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Acquacoltura: a Taranto un passo verso la sostenibilità
Nel 2021 l’United Nations environment programme (Unep) stimava che in Europa le attività marittime come pesca e acquacoltura contribuiscono rispettivamente al 39% e al 14% dei rifiuti marini a causa dell’abbandono e/o perdita accidentale in mare di boe, reti, sacchi per mangimi, guanti e scatolame. Dati destinati ad aumentare a causa della crescente richiesta sul mercato di prodotti ittici destinati al consumo umano come pesce, mitili e crostacei in quanto importanti fonte alimentare. In particolare, in Europa i mitili costituiscono circa un terzo di tutti i prodotti provenienti da attività di acquacoltura, con una produzione che ha raggiunto le 522.400 tonnellate nel 2016, il 24,5% rispetto alla produzione mondiale (Pietrelli, 2022).
Oggi, alla Stazione Zoologica Anton Dohrn (SZN) di Amendolara (CZ) della sulla costa ionica calabrese, sono stati presentati i risultati della ricerca condotta dai ricercatori della SZN in collaborazione con l'università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (UNISG) e Novamont, per verificare le potenzialità del Mater-Bi nel settore della mitilicoltura.
Il progetto, realizzato nel mar Piccolo di Taranto , dove 602 ettari sono dedicati alla mitilicoltura. In questo bacino costiero si sviluppa l’intero ciclo produttivo della cozza nera di Taranto, Presidio Slow Food dal 2022. La produzione è totalmente artigianale, gestita da PMI spesso a conduzione familiare, e gli allevatori, visto il forte legame con il territorio, sono alla ricerca di strumenti innovativi a supporto dei criteri di sostenibilità. Per Francesco Marangione, mitilicoltore della Cooperativa CO.MI.OS., «L’utilizzo delle reste in Mater Bi rappresenta per noi una valida alternativa coerente anche con le nuove normative che vietano l’utilizzo di materiale plastico per l’allevamento dei mitili nel Golfo di Taranto»,
Alla SZN spiegano che « il progetto ha avuto come obiettivo quello di individuare nuove soluzioni per migliorare la sostenibilità del settore dell'acquacoltura, attraverso l'utilizzo di materiali biodegradabili e compostabili, in sostituzione dei classici materiali in plastica (calze in polipropilene) normalmente utilizzati e altamente inquinanti». Ne è venuto fuori che «I mitili allevati nelle reste in Mater –Bi crescono più velocemente di quelli innestati nelle reste in polipropilene, con un vantaggio per i mitilicoltori in termini di resa economica».
Lo studio ha applicato per la prima volta «L’analisi FT-IR complementarmente alla valutazione della colonizzazione batterica, per valutare cambiamenti superficiali dal punto di vista chimico delle calze in polipropilene ed in Mater-Bi». I risultati hanno mostrato che «Non sono presenti picchi aggiuntivi nello spettro delle plastiche (PP e Mater-Bi) rispetto al controllo, indicando che non è avvenuta alterazione della composizione chimica a livello superficiale nei campioni sottoposti al periodo di stabulazione. Inoltre dai test effettuati su terreni selettivi per la ricerca di microrganismi patogeni, non è stata evidenziata presenza di batteri patogeni o potenzialmente pericolosi per l’uomo».
I ricercatori evidenziano che «Questi risultati ci consentono di affermare che l’impiego delle reste in Mater-Bi durante l’intero ciclo produttivo dei mitili può essere una valida alternativa all’utilizzo della plastica convenzionale, grazie alle buone prestazioni in termini biologici, meccanici e ambientali emerse durante l’esperimento».
La giornata ha costituito un'importante occasione per discutere le opportunità e le sfide dell'utilizzo di materiali biodegradabili e compostabili nel settore dell'acquacoltura, e per presentare le soluzioni innovative sviluppate dalla ricerca condotta dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn in collaborazione con l'Università di Scienze Gastronomiche e la direttrice della sede Sicilia della SZN, Teresa Romeo, ha evidenziato che «Questo progetto sperimentale, realizzato nel Golfo di Taranto come area pilota, rappresenta un modello di innovazione che vede insieme ricerca, innovazione e imprese produttrici che operano al fine di garantire un’attività sostenibile nell’ottica di un’economia circolare, e che può fungere da studio pilota per fornire anche misure di gestione a supporto del settore della mitilicoltura da poter esportare su scala nazionale».
Gabriele Cena responsabile relazioni esterne e partnership dell’UNISG di Pollenzo, ha concluso: «Lo scorso dicembre presso il ministero dell’agricoltura abbiamo presentato come Ateneo insieme a diversi partner accademici e enti di ricerca il Patto con il Mare per la Terra, nato per connettere università, istituzioni, imprese, centri di ricerca per promuovere politiche di protezione dell’ecosistema marino e di conservazione della biodiversità, oltre che strategie di sviluppo sostenibile del settore e di promozione di buone pratiche. Questo progetto, sviluppato grazie al sostegno da parte di Novamont, è un primo esempio di collaborazione concreta tra enti di ricerca, istituzioni e aziende private per trovare soluzioni innovative e concrete per ridurre l’impatto sugli ecosistemi marini».
