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Riparte la Piattaforma nazionale fosforo, l’Italia punta all’autosufficienza con l’economia circolare

A quattro anni dall’avvio del progetto, riparte la Piattaforma nazionale fosforo grazie ad un nuovo accordo di collaborazione biennale tra il ministero dell’Ambiente e l’Enea, in grado di mettere attorno ad un unico tavolo tutti i soggetti portatori di interesse (oltre 60 gli aderenti) della catena di valore del fosforo. Il prossimo 15 marzo è previsto un webinar per illustrare gli obiettivi operativi per il biennio 2023-2024, assieme a maggiori dettagli su organizzazione e attività specifiche previste. L’obiettivo di fondo da perseguire è lo stesso del 2019: sviluppare un modello di economia circolare per raggiungere l’autosufficienza negli approvvigionamenti di questa materia prima strategica, per la quale il nostro Paese è quasi totalmente dipendente dalle importazioni. Un problema in molti campi produttivi. Il fosforo è infatti utilizzato principalmente in agricoltura come fertilizzante, ma vanta anche numerosi utilizzi nell’industria per la produzione di alimenti zootecnici, pesticidi, detergenti e come componente di leghe metalliche. Ad oggi la quasi totalità del fosforo elementare viene impiegato nell’industria chimica per la produzione di fertilizzanti per l’agricoltura (82%) e in via residuale nel settore della metallurgia (5%) e nel settore dell’elettronica (5%). Non a caso il fosforo è considerato una materia prima critica per l’Europa, a causa della dipendenza dalle importazioni da Paesi extra europei (84% per la roccia fosfatica e 100% per il fosforo elementare) e del basso tasso di riciclo da prodotti a fine vita (17% per la roccia fosfatica e nullo per il fosforo elementare). L'articolo Riparte la Piattaforma nazionale fosforo, l’Italia punta all’autosufficienza con l’economia circolare sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Italian Green, su Rai 2 il viaggio nell’Italia sostenibile alla scoperta di Scapigliato

Il programma televisivo Italian Green – Viaggio nell’Italia sostenibile, in onda ogni sabato su Rai 2, fa tappa a Rosignano Marittimo per esplorare il Polo impiantistico di Scapigliato, dove i rifiuti vengono gestiti e valorizzati per massimizzare le ricadute positive sulla comunità locale sotto il profilo ambientale, sociale ed economico. Italian Green è un programma televisivo itinerante, che sta attraversando il Paese per raccontare alcune delle iniziative più significative che abbracciano lo sviluppo sostenibile: Scapigliato – società pubblica la cui maggioranza è detenuta dal Comune di Rosignano Marittimo – sarà tra i protagonisti della puntata che andrà in onda sabato 11 marzo alle 10. Insieme ai vertici di Scapigliato – il presidente Marco Colatarci e l’amministratore delegato Alessandro Franchi – la troupe di Italian Green andrà alla scoperta degli impianti che danno corpo all’economia circolare sul territorio: il Tmb, da dove transitano i rifiuti di provenienza urbana; l’impianto di cogenerazione, dove un’energia rinnovabile come il biogas viene trasformata in elettricità, per poi essere distribuita ai cittadini con uno sconto sulla componente energia pari al 25-100% in base alla distanza dal Polo; l’impianto di compostaggio del verde, dove sfalci e potature vengono trasformati in compost di qualità, restituito gratuitamente alle famiglie del territorio come “Terriccio Buono”. Ampio spazio verrà dedicato anche a “Scapigliato Alberi”, il progetto con cui Scapigliato ha già distribuito gratuitamente 43mila olivi: alla fine dell’iniziativa saranno circa 245mila, in grado di compensare l’impatto climatico generato dal Polo impiantistico sin dalla sua nascita. L'articolo Italian Green, su Rai 2 il viaggio nell’Italia sostenibile alla scoperta di Scapigliato sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Arcipelago Spreco Zero il 15 marzo a Portoferraio

