di adattarsi alle condizioni meteomarine tipiche del sito di installazione, mediante un algoritmo genetico che sfrutta l'elevata potenza di calcolo disponibile presso l’Eni Green Data Center (GDC) di Ferrera Erbognone. La macchina consiste in uno scafo in acciaio, di dimensioni 8x15m che ospita Il sistema di conversione dell’energia, costituito da due unità giroscopiche dipiù di 2 m di diametro ciascuna. Il dispositivo è mantenuto in posizione, in un fondale di 35 m, da uno speciale ormeggio di tipo autoallineante in base alle condizioni meteo-marine, composto da tre linee di ormeggio e uno swivel (giunto rotante) mentre l’energia elettrica prodotta è portata a terra mediante un cavo elettrico sottomarino». Un ulteriore vantaggio di questa tecnologia è la notevole riduzione dell'impatto paesaggistico: il dispositivo emerge solamente per circa 1 metro sopra il livello dell’acqua. Inoltre, ISWEC si può integrare perfettamente con altre soluzioni di produzione di energia rinnovabile in ambito offshore, come ad esempio l’eolico, in termini sia di valorizzazione dei sistemi di connessione alla rete elettrica sia di integrazione all’interno di un’area di mare, massimizzando la conversione di energia disponibile. L'articolo A Pantelleria installato Iswec: energia dal moto ondoso per fornire elettricità rinnovabile all’isola sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Arcipelago Spreco Zero il 15 marzo a Portoferraio

Le Isole dell’Arcipelago Toscano, con la loro economia turistica e una forte importazione di generi alimentari, sono chiaramente a forte rischio spreco di cibo.  Prendendo come riferimento il Target 12.3 dell’agenda ONU che pone come obiettivo la riduzione delle perdite e dello spreco alimentare del 50% entro il 2030, la domanda è: quale contributo possono dare le comunità isolane, e in particolare le famiglie, per raggiungere questo obiettivo? Per rispondere a questa domanda, Legambiente Arcipelago Toscano. Associazione Elbataste e Circolo Laudato Si’ Elba, con la collaborazione con Sezione soci Elba Coop – Unicoop Tirreno, Pro Loco Portoferraio e MardiLibri,  stanno realizzando, nell’ambito della Certificazione Europea Turismo Sostenibile (CETS) del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, un’azione  per monitorare e sensibilizzare chi vive e lavora nelle isole toscane sul tema degli sprechi alimentari. La collaborazione con Andrea Segrè, professore ordinario di Politica agraria internazionale e comparata all’Alma Mater Studiorium Università di Bologna e direttore scientifico della campagna Spreco Zero e di Waste Watcher International, e con i  suoi collaboratori, ha portato all’elaborazione di un progetto comune “Arcipelago Spreco Zero, l’impegno delle comunità isolane nel contrastare gli sprechi alimentari e promuovere stili di vita sani e sostenibili a partire dalla alimentazione”. Obiettivi del progetto sono: dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030; analizzare i comportamenti e le percezioni delle famiglie rispetto allo spreco alimentare; stimolare comportamenti di consumo e stili di vita sani e sostenibili; verificare le tipologie i alimenti e le quantità sprecate. L’appuntamento con “Arcipelago  Spreco Zero” è per mercoledì 15 marzo  alle ore 17,30 alla sala della Gran Guardia a Portoferraio per la presentazione pubblica del progetto. Sono invitati a partecipare Comuni, produttori alimentari, grande distribuzione, Fondazioni, Enti di volontariato, Proloco e tutti coloro che hanno sensibilità verso i temi della sostenibilità ambientale e sociale. Sarà costituito un gruppo di lavoro con i partner che aderiranno al progetto. L'articolo Arcipelago Spreco Zero il 15 marzo a Portoferraio sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

8 marzo 2023

