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Il 61% dei suoli dell’Unione europea è in uno stato malsano
Le principali caratteristiche del nuovo soil health dashboard sono un dataset sul suolo armonizzato a livello di Unione europea e una nuova metodologia, Si tratta di un nuovo strumento dell' EU Soil Observatory (EUSO) sviluppato e gestito dal Joint Research Centre (JRC) che supporta l'imminente proposta della Commissione europea per una legge sulla salute del suolo e gli indicatori proposti dalla Soil Mission del programma di ricerca e innovazione dell'Ue Horizon Europe.
Al JRC spiegano che «Questa proposta fa parte della strategia dell'Ue per il suolo per il 2030. Il suo scopo è quello di specificare le condizioni per un suolo sano, determinare le opzioni per il monitoraggio del suolo e stabilire regole favorevoli all'utilizzo e al ripristino sostenibili del suolo».
Per la prima volta è così possibile visualizzare lo stato di salute del suolo in tutta l'Ue e il risultato è abbastanza scioccante: uno sbalorditivo 61% dei suoli dell'Ue si trova in uno stato malsano e al JRC avvertono che « Questa cifra è una sottostima dell'effettiva portata del degrado del suolo, data la riconosciuta mancanza di dati su molti altri problemi di degrado del suolo, come la contaminazione del suolo».
Il valore attuale è in linea con la valutazione principale effettuata per l'istituzione di una Soil Mission, secondo la quale «Il 60-70% dei suoli d'Europa era in uno stato malsano. I tipi più diffusi di degrado del suolo sembrano essere la perdita di carbonio organico del suolo (48%), la perdita di biodiversità del suolo (37,5%) e l'erosione del suolo da parte dell'acqua (32%)».
Inoltre, il soil health dashboard mostra che la maggior parte dei suoli malsani è soggetta a più di un tipo di degrado del suolo.
Il dashboard EUSO sulla salute del suolo si basa su una serie di 15 indicatori dei processi di degrado del suolo che coprono: erosione del suolo, inquinamento del suolo, nutrienti, perdita di carbonio organico del suolo, perdita di biodiversità del suolo, compattazione del suolo, salinizzazione del suolo, perdita di suoli organici e impermeabilizzazione del suolo. Ma il team EUSO presso il JRC fa notare che «In pratica, tuttavia, gli indicatori coprono solo un sottoinsieme dei processi di degrado che interessano i suoli. Speriamo che il dashboard metta in luce le attuali lacune nei dati sul suolo, al fine di guidare una migliore condivisione dei dati e una ricerca mirata».
Una novità del dashboard EUSO e l’utilizzo dell’approccio della convergenza delle prove, che combina spazialmente i dataset per evidenziare l'intensità e la posizione dei processi di degrado del suolo. «La mappa che ne è risultata – dicono al JRC - mostra, per la prima volta, dove convergono le prove scientifiche per indicare le aree che potrebbero essere interessate dal degrado del suolo. In altre parole, fornisce un'indicazione di dove possono trovarsi suoli malsani nell'Ue. Questo è stato reso possibile utilizzando dataset armonizzati a livello Ue, la maggior parte dei quali sono stati sviluppati dal JRC e provenienti dall'ESDAC, l’European Soil Data Centre da lungo tempo operativo, ma anche dall'European Environment Agency e da altre istituzioni. Con il tempo, altri dati verranno aggiunti da fonti diverse».
Un'altra novità è la fissazione di valori soglia per determinare quando i suoli possono essere considerati sani o insalubri. Al JRC spiegano ancora che «Sulla base di una combinazione di stime scientifiche e limiti critici stabiliti, sono state fissate soglie per ogni processo di degrado del suolo. Rappresentano una stima del punto oltre il quale la maggior parte dei suoli può ragionevolmente essere considerata vulnerabile a un determinato processo. Data l'ampia gamma di tipi di suolo, alcune di queste soglie a livello Ue possono comportare grandi incertezze. In futuro, l'accuratezza della mappa del dashboard EUSO verrà migliorata applicando soglie basate a livello locale o offrendo agli utenti la possibilità di creare mappe basate sulle soglie che ritengono più appropriate. Il dashboard EUSO sulla salute del suolo presenta anche l'area di sovrapposizione osservata tra le coppie dei 15 processi di degrado del suolo, evidenziando le associazioni tipiche. Infine, statistiche e mappe vengono presentate per ciascun indicatore attraverso un display interattivo in cui gli utenti possono selezionare il degrado del suolo e la scala a cui sono interessati».