Le Isole dell’Arcipelago Toscano, con la loro economia turistica e una forte importazione di generi alimentari, sono chiaramente a forte rischio spreco di cibo.  Prendendo come riferimento il Target 12.3 dell’agenda ONU che pone come obiettivo la riduzione delle perdite e dello spreco alimentare del 50% entro il 2030, la domanda è: quale contributo possono dare le comunità isolane, e in particolare le famiglie, per raggiungere questo obiettivo? Per rispondere a questa domanda, Legambiente Arcipelago Toscano. Associazione Elbataste e Circolo Laudato Si’ Elba, con la collaborazione con Sezione soci Elba Coop – Unicoop Tirreno, Pro Loco Portoferraio e MardiLibri,  stanno realizzando, nell’ambito della Certificazione Europea Turismo Sostenibile (CETS) del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, un’azione  per monitorare e sensibilizzare chi vive e lavora nelle isole toscane sul tema degli sprechi alimentari. La collaborazione con Andrea Segrè, professore ordinario di Politica agraria internazionale e comparata all’Alma Mater Studiorium Università di Bologna e direttore scientifico della campagna Spreco Zero e di Waste Watcher International, e con i  suoi collaboratori, ha portato all’elaborazione di un progetto comune “Arcipelago Spreco Zero, l’impegno delle comunità isolane nel contrastare gli sprechi alimentari e promuovere stili di vita sani e sostenibili a partire dalla alimentazione”. Obiettivi del progetto sono: dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030; analizzare i comportamenti e le percezioni delle famiglie rispetto allo spreco alimentare; stimolare comportamenti di consumo e stili di vita sani e sostenibili; verificare le tipologie i alimenti e le quantità sprecate. L’appuntamento con “Arcipelago  Spreco Zero” è per mercoledì 15 marzo  alle ore 17,30 alla sala della Gran Guardia a Portoferraio per la presentazione pubblica del progetto. Sono invitati a partecipare Comuni, produttori alimentari, grande distribuzione, Fondazioni, Enti di volontariato, Proloco e tutti coloro che hanno sensibilità verso i temi della sostenibilità ambientale e sociale. Sarà costituito un gruppo di lavoro con i partner che aderiranno al progetto. L'articolo Arcipelago Spreco Zero il 15 marzo a Portoferraio sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

La Spagna chiede agli Usa di rimuovere i terreni contaminati da un incidente nucleare di 57 anni fa (VIDEO)