Giornata Internazionale della Donna. Rendere l'uguaglianza di genere una realtà, sia online che offline. #IWD2023 L'articolo 8 marzo 2023 sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Il digital divide e l’8 marzo: I diritti digitali sono diritti delle donne (VIDEO)

Aprendo la 67esima sessione della Commission on the Status of Women (CSW), la vice.segretaria generale dell’Onu e direttrice esecutiva di UN Women, Sima Bahous,  ha detto che «Ora il mondo si confronta con un nuovo tipo di povertà, che esclude le donne e le ragazze in modi devastanti: quella della povertà digitale. Il digital divide è diventato il nuovo volto della disuguaglianza di genere, aggravata dall’ostracismo contro le donne e le ragazze che vediamo oggi nel mondo». Alla vigilia dell’8 marzo, la giornata internazionale della donna, la Bahous ha però evidenziato che «La rivoluzione digitale offre opportunità senza precedenti per donne e ragazze. Allo stesso tempo, ha anche dato origine a nuove profonde sfide, aggravando fortemente le disuguaglianze di genere. La relazione del Segretario generale è inequivocabile. Non raggiungeremo la parità di genere senza colmare il digital divide». Infatti, nel suo intervento António Guterres ha osservato che «Il CSW si sta iriunendo mentre i progressi sui diritti delle donne stanno svanendo, anche in paesi come l'Afghanistan, dove le donne e le ragazze sono state, in effetti, cancellate dalla vita pubblica, e mentre l'uguaglianza di genere sta allontanandosi sempre di più. La vostra attenzione quest'anno per colmare i gap di genere nella tecnologia e nell'innovazione non potrebbe essere più opportuna. Perché mentre la tecnologia avanza, le donne e le ragazze vengono lasciate indietro. La matematica è semplice: senza le intuizioni e la creatività di mezzo mondo, la scienza e la tecnologia realizzeranno solo la metà del loro potenziale. Poiché la disuguaglianza di genere è in definitiva una questione di potere, chiedo  un'azione urgente in tre aree, a partire dall'aumento dell'istruzione, del reddito e dell'occupazione per le donne e le ragazze, in particolare nel Sud del mondo. Occorre inoltre promuovere la piena partecipazione e la leadership delle donne e delle ragazze nel campo della scienza e della tecnologia. La comunità internazionale deve anche creare un ambiente digitale sicuro per donne e ragazze. A questo proposito, le Nazioni Unite stanno lavorando per promuovere un codice di condotta per l'integrità delle informazioni sulle piattaforme digitali, volto a ridurre i danni e aumentare la responsabilità». Il capo dell’Onu ha poii ricordato che «Promuovere il pieno contributo delle donne alla scienza, alla tecnologia e all'innovazione non è un atto di beneficenza o un favore alle donne, ma un “must” a beneficio di tutti. La CSW è una dinamo e un catalizzatore per la trasformazione di cui abbiamo bisogno. Insieme, respingiamo la spinta verso la misoginia e andiamo avanti per le donne, le ragazze e il nostro mondo». Ma la Bahous ha snocciolato cifre davvero preoccupanti che sono lo specchio di una regressione in corso: «I dati fanno riflettere. Le donne hanno il 18% in meno di probabilità rispetto agli uomini di possedere uno smartphone e molto meno probabilità di accedere o utilizzare Internet. Solo lo scorso anno, erano online 259 milioni di uomini in più rispetto alle donne. Solo il 28% dei laureati in ingegneria e il 22% dei lavoratori dell'intelligenza artificiale a livello globale sono donne, nonostante le ragazze eguaglino le prestazioni dei ragazzi nelle materie scientifiche e tecnologiche in molti Paesi. Nel settore tecnologico a livello globale, le donne non solo occupano meno posizioni, ma devono anche affrontare un gap retributivo di genere del 21%. Quasi la metà di tutte le donne che lavorano nella tecnologia ha subito molestie sul posto di lavoro. Il gap nell'accesso agli strumenti e alle opportunità digitali è più ampio laddove le donne e le ragazze sono spesso più vulnerabili. Questo gap