La serie di indicatori, insieme alle soglie che determinano lo stato di salute del suolo, si evolverà in base all'attuazione della prossima legislazione dell'Ue sulla salute del suolo, agli sviluppi scientifici (ad esempio i progetti Soil Mission di Horizon Europe) e al miglioramento dei flussi di dati provenienti dai Paesi Ue. Ulteriori elementi saranno sviluppati per riflettere l'attuazione di strategie politiche e normative specifiche, ad esempio la strategia per il suolo, il piano d'azione per l'inquinamento zero, la strategia per la biodiversità, la strategia farm to forke gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.
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Caccia, le associazioni denunciano l’Italia alla Commissione Ue per infrazione multipla e continuata della direttiva uccelli
Con una lettera congiunta inviata al commissario europeo all’ambiente Virginijus Sinkevičius e alla Direzione generale ambiente della Commissione europea, Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu-BirdLife Italia e Wwf Italia hanno trasmesso una denuncia “orizzontale” per «Violazione, da parte dell’Italia, della direttiva Uccelli in materia di caccia e, inoltre, del Regolamento 2021/57 della Commissione europea sul divieto di utilizzo di munizioni al piombo nelle zone umide».
Le associazioni evidenziano che «Nonostante i numerosi contenziosi comunitari in materia venatoria che hanno condotto a procedure di infrazione, condanne della Corte di Giustizia, adeguamenti normativi, nuove procedure e indagini Pilot, l’Italia continua a violare, di diritto e di fatto, la direttiva Uccelli specialmente negli ambiti per i quali ha ricevuto dei chiari alert da parte delle istituzioni europee».
Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf ricordano il caso della caccia all’avifauna in periodo di migrazione prenuziale: «Una fase biologica di estrema importanza per la conservazione di specie e popolazioni, nella quale, non a caso, l’attività venatoria è rigorosamente vietata. Ciononostante, da anni i calendari venatori continuano a consentire la caccia agli uccelli in questi periodi, disattendendo le norme, i pareri dell’Ispra e le prescrizioni europee».
Altro caso sottolineato è quello della «Caccia esercitata su specie in stato di conservazione sfavorevole in assenza di adeguati piani di gestione o in presenza di piani di gestione inefficacemente applicati, come nel caso dell’allodola, della tortora selvatica e della coturnice, i cui piani sono del tutto inattuati se non nelle parti che consentono il prelievo delle specie».
Inoltre, per ambientalisti e animalisti è da drammatica la situazione del bracconaggio, «Con il fallimento pressoché totale del Piano nazionale per fermare i criminali, la cui approvazione aveva portato ad archiviare l’inchiesta aperta dalla Commissione europea, e il susseguirsi di gravi atti di bracconaggio dei quali abbiamo dato notizia alle autorità europee».
Le associazioni sottolineano anche «La violazione del nuovo Regolamento (2021/57) della Commissione europea sul divieto di utilizzo di munizioni al piombo nelle zone umide, indispensabile per arginare la mortalità degli uccelli selvatici per saturnismo e dunque problemi molto seri a specie ad alta valenza conservazionistica. Evidenti, in tal senso, sono le violazioni commesse dalla circolare “interpretativa e attuativa” del Regolamento europeo emanata dai ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin e dell’Agricoltura Lollobrigida, che ha fortemente ridotto la portata del divieto attraverso una definizione limitata ed errata delle zone umide».
La lettere di Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu e Wff conclude: «La mole e la qualità delle infrazioni commesse dall’Italia al diritto europeo sono tali da rendere inevitabile l’apertura di una nuova procedura di infrazione complessiva contro un regime di caccia, quale quello italiano, macroscopicamente e strutturalmente illegale e, purtroppo, favorito dall’accondiscendenza di molte amministrazioni, nazionali e regionali. A ciò deve aggiungersi il fatto, più importante di tutti, del danno grave e continuativo che tutto questo comporta per la fauna selvatica e per il patrimonio di biodiversità, un vero e proprio disastro ambientale. Questione ancor più grave se vista alla luce dell’altissima tutela costituzionale degli animali selvatici e degli impegni assunti dalle autorità comunitarie e nazionali in tema di strategia europea per la biodiversità, che obbliga tutti a garantire il miglioramento dello stato di salute degli uccelli in difficoltà e comunque di non deteriorarlo ulteriormente. Impegni che vanno attuati dalle istituzioni, a partire dal ministero dell’Ambiente, mettendo fine a una stagione di incuria, distrazioni, mancate tutele e vere e proprie autorizzazioni alla distruzione della natura».