Il 17 gennaio 1966, in piena Guerra Fredda e in pieno regime fascista franchista, un bombardiere B-52 e un aereo cisterna KC-135  degli Stati Uniti si scontrarono in volo durante una manovra di rifornimento, provocando il distacco di 4 bombe nucleari e la morte di 7 degli 11 membri degli equipaggi. Ognuna delle bombe nucleari sganciate in mare aveva un potenziale distruttivo 70 volte maggiore di quelle che cancellarono le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki . Le  immagini (che pubblichiamo) del bagno che l'allora ministro dell'Informazione spagnolo, Manuel Fraga, l’ambasciatore statunitense e altre e ad altre autorità locali franchiste  fecero poco dopo l’incidente sulla spiaggia di Palomares, per convincere la popolazione che non c’era nessun pericolo di radiazioni, sono rimaste nella memoria collettiva della Spagna. Ma gli Usa non solo non avevano rispettato la popolazione della zona che – con la complicità attiva del regime franchista -  non era stata evacuata o minimamente protetta, ma anche i propri soldati. Un’inchiesta pubblicata dal New York Times nel 2016 rivela che dei 40 soldati che hanno partecipato alla decontaminazione della spiaggia di Palomares dopo la caduta accidentale di quattro bombe termonucleari, «Almeno 21 di loro soffrono di cancro e altri 9 sono già morti per questa stessa malattia». Anche se non ci fu nessuna esplosione nucleare, in una ricostruzione fatta da Ecologistas en Acción, pubblicato in occasione del 50esimo anniversario della catastrofe si legge riguardo alle bombe che «Una è caduta  in mare e un’altra ha visto la sua caduta attutita dal paracadute, mentre le altre due hanno colpito il suolo, il che ha fatto esplodere il loro esplosivo convenzionale e il plutonio che contenevano bruciare e incendiarsi, diffondendosi su tutto il territorio sotto forma di aerosol. Dopo la caduta delle bombe è stata effettuata una rapida operazione di pulizia per rimuovere la contaminazione più superficiale. Lo scopo era quello di ridurre il più possibile la radioattività ambientale, senza troppe complicazioni, impedendo a chiunque di conoscere dettagli sulle caratteristiche delle bombe». Ma per molto tempo, sia negli ultimi anni della dittatura franchista e poi con i governi democratici, quell’incidente nucleare rimase sepolta nel silenzio istituzionale, anche se nel 2018 il Consejo de Seguridad Nuclear ha pubblicato  un elenco delle aree della Spagna con contaminazione radioattiva  e in testa a tutte c’è proprio Palomares. Ora il governo di sinistra spagnolo ha chiesto a Washington di procedere  finalmente alla rimozione del suolo contaminato da due delle 4 bombe nucleari statunitensi cadute nel 1966 e che, nonostante il bagno rassicurante del ministro e dell’ambasciatore, avevano disperso il loro carico utile di plutonio e contaminato l'area. Già diversi anni fa Ecologistas en Acción denunciava che «Il territorio di Palomares continua ad essere  il luogo più contaminato dal plutonio in Europa» e che «Studi svolti dal Centro de Investigaciones Energéticas, Medioambientales y Tecnológicas (CIEMAT)  Centro per la ricerca energetica, ambientale e tecnologica (CIEMAT) hanno dimostrato che nella zona esiste mezzo chilo  di plutonio  distribuito su una superficie di terreno contaminato di circa 60 ettari, in quattro aree». Secondo l’associazione ambientalista spagnola, «La contaminazione raggiunge  in alcuni punti profondità di 6  metri  e, in totale, bisognerebbe rimuovere circa  50.000 metri quadrati di terreno per ripulire il territorio». Secondo El País , quello di Palomares questo è il più grande incidente nucleare della Guerra Fredda in Spagna e ha irradiato circa 50.000 metri cubi di terreno con mezzo chilo di materiale tossico. Già nel 2015, Madrid e Washington avevano aggiunto un accordo politico non vincolante con il quale gli Usa  accettavano di ritirare il terreno radioattivo spagnolo e di trasferirlo nel deserto del Nevada. Ma quel memorandum d’intesa non è stato mai attuato e a Palomares resta la contaminazione. Secondo Francisco Castejón, fisico nucleare e portavoce di Ecologistas en Acción, «Le radiazioni di Palomares sono diventate di per sé un esperimento. Non dobbiamo dimenticare che uno dei responsabili dei controlli che era il dottor Lanham, noto anche come “Dottor Plutonium”, che stava ottenendo dati sugli effetti delle radiazioni sulle persone colpite, sui soldati e sulla popolazione. Iniettava plutonio nei carcerati... insomma: la verità è che oggi non si sa quale sia stato l'impatto delle radiazioni sulla popolazione in quel momento, perché le cartelle cliniche dei pazienti sono scomparse dall'archivio della vecchia  Junta de Energía Nuclear negli anni ‘80. Questi file avrebbero permesso di estrarre informazioni sugli effetti delle radiazioni sulla salute della popolazione locale, ma sono scomparsi. Dopo l'incidente, tra le 150 e le 200 persone all'anno sono passate attraverso la  Junta de Energía Nuclear per l'analisi della contaminazione. E i risultati sono stati registrati nei loro file... e ora quei file non esistono più. Non abbiamo idea sul perché siano scompsarsi. Ci è stato semplicemente detto che non sono lì, che sono stati persi. Ovviamente. è abbastanza sorprendente». Già nel 2016 Castejón riteneva che «Non sia più così pericoloso vivere a Palomares, perché i terreni contaminati sono recintati, ma potrebbe esserlo ancora per due motivi: da un lato, la contaminazione viene dispersa dal vento, dall'acqua e dagli animali che possono entrare e uscire dal terreno recintato... e dall'altro succede che un isotopo di plutonio finisce per trasformarsi in americio 241, che è molto più radiotossico e, con il passare del tempo, il pericolo aumenta. importa, il tempo gioca una partita totalmente contro di noi». Ora, a più di cinquant'anni dopo la caduta accidentale delle bombe termonucleari, il Ministero degli esteri spagnolo ha presentato una richiesta ufficiale agli Stati Uniti perché avviino la bonifica della terra radioattiva. In realtà la richiesta sarebbe stata avanzata dalla Spagna qualche mese fa alla Segreteria di Stato Usa che ha passato la patata bollente al Dipartimento dell'energia dell'amministrazione Biden. Le fonti spagnole dicono che da parte di Washington non c'è stata ancora una risposta ma assicurano che l'accoglienza iniziale della richiesta è stata positiva. L'articolo La Spagna chiede agli Usa di rimuovere i terreni contaminati da un incidente nucleare di 57 anni fa (VIDEO) sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Risparmiare energia ed evitare emissioni di CO2 grazie all’avvio a riciclo dei rifiuti