colpisce in modo sproporzionato donne e ragazze con basso livello di alfabetizzazione o basso reddito, coloro che vivono in aree rurali o remote, migranti, donne con disabilità e donne anziane. Mette a repentaglio la nostra promessa di non lasciare indietro nessuno». E queste differenze hanno gravi conseguenze per le donne e le ragazze: «Il digitali divide può limitare l'accesso delle donne alle informazioni salvavita, ai prodotti di denaro mobile, all'estensione dell'agricoltura o ai servizi pubblici online – ha ricordato la leader di UN Woman -  A sua volta, questo influenza fondamentalmente se una donna completa la sua istruzione, possiede il proprio conto in banca, prende decisioni informate sul proprio corpo, nutre la sua famiglia o ottiene un impiego produttivo. Fondamentalmente, il digital divide è pervasivo perché la tecnologia è pervasiva in tutti gli aspetti della nostra vita moderna». Inoltre, occorre anche affrontare con fermezza le minacce alla sicurezza e al benessere delle ragazze derivanti da un abuso tecnologico: «Anche dove hanno accesso a strumenti e servizi digitali, la discriminazione ha preso piede e continua a trovare nuovi modi per negare loro i propri diritti – ha detto la Bahous  - Una ricerca ha dimostrato che l'80% dei bambini in 25 Paesi hanno riferito di sentirsi in pericolo di abuso e sfruttamento sessuale quando sono online, con le ragazze adolescenti che sono le più vulnerabili. Un sondaggio tra giornaliste donne di 125 Paesi ha rilevato che tre quarti avevano subito violenze online nel corso del loro lavoro e un terzo si era autocensurato in risposta. Le donne afghane che hanno parlato attraverso YouTube e blog hanno visto le loro porte contrassegnate dai talebani e molte sono fuggite dal loro Paese per mettersi in salvo. In Iran, e come rilevato nel rapporto del Segretario generale sulla situazione dei diritti umani in quel Paese, molte donne e ragazze continuano a essere prese di mira a causa della loro partecipazione a campagne online. Continuiamo a vedere gruppi radicali e alcuni governi che utilizzano i social media per prendere di mira le donne, in particolare le difensore dei diritti umani. Se temono rappresaglie, le attiviste  per i diritti delle donne non possono svolgere il proprio ruolo nel promuovere l'uguaglianza. Diventano, in effetti, invisibili.   Questa è la nuova repressione e oppressione digitale. Siamo totalmente solidali con le donne e le ragazze sottoposte a repressione e oppressione in tutto il mondo». La vice-segretaria generale dell’Onu non si nasconde difficoltà e pericoli: «La realtà è che quelle forze e quegli attori che vorrebbero negare alle donne e alle ragazze i loro diritti sono tanto adattabili quanto malvagi. Quindi, dobbiamo adattarci più velocemente e in modo più efficace di loro, con risposte più forti, protezioni e, in definitiva, maggiore determinazione. La tecnologia e l'innovazione sono davvero fattori abilitanti. Ciò che consentono dipende da noi. Allo stesso tempo, la rivoluzione digitale offre il potenziale per un miglioramento senza precedenti nella vita delle donne e delle ragazze. Non dobbiamo respingerla». Ma la ricerca di UN Women e DESA mostra che il progresso globale verso gli Obiettivi di sviluppo sostenibile  è diventato più precario che mai: «Viviamo in un mondo di poli-crisi che rendono il progresso sempre più disomogeneo anche nello spazio digitale, creando barriere nuove e uniche per donne e ragazze – ha sottolineato la Bahous - Queste crisi spaziano dalle sfide ancora irrisolte del Covid, al divario economico globale che  fa crescere disuguaglianze senza precedenti nell'accesso al cibo e all'energia, ai conflitti e all'instabilità come quelli in Afghanistan, Repubblica Democratica del Congo, Haiti, Myanmar, Territori palestinesi occupati, Ucraina e Yemen. Abbiamo bisogno di tutti gli incentivi che possiamo trovare per riportare in carreggiata gli SDG. La tecnologia e l'innovazione sono comprovati acceleratori per guidare progressi concreti, ancora una volta, attraverso l'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.  