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Al via la stagione 2023 dei campi di volontariato con Legambiente
A Pasqua si inaugura la nuova stagione dei campi di volontariato organizzati da Legambiente, in Italia e all’estero, per adulti (dai 18 anni), ragazzi (15-17 anni) e famiglie, cioè bambini (4-13 anni) accompagnati da uno o più adulti. Diverse le proposte del Cigno Verde, la maggior parte per il periodo che va da giugno a settembre. Un’occasione unica per sentirsi cittadini attivi, mettersi in gioco, dando un contributo concreto alla salvaguardia del territorio, all’insegna della giustizia sociale e climatica, della tutela di ambiente, paesaggio e biodiversità; con workshop dedicati e momenti formativi e di citizen science, come nei campi costieri con attività di raccolta e catalogazione dei rifiuti spiaggiati secondo il protocollo europeo del Beach Litter.
In Italia, per esempio, gli adulti possono in Abruzzo occuparsi del recupero e della valorizzazione delle architetture spontanee in pietra a secco e dei sentieri, parte delle antiche vie tratturali: opere murarie e infrastrutture legate alla storia millenaria degli agricoltori e dei pastori sulle montagne, e alla tradizione della transumanza, inserita dall'UNESCO nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale. O decidere di partecipare in Toscana, ai due campi di volontariato - organizzati nella tenuta di San Rossore a Pisa e nel Parco Regionale Migliarino, San Rossore, Massaciuccoli - per preservare e recuperare gli ambienti naturali di una delle zone umide più importanti del Tirreno, con attività di sentieristica, pulizia e monitoraggio della flora invasiva. O ancora optare per un’estate in Sicilia, nella suggestiva Isola di Lampedusa (AG) per la tutela della spiaggia dei Conigli, un delicato ambiente costiero, e per la protezione e la sorveglianza dei nidi della tartaruga Caretta caretta.
Gli adulti e i ragazzi possono regalarsi un’esperienza di volontariato in Sardegna, nella penisola del Sinis, in collaborazione con l’Area Marina Protetta Penisola del Sinis – Isola di Mal di Ventre, per sensibilizzare e informare turisti e cittadini sulla corretta fruizione delle spiagge. O di prendere parte ai numerosi campi di volontariato, dal Cilento in Campania alla costa degli Etruschi in Toscana, in collaborazione con ASD Swimtrekking, con attività di nuoto esplorativo e raccolta di rifiuti presenti in mare. E ancora in Puglia, i ragazzi possono scegliere Gallipoli (LE) per i campi di volontariato sull’antincendio boschivo e sulle dinamiche naturali e antropiche del sistema costiero. Infine, per le famiglie, in Molise e in Abruzzo, l'associazione ambientalista ha pensato ad una ricca offerta di attività dedicate ai bambini, agli adulti e da poter fare insieme. Queste solo alcune delle proposte attive e che si arricchiranno nel corso dei mesi.
Non solo attività nelle diverse regioni italiane. Legambiente propone centinaia di campi all’estero, grazie alla collaborazione con altre organizzazioni di volontariato: in Europa, ma anche in Asia, America centrale e meridionale e in Africa.
Per avere maggiori informazioni e iscriversi ai campi è possibile consultare le varie sezioni del sito del volontariato di Legambiente, suddiviso per categorie. Per aderire ai campi organizzati dall’associazione ambientalista sono previste una quota di partecipazione (comprensiva di vitto e alloggio), che serve a coprire le spese del settore Volontariato, e la sottoscrizione della tessera soci di Legambiente che dà diritto anche alla copertura assicurativa. Il numero di partecipanti previsti per ciascun campo è limitato e l’iscrizione è possibile fino a esaurimento posti.
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L’inflazione mette a rischio raccolta e gestione rifiuti urbani, imprese in allarme
La raccolta e gestione dei rifiuti urbani rappresenta un servizio essenziale alla cittadinanza, che è proseguito anche nel bel mezzo della pandemia, ma che rischia adesso di interrompersi adesso per gli extracosti determinati dalla crescita dell’inflazione.
«I significativi aumenti dei costi dovuti al boom inflattivo stanno mettendo in ginocchio le aziende che effettuano la raccolta e gestiscono i rifiuti urbani. In assenza di immediati interventi sussiste un reale rischio, soprattutto in alcuni contesti gestionali, di interruzione del servizio di raccolta e trattamento dei rifiuti».
È questo in sintesi l’appello rivolto con una lettera da Chicco Testa, in qualità di presidente di Assoambiente – l’Associazione delle imprese che operano nel settore dell’igiene urbana e dell’economia circolare – a Stefano Besseghini, presidente dell’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (Arera).