Si è svolto oggi a Roma il convegno “Il ruolo dell’economia circolare nella politica energetica europea” promosso dal Conou – il Consorzio nazionale oli usati – e dall’Aiee, l’Associazione economisti italiani dell’energia, offrendo un focus sul ruolo dell’economia circolare nella lotta alla crisi climatica in corso. Si stima che il 70% delle emissioni globali di gas serra sia legato all’estrazione e all’uso delle materie prime, dunque massimizzare il ricorso a materie prime seconde, ovvero provenienti da riciclo, permette una robusta azione di mitigazione del riscaldamento globale. Non solo: ridurre la dispersione di rifiuti, migliorare la capacità di recupero e riciclo di materia e accrescere la sostenibilità dei prodotti sono gli interventi strategici da mettere in campo anche per consentire la riduzione del fabbisogno di energia, com’è emerso dai dati portati al convegno da cinque Consorzi nazionali per la gestione dei rifiuti: Conou, Ricrea, Coreve, Erion ed Ecopneus. Più nel dettaglio, il Conou nel 2021 ha avviato a rigenerazione 186mila ton di oli usati, con un risparmio sulle importazioni di petrolio di oltre 80 milioni di euro (1,5 mln di barili) ed evitando l’emissione di circa 90 mila tonnellate di CO2eq; Ricrea nel 2021 ha avviato a riciclo 390mila tonnellate di rifiuti di imballaggio in acciaio, permettendo di evitare l’emissione di 538mila tonnellate di CO2eq; grazie al recupero di 2.182.858 tonnellate di vetro, nel 2021 Coreve ha evitato l’emissione di 2,4 milioni di tonnellate di CO2eq; Erion ha gestito il recupero di 246.964 tonnellate di rifiuti elettrici ed elettronici (Raee), evitando emissioni di CO2eq per 1,7 milioni di tonnellate; Ecopneus ha recuperato nel 2022 231.727 tonnellate di pneumatici fuori uso (Pfu), per minori emissioni di CO2eq pari a 310.000 tonnellate. «L'Italia, come paese tradizionalmente dipendente dalle importazioni di energia e di materie prime, è stato sempre costretto a fare di necessità virtù ed ha saputo acquisire una posizione d'avanguardia in questo campo. I consorzi come Conou – commenta il vicepresidente dell’Aiee, Carlo Di Primio – sono uno degli esempi virtuosi di questa attitudine che coordina l'impegno dell'industria, dei consumatori, delle istituzioni. E devono costituire un fattore d'impulso e riferimento per il percorso che occorre ancora fare per una gestione efficace dei rifiuti». L'articolo Risparmiare energia ed evitare emissioni di CO2 grazie all’avvio a riciclo dei rifiuti sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Rifiuti speciali, slitta la presentazione del Mud: c’è tempo fino a luglio

Il termine per adempiere agli obblighi previsti dalla normativa in merito al Modello unico di dichiarazione ambientale (Mud) slitta ai primi giorni di luglio, come informa il ministero dell’Ambiente. Il decreto della presidenza del Consiglio che aggiorna la modulistica per il Mud è atteso entro il 10 marzo in Gazzetta ufficiale; da quel momento scatteranno 120 giorni di tempo per gli operatori di settore, facendo così slittare gli obblighi tra il 4 e il 10 luglio prossimi, in base all’effettiva data di pubblicazione del decreto sulla Gazzetta ufficiale. Le dichiarazioni Mud, è utile ricordare, rappresentano la principale fonte di informazione per stimare la produzione nazionale dei rifiuti speciali, che ammontano a circa il quintuplo dei rifiuti urbani. Si tratta di un mondo dove la certezza dell’informazione, purtroppo, è ancora utopia. Basti osservare che, ai sensi del comma 3 dell’art. 189 del decreto legislativo n.152/2006, sono tenuti alla presentazione della dichiarazione annuale solo gli Enti e le imprese produttori di rifiuti pericolosi e quelli che producono i rifiuti non pericolosi, di cui all’articolo 184, comma 3, lettere c), d) e g) del citato decreto; per i rifiuti non pericolosi, sono esclusi dall’obbligo di presentazione della dichiarazione i produttori iniziali con meno di 10 dipendenti. Di fatto, dunque, gran parte degli operatori di settore resta escluso dagli obblighi Mud: non a caso anche l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) arriva a stimare il 49,8% dei rifiuti non pericolosi, non potendo accedere a fonti certe nel merito. L'articolo Rifiuti speciali, slitta la presentazione del Mud: c’è tempo fino a luglio sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

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