Sfruttate in modo efficace, la tecnologia e l'innovazione possono cambiare le regole del gioco per catalizzare la riduzione della povertà, ridurre la fame, aumentare la salute, creare nuovi posti di lavoro, mitigare i cambiamenti climatici, affrontare le crisi umanitarie, migliorare l'accesso all'energia e rendere intere città e comunità più sicure e più sostenibili, a beneficio donne e ragazze. In innumerevoli modi, gli obiettivi di sviluppo sostenibile dipendono dalla capacità del mondo di sfruttare la tecnologia e l'innovazione. Guardate i social media. Hanno permesso alle donne, che cercavano disperatamente aiuto di fronte all'aumento della violenza domestica durante i lockdowns dovuti al COVID-19, di accedere a informazioni e supporto.  Ha generato "heat maps"  per focalizzare la risposta ai disastri, come più di recente nei tragici terremoti di Turchia e Siria. I social media sono stati un connettore cruciale per il movimento delle donne all'interno e tra i Paesi. La tecnologia ha facilitato il nostro lavoro attraverso l'audace mandato di UN Women. In paesi come il Niger e Haiti, siamo state in grado di digitalizzare la raccolta dei dati nelle valutazioni rapide di genere, risparmiando tempo e denaro, oltre a offrire una nuova e più potente gestione e visualizzazione dei dati. In Ucraina, le autorità nazionali, le organizzazioni della società civile e il settore privato stanno lavorando insieme per costruire soluzioni digitali che sostengano gli aiuti di genere, la ripresa economica e riducano i digital divide. Dall'intelligenza artificiale alla realtà virtuale, fino alla blockchain: le possibilità di sfruttare la tecnologia, salvare e migliorare vite e raggiungere la visione della Carta delle Nazioni Unite, in cui ogni membro della famiglia umana vive una vita di libertà e dignità, sembrano davvero illimitate.   Sta a noi decidere il corso che desideriamo tracciare e se, in ultima analisi, sfruttare l'opportunità che ci viene offerta per costruire un mondo migliore, senza lasciare indietro nessuna donna o ragazza nella rivoluzione digitale». Poi la Bahous è passata a delineare le azioni necessarie: «La nostra sfida non è formare più donne o distribuire telefoni cellulari. Piuttosto, è per correggere le istituzioni e gli stereotipi di genere dannosi che circondano la tecnologia e l'innovazione che fanno fallire donne e le ragazze (…)  Innanzitutto, dobbiamo colmare il digital divide di genere. Ogni componente della società, in particolare i più emarginati, deve avere pari accesso alle competenze e ai servizi digitali. I servizi digitali, in particolare i servizi di e-government, devono essere personalizzati e accessibili a tutte le donne e le ragazze.  Secondo, dobbiamo investire nell'istruzione digitale, scientifica e tecnologica per ragazze e donne, comprese quelle ragazze che non hanno avuto l’istruzione elementare. Queste opportunità non possono limitarsi a fornire competenze informatiche di base. Devono estendersi all'intera gamma di funzionalità necessarie per garantire posti di lavoro del XXI secolo in un mondo digitale.  Terzo, dobbiamo garantire posti di lavoro e posizioni di leadership alle donne nei settori della tecnologia e dell'innovazione. Come ha affermato il Segretario generale: “C'è un grande pericolo per l'uguaglianza di genere, la misoginia è radicata nelle Silicon Valley di questo mondo”. Questo richiede un profondo cambiamento istituzionale. Tale onere ricade in gran parte sui leader del settore tecnologico.  Quarto, dobbiamo garantire la trasparenza e la responsabilità della tecnologia digitale. In base alla progettazione, la tecnologia deve essere sicura, inclusiva, conveniente e accessibile. Questo include garantire che i pregiudizi inconsci o consci non siano incorporati nelle nuove tecnologie e nel campo dell'intelligenza artificiale.  