Il metodo tariffario dell’Arera ad oggi infatti non prevede per il 2023 un adeguamento dei costi operativi sostenuti dalle imprese per l’aumento dell’inflazione, pur a fronte di una sua crescita straordinaria, pari a circa il 14% (secondo l’indice Foi 2022 dell’Istat e il tasso di inflazione programmata per il 2023 indicato nella Nadef).
Eppure la legge è molto chiara: la Tari è una tassa che deve finanziare integralmente i costi – di investimento e di esercizio, e ora anche le tariffe di accesso agli impianti di trattamento – dei servizi di raccolta e gestione rifiuti, ad esclusione di quelli relativi ai rifiuti speciali (alla cui gestione provvedono a proprie spese i relativi produttori).
«Stante l’attuale metodologia Arera – conclude Testa – gli operatori di igiene urbana e della raccolta non possono raggiungere l’equilibrio economico e finanziario senza l’adeguamento inflattivo sui costi operativi. Chiediamo con estrema urgenza ad Arera, come peraltro sostenuto recentemente anche da Anci, che venga adottato un provvedimento “straordinario” per la riapertura dei Piani economici e finanziari (Pef) del 2023 che preveda l’adeguamento del tasso di inflazione in funzione dei parametri effettivamente rilevati. In assenza di interventi rapidi, le imprese di raccolta e trattamento dei rifiuti saranno costrette in alcuni contesti gestionali a interrompere il servizio».
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In aumento gli incendi nei cassonetti, Sei Toscana: attenzione alle ceneri di stufe e camini
Sei Toscana, il gestore unico dei servizi d’igiene urbana nei 104 Comuni che compongono l’Ato sud, segnala che in questi ultimi giorni d’inverno «aumentano in modo esponenziale gli incendi di cassonetti dovuti, nella stragrande maggioranza dei casi, alla presenza di ceneri non ancora spente conferite sbadatamente dai cittadini».
Una sbadataggine che può portare però con sé gravi conseguenze, non solo per i cassonetti ma anche per gli automezzi che raccolgono i rifiuti – delineando così un danno per la collettività che si ripercuoterà sulla Tari – e, talvolta, anche ad abitazioni o auto parcheggiate nei pressi dei contenitori che vanno a fuoco. Senza dimenticare che l’incendio di rifiuti e dei loro contenitori rappresenta un reato, oltretutto con non trascurabili conseguenze sotto il profilo dell’inquinamento atmosferico dato dalla combustione non controllata della spazzatura.
Eppure bastano «pochissimi accorgimenti per garantire un corretto conferimento di questo materiale in assoluta sicurezza», come spiegano da Sei Toscana.
Essenzialmente, prima di gettare le ceneri nel cassonetto è assolutamente necessario verificare che queste siano completamente spente. Per questo, è consigliabile raccogliere le ceneri all’interno di un contenitore metallico e aspettare qualche giorno prima di gettarle nel cassonetto. È anche possibile gettare dell’acqua sopra le ceneri raccolte per permettere un più rapido spegnimento di tutti i piccoli focolai che possono fungere da pericolosi inneschi (operazione questa da fare all’aperto o in un locale particolarmente areato così da non avere problemi con il fumo).
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A 12 anni dal disastro nucleare di Fukusmina Daiichi la dismissione della centrale è al palo
A 12 anni dal disastro nucleare di Fukushima Daiichi, la situazione dello smantellamento della centrale procede in maniera molto più lenta di quanto promesso dai vari governi giapponesi succedutisi dopo la tragedia dell’11 marzo 2011. Nel 2020 la Tokyo Electric Power Company (Tepco) aveva stimato in 1,37 trilioni di yen (12,6 miliardi di dollari) il costo spalmato tra il 2020 e il 2031 per rimuovere il combustibile nucleare fuso dai reattori della centrale nucleare numero 1 di Fukushima. Una cifra che copriva solo due dei tre esplosi.
L'utility aveva già diffuso il suo piano per la disattivazione dei tre reattori, che prevedeva l'inizio della rimozione del combustibile nucleare fuso dal reattore n. 2 entro la fine del 2021, mentre la rimozione del reattore n. 3 sarebbe iniziata entro il 2031.