Quinto, dobbiamo porre i principi di inclusione, intersezionalità e cambiamento sistemico al centro della digitalizzazione.  Se le donne non sono incluse tra i creatori di tecnologia e intelligenza artificiale, o responsabili delle decisioni, i prodotti digitali non rifletteranno le priorità delle donne e delle ragazze. Dobbiamo garantire che le donne e le ragazze siano una parte centrale della progettazione, dello sviluppo e della diffusione della tecnologia.   Sesto, dobbiamo affrontare la disinformazione a testa alta e dobbiamo lavorare con gli uomini e i ragazzi per promuovere un comportamento online etico e responsabile e fare dell'uguaglianza una pietra angolare della cittadinanza digitale. Infine, dobbiamo compiere gli sforzi e gli investimenti necessari per garantire che gli spazi online siano privi di violenza e abusi, con meccanismi e chiare responsabilità per affrontare tutte le forme di molestia, discriminazione e incitamento all'odio. Abbiamo chiuso un occhio sui loro effetti dannosi per troppo tempo. La tecnologia dovrebbe liberare, sta invece aggravando la violenza, con comportamenti online che cercano di controllare, danneggiare, mettere a tacere o screditare le voci di donne e ragazze. Se non lasciamo questa Sessione dopo aver detto collettivamente, senza ambiguità, “basta, non più”, allora avremo fallito». L'articolo Il digital divide e l’8 marzo: I diritti digitali sono diritti delle donne (VIDEO) sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Eritrea: la situazione dei diritti umani rimane disastrosa

Intervenendo alla 52esima sessione dell’Human Rights Council, la Vice Alto Commissario Onu per i diritti umani Nada Al-Nashif ha denunciato che «La situazione dei diritti umani in Eritrea rimane grave e non mostra segni di miglioramento. Continua ad essere caratterizzato da gravi violazioni dei diritti umani. Il nostro Ufficio continua a ricevere segnalazioni credibili di torture; detenzione arbitraria; condizioni di detenzione disumane; sparizioni forzate; restrizioni dei diritti alle libertà di espressione, di associazione e di riunione pacifica. Secondo quanto riferito, migliaia di prigionieri politici e prigionieri di coscienza sono dietro le sbarre da decenni. Inoltre, le vessazioni e la detenzione arbitraria di persone a causa della loro fede continuano senza sosta, con centinaia stimati di leader e seguaci religiosi colpiti». Come se non bastasse, nella ex colonia italiana dalla quale partì la feroce ed effimera conquista fascista dell’Abissinia a suon di “faccetta nera” e di iprite e di massacri,  «Gli eritrei continuano ad essere sottoposti al servizio militare o nazionale a tempo indeterminato, che si è intensificato in seguito al conflitto del Tigray». E la Al-Nashif  ha ricordato «La storia di un giovane il cui fratello è stato costretto a fuggire nella foresta per evitare la coscrizione forzata e vi ha trascorso gli ultimi 8 anni della sua vita nascondendosi, entrando occasionalmente in città di notte, per procurarsi cibo e acqua. I coscritti continuano ad essere arruolati per una durata di servizio a tempo indeterminato oltre i 18 mesi previsti dalla legge, spesso in condizioni abusive, che possono includere l'uso della tortura, della violenza sessuale e del lavoro forzato. Coloro che tentano di disertare il servizio militare vengono detenuti e puniti. L'Eritrea continua inoltre con la pratica di punire i familiari per il comportamento dei parenti che evadono la leva, anche mediante sgomberi dalle loro abitazioni». E’ infatti il servizio militare nazionale che, in un paese militarizzato e in mano a un regime ossificato che ha tradito ogni promessa di socialismo e libertà dei tempi della lotto per l’indipendenza dall’Etiopia, a restare il motivo principale per cui gli eritrei fuggono dal Paese. Secondo l'UNHCR, «Alla fine del 2022 c'erano rispettivamente oltre 160.000 e 130.000 richiedenti asilo e rifugiati in Etiopia e in Sudan, in leggero aumento rispetto agli anni precedenti, principalmente nella fascia di età dai 18 ai 49 anni. Recentemente, ci sono state segnalazioni di alcuni altri Paesi impegnati in rimpatri forzati di richiedenti asilo eritrei, che espongono i rimpatriati a gravi violazioni dei diritti umani nel loro Paese – ha detto la Al-Nashif -  Ribadiamo il nostro appello all'Eritrea affinché allinei il suo servizio militare nazionale con i suoi obblighi internazionali in materia di diritti umani e invitiamo gli Stati a fermare il rimpatrio forzato in Eritrea dei richiedenti asilo». la Vice Alto Commissario Onu per i diritti umani  ha evidenziato che «E’ allarmante che tutte queste violazioni dei diritti umani siano commesse in un contesto di completa impunità. L'Eritrea non ha adottato alcuna misura dimostrabile per garantire la responsabilità per le violazioni dei diritti umani passate e in corso. Nessuna persona è stata ritenuta responsabile per le violazioni dei diritti umani documentate dalla Commissione d'inchiesta sui diritti umani in Eritrea nel 2016 e nel 2017, che ha rilevato che l'Eritrea aveva commesso crimini contro l'umanità, tra i quali riduzione in schiavitù, detenzione, sparizione forzata, tortura e altri atti disumani, persecuzione, stupro e omicidio. Inoltre, l'Eritrea non ha adottato alcuna misura per stabilire meccanismi di responsabilità per le violazioni dei diritti umani internazionali e del diritto umanitario commesse dall’Eritrean Defence Forces (EDF) nel contesto del conflitto del Tigray in Etiopia, come rilevato dal Joint Investigation Team (JIT) del nostro Ufficio e della Commissione etiope per i diritti umani. L'Eritrea ha respinto questo rapporto del JIT e ha permesso ai perpetratori dell'EDF di agire impunemente. Non c'è alcuna reale prospettiva che il sistema giudiziario nazionale ne chieda conto ai colpevoli. Inoltre, i rapporti mostrano che mentre l'EDF ha avviato il ritiro dal Tigray, come richiesto nell'ambito dell'Accordo per una pace duratura attraverso una cessazione permanente delle ostilità firmato a Pretoria, in Sudafrica, nel novembre dello scorso anno, il ritiro rimane molto lento e in gran parte incompleto, il che richiede un monitoraggio e una segnalazione continui della situazione». Poi la Al-Nashif  è passata ad analizzare i rapporti dell’Eritrea con l’Human Rights Council: «Dopo la sua visita in Eritrea nel gennaio 2022 per partecipare al lancio delle discussioni sul quadro di cooperazione allo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, il nostro rappresentante regionale per l'Africa orientale ha condotto una seconda missione in Eritrea nel maggio 2022, su invito del governo. La missione ha esplorato le aree di supporto e assistenza tecnica a seguito delle visite di valutazione tecnica effettuate dal nostro Ufficio nel Paese nel 2015, 2016 e 2017.   Durante la visita, il team ha incontrato i ministri degli esteri, della giustizia, dell'informazione e altri alti funzionari governativi, nonché i nostri partner per lo sviluppo. A seguito di discussioni con le controparti nazionali, sono state identificate cinque aree per una potenziale cooperazione tecnica e supporto da parte del nostro Ufficio, tra cui 1) il rafforzamento dei diritti come parte di un sistema giudiziario trasformativo; 2) l'armonizzazione delle “leggi indigene o tradizionali” in linea con le norme internazionali e regionali sui diritti umani; 3) sostegno a una conferenza regionale sulla giustizia tradizionale; 4) rafforzare i diritti e la protezione delle persone con disabilità; 5) rafforzamento delle capacità sull'impegno effettivo con i meccanismi delle Nazioni Unite per i diritti