Ma si sono rivelate previsioni molto ottimistiche: i lavori a Fukushima Daiichi procedono a rilento e con continui rinvii. «Nei reattori nucleari n. 1, 2 e 3 dell'impianto rimangono circa 880 tonnellate di detriti di combustibile – scrive l’Asahi Shimbun - Per rimuovere i detriti di combustibile devono essere utilizzate operazioni a controllo remoto perché i livelli di radiazione negli edifici del reattore potrebbero uccidere una persona entro un'ora». Un altro fattore preoccupante della centrale nucleare di Fukushima è che le fondamenta, o il “piedistallo”, che sostengono il container a pressione del reattore n. 1 si sono talmente deteriorate che ora le barre di rinforzo sono esposte. Asahi Shimbun ricorda che «Sono state espresse preoccupazioni circa la resistenza ai terremoti del piedistallo».
Tepco aveva inizialmente pianificato di iniziare a rimuovere entro la fine del 2022 i detriti di combustibile dal reattore n. 2, dove il livello di radiazioni è relativamente basso, ma nell'agosto 2022 aveva annunciato di averci rinunciato, citando ritardi nello sviluppo di un braccio robotico che potrebbe essere utilizzato per rimuovere i detriti. La compagnia elettrica, ormai fallita e tenuta in piedi dal governo, ha fissato un nuovo obiettivo per iniziare i lavori di rimozione nella seconda metà dell'anno fiscale 2023.
Il governo giapponese e la Tepco mirano a completare la dismissione della centrale nucleare tra il 2041 e il 2051. Inizialmente avevano detto che sarebbe stata completata entro una decina di anni, cioè nel 2021.
Come fa notare Asahi Shimbun, «Tuttavia, il primo obiettivo dell'azienda è testare il recupero di pochi grammi di detriti di carburante. Non ha ancora deciso come condurre la rimozione su larga scala. Inoltre, Tepco non ha spiegato quando inizierà a rimuovere i detriti di combustibile dai reattori n. 1 e n. 3. Un "metodo di immersione" è allo studio per rimuovere i detriti di combustibile dal reattore nucleare n. 3, ma non è ancora chiaro se verrà implementato. Con il metodo dell'immersione, i lavoratori coprirebbero l'edificio che ospita il reattore n. 3 con una struttura metallica, riempirebbero l'interno della struttura con acqua per sommergere il reattore, quindi rimuoverebbero i detriti di combustibile dalla parte superiore dell'edificio».
Creando però così un’ulteriore e ingestibile quantità di acqua molto più radioattiva di quella che si vuole scaricare in mare facendo arrabbiare cinesi e sudcoreani.
E il ministero degli esteri cinese ha denunciato nuovamente il piano giapponese per scaricare nell'oceano pacifico le acque reflue radioattive del cadavere della centrale nucleare. Mentre la Tepco insiste sul fatto che il rilascio è sicuro, Pechino – come Seoul - vuole che Tokyo chieda il permesso ai Paesi circostanti prima di procedere.
Il 10 marzo, alla vigilia dell’anniversario della tragedia nucleare di Fukushima Daiichi, la portavoce del ministero degli esteri cinese Mao Ning, ha detto che «Il piano giapponese è estremamente irresponsabile. Lo smaltimento dell'acqua contaminata dal nucleare di Fukushima ha un impatto sull'ambiente marino globale e sulla salute pubblica. Questo non è un affare interno del Giappone. Il Giappone non deve iniziare a scaricare l'acqua contaminata dal nucleare nell'oceano prima di raggiungere un consenso attraverso la piena consultazione con i paesi vicini e altre parti interessate, nonché le agenzie internazionali competenti».
La centrale nucleare di Fukushima Daiichi è stata distrutta dall’esplosione di tre dei suoi reattori dopo il terremoto/tsunami dell'11 marzo 201, negli anni successivi, pur investendo enormi quantità di denaro, la Tepco non è riuscita a rispettare il cronoprogramma di bonifica e ha pompato acqua nei detriti del combustibile radioattivo per impedirne il surriscaldamento. Un processo che genera ogni giorno circa 100 tonnellate di acque reflue, che la Tepco ha stoccato e trattato in più di 1.000 vasche di cemento realizzate intorno alla centrale. Tepco sostiene che il processo di trattamento rimuove dall'acqua quasi tutte le sostanze radioattive e, visto che lo spazio nei serbatoi si sta esaurendo, a gennaio il governo giapponese ha confermato che avrebbe iniziato a svuotare i serbatoi in mare in primavera o in estate.
Il disastro di Fukushima aveva spinto il governo giapponese a iniziare a eliminare gradualmente l'energia nucleare a favore delle rinnovabili e del gas. Circa il 10% delle importazioni di gas provenivano dalla Russia ma, con adesione di Tokyo alle sanzioni contro Mosca, il primo ministro liberaldemocratico giapponese Fumio Kishida nel 2022 ha che il Giappone avrebbe riavviato i reattori chiusi e costruito nuove centrali nucleari.
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