umani. Oltre a queste due missioni, le autorità non hanno risposto al nostro follow-up per l'elaborazione di un piano concreto di attività e attuazione. Analogamente, a Ginevra, la Missione Permanente [dell’Eritrea] non si è impegnata con il nostro Ufficio, né il nostro Ufficio ha ricevuto alcuna risposta alle comunicazioni relative al coinvolgimento dell'Eritrea nel conflitto nel Tigray. Questa totale mancanza di cooperazione è in netto contrasto con gli impegni dell'Eritrea come membro dell’Human Rights Council e il suo impegno volontario come membro di questo Consiglio a continuare il suo impegno con il nostro Ufficio. Alla luce della mancanza di risposta dell'Eritrea nel corso degli anni, l'OHCHR non è in grado di progredire con l'impegno tecnico e la cooperazione. Mentre accogliamo con favore il maggiore impegno del governo con il Country Team delle Nazioni Unite nel contesto dell'attuazione del quadro di cooperazione allo sviluppo sostenibile dell’Onu, è necessario impegnarsi su questioni fondamentali in materia di diritti umani, attraverso il dialogo con il nostro Ufficio e l'estensione della piena cooperazione ai meccanismi internazionali per i diritti umani. Questo include il relatore speciale sulla situazione dei diritti umani in Eritrea e i titolari del mandato tematico relativo alle procedure speciali, in particolare coloro che hanno richiesto di fare una visita, tra cui il gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria, il relatore speciale sulla tortura e il relatore speciale sui diritti alla libertà di riunione pacifica e di associazione. L'Eritrea è in ritardo anche su una serie di rapporti agli organi del trattato delle Nazioni Unite (il Committee on Economic, Social and Cultural Rights, il Committee on the Elimination of Racial Discrimination e il ommittee Against Torture). Durante il terzo ciclo dell’Universal Periodic Review, el gennaio 2019, l'Eritrea ha assunto importanti impegni a sostegno di 131 raccomandazioni su 261, anche in materia di pace, giustizia e sostegno a istituzioni più forti. Durante l'ultima visita del nostro Ufficio nel maggio 2022, il governo ha dichiarato che un organismo di coordinamento sul reporting  aveva progettato un piano e un quadro d'azione per attuare queste raccomandazioni. Il nostro ufficio non ha visto questo piano nonostante il nostro follow-up». La Al-Nashif  ha concluso ribadendo il suo appello al governo eritreo «Affinché si impegni in un dialogo pieno e franco con il nostro Ufficio. Rimaniamo pronti a costruire su queste missioni in Eritrea, in particolare quelle dello scorso anno, per iniziare ad affrontare alcune delle più gravi preoccupazioni in materia di diritti umani, anche attraverso la fornitura di supporto tecnico. Chiedo inoltre agli Stati membri di incoraggiare e facilitare l'impegno dell'Eritrea con l’Human Rights Council e i suoi meccanismi». L'articolo Eritrea: la situazione dei diritti umani rimane disastrosa sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Accordo Ue da 264 milioni di euro per finanziare 26 centrali fotovoltaiche (255 MW) in Italia

La Banca Europea per gli Investimenti (BEI), Crédit Agricole Corporate and Investment Bank filiale di Milano (Crédit Agricole CIB), Natixis Corporate and Investment Banking (Natixis CIB) e Reden hanno concluso un'operazione di project financing da 264 milioni di euro per finanziare uno dei più grandi portafogli fotovoltaici in Italia.  La BEI spiega che «Il finanziamento sosterrà la costruzione e la gestione di un massimo di 26 centrali fotovoltaiche con una capacità installata totale fino a 255 MW in tutta Italia. 11 di queste  saranno realizzati nel sud del Paese, 8 nel nord e 7 nel centro Italia. Tutte le centrali saranno operative entro il primo trimestre del 2025 e produrranno circa 470 GWh all'anno di energia elettrica rinnovabile, sufficienti a soddisfare la domanda di oltre 190.000 famiglie italiane». Un’operazione contribuirà al raggiungimento degli ambiziosi obiettivi di RepowerEU della BEI e degli obiettivi di produzione di energia rinnovabile dell'Italia. Inoltre, si prevede inoltre che questi investimenti nel fotovoltaico eviteranno l’emissione di circa 3,3 milioni di tonnellate di CO2 nel corso della durata della vita utile degli impianti. La Bei specifica che «La maggior parte degli impianti beneficerà della tariffa incentivante prevista dal Decreto FER 1 in quanto sorgerà su terreni industriali e genererà quindi ricavi convenzionati per 20 anni. Per il resto, che sarà costruito su terreni agricoli, il mutuatario - Reden Development Italy - dovrebbe firmare contratti di acquisto di energia elettrica a lungo termine o vendere l'elettricità sul mercato». Si tratta di un finanziamento classificato come prestito verde secondo i  Green Loan Principles della Loan Market Association e per i partner dell’accordo «E’ un punto di riferimento importante per il settore, in quanto è uno dei più grandi portafogli fotovoltaici greenfield in Italia che combina tariffe incentivanti, contratti di acquisto di energia elettrica a lungo termine e entrate di mercato». La vicepresidente della BEI  Gelsomina Vigliotti ha commentato: «In qualità di banca climatica dell'Ue, siamo lieti di cofinanziare la costruzione di uno dei più grandi portafogli fotovoltaici greenfield in Italia, che genererà energia rinnovabile sufficiente a soddisfare la domanda di oltre 190.000 famiglie italiane. Questa operazione dimostra ancora una volta il forte impegno della BEI a sostenere il piano REPowerEU e a rendere l'Europa il primo continente a emissioni zero al mondo». Thierry Carcel, AD di Reden Solar, ha ricordato che «Dopo la nostra decisione strategica di entrare nel mercato italiano nel 2021, questo primo finanziamento per Reden in Italia conferma la nostra forte ambizione di sviluppare la nostra presenza nel Paese e di contribuire attivamente alla crescita verde e alla transizione energetica dell'Italia. Con il supporto del gruppo, il nostro team, con sede a Roma e guidato da Luca Crisi, gestirà la costruzione e la gestione di questo portafoglio. Stanno inoltre già lavorando su ulteriori progetti avanzati per raggiungere più di 1 GW di capacità installata in Italia entro il 2027». Jamie Mabilat, Country Head di Crédit Agricole CIB in Italia, ha sottolineato che «In qualità di banca di relazione chiave di Reden, siamo lieti di supportare l'espansione dell'azienda nel mercato italiano e i suoi ambiziosi piani di crescita. Questa transazione dimostra il forte impegno di Crédit Agricole CIB per la transizione energetica e la nostra posizione di leader nel mercato dei prestiti verdi. Vorremmo anche ringraziare il management di Reden per la fiducia dimostrata nell'affidare a Crédit Agricole CIB la guida di questa operazione molto importante. Guido Pescione, Country Head della filiale milanese di Natixis CIB, ha aggiunto: «Siamo orgogliosi di essere stati incaricati come unico sottoscrittore della prima iniziativa greenfield di Reden in Italia. Questa straordinaria transazione dimostra ulteriormente gli sforzi di Natixis per sostenere lo sviluppo delle energie rinnovabili nella transizione verde e i suoi valori ambientali e di sostenibilità». Tutti gli impianti saranno interamente di proprietà di Reden Development Italy Srl, che fa parte del Gruppo Reden Solar recentemente acquisito dal Mandel Consortium, la cui maggioranza è detenuta dal principale fondo di investimento globale Macquarie. La filiale italiana di Reden si occuperà anche dei lavori di costruzione e delle attività di gestione e manutenzione. L'articolo Accordo Ue da 264 milioni di euro per finanziare 26 centrali fotovoltaiche (255 MW) in Italia sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

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