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Le tartarughe marine italiane nidificano sempre più a nord. Ma aumentano i rischi
Negli ultimi anni nuove nidificazioni di tartaruga marina Caretta Caretta sono state segnalate sempre più a nord sulle coste italiane del Tirreno e dell’Adriatico, mostrando che questi rettili marini stanno ampliando il loro areale di nidificazione mediterraneo, molto probabilmente a causa dei cambiamenti climatici in atto.
Lo studio “Environmental and pathological factors affecting the hatching success of the two northernmost loggerhead sea turtle (Caretta caretta) nests”, pubblicato recentemente su Nature da un team di ricercatori del Dipartimento di biomedicina comparata e alimentazione dell’università di Padova e dell’ Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe), conferma questa ipotesi, ma avverte: « Nel contesto del cambiamento climatico, i modelli migratori, l'uso dell'habitat, il rapporto tra i sessi e lo sviluppo embrionale potrebbero essere influenzati dagli effetti dell'aumento della temperatura». ArpaVeneto ha dato il proprio contributo allo studio fornendo dati ambientali tra cui dati pluviometrici sia attuali che storici e dati granulometrici.
I due nidi di tartaruga descritti nello studio (Jesolo Lido e Scano Boa), gli episodi segnalati nelle Marche (Pesaro) nel 2019, e i due in Liguria (Finale Ligure nel 2021 e Levanto nel 2022) e il confermato aumento della temperatura del mare nel bacino adriatico «Contribuiscono a rafforzare l'ipotesi dell'espansione dell'attività nidificante verso la costa settentrionale del Mediterraneo occidentale nel periodo 2010 – 2020». Quindi, i due siti veneti «Possono essere considerati i siti di nidificazione più settentrionali del Mar Mediterraneo mai monitorati e, molto probabilmente, a livello mondiale».
Lo studio fa notare che Queste prime segnalazioni potrebbero potenzialmente candidare quest'area come idonea a gran parte del ciclo vitale della tartaruga comune e potrebbe rappresentare un'area minore di nidificazione delle tartarughe marine che sarebbe passata inosservata a causa della mancanza di uno specifico monitoraggio».
Ma i ricercatori sottolineano che due nidi hanno mostrato un diverso successo di schiusa «Con risultati inferiori (11%) nella località più urbanizzata (Jesolo Lido) rispetto alla media (66%) rilevata nel Mediterraneo occidentale. Anche la presenza e le attività umane, come l'urbanizzazione, l'allestimento turistico della spiaggia e l'inquinamento, potrebbero aver compromesso la sopravvivenza embrionale. Inoltre, questi due episodi di nidificazione hanno aggiunto alcune preoccupazioni riguardo alle sfide nella gestione e nel monitoraggio dei nidi delle tartarughe marine in termini di interazione con le attività umane e problemi di salute». Le due aree vente monitorate sono infatti caratterizzate da intense attività umane, come il turismo, la pesca e il traffico marittimo e «Queste minacce antropiche, oltre a quelle naturali e alle mutevoli caratteristiche ambientali della spiaggia, possono influenzare la crescita di microrganismi causando fallimenti di schiusa. Tra i microrganismi, infezione fungina del genere Fusarium è considerata una delle cause principali del declino globale delle popolazioni di tartarughe marine. Si ritiene che la fusariosi dell'uovo di tartaruga marina (STEF) abbia profondamente compromesso il successo della cova di quella più a nord. Il cambiamento climatico e gli impatti antropogenici sono stati classificati come uno dei rischi maggiori per la salute delle tartarughe marine e potrebbero aver avuto un ruolo nello sviluppo di STEF».
I ricercatori dell’università di Padova e dell’ IZSVe concludono: «L'espansione dell’areale delle tartarughe marine a nord, in aree altamente urbanizzate, con diverse attività antropiche che hanno un impatto negativo sul successo della schiusa, richiede una copertura di monitoraggio più ampia come azione prioritaria per la conservazione delle tartarughe marine. Per far fronte a questa possibile minaccia, un dialogo tra le parti interessate economiche e della conservazione dovrebbe essere incentrato su un piano di gestione che garantisca la coesistenza di attività economiche sostenibili e la conservazione delle specie in pericolo. Questi piani dovrebbero includere: 1) lo sviluppo di modelli di idoneità dei nidi, il monitoraggio in tempo reale, la protezione dei nidi e l'ispezione per far fronte agli effetti negativi delle attività antropiche; 2) strategie di gestione efficaci per il controllo delle malattie emergenti compresa la loro epidemiologia; 3) la possibile applicazione della pratica del trasferimento, anche se non è chiaro se tale approccio aumenti la contaminazione o il trasporto di agenti patogeni, quindi il rischio di infezione da FSSC e mortalità nelle uova di tartaruga marina».
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La ricerca italiana per la conservazione di squali e razze
«Squali e razze del Mediterraneo hanno urgente necessità di misure di conservazione che consentano di invertirne l’attuale trend di declino. Metà di queste specie è oggi a rischio di estinzione nei nostri mari a causa della pesca diretta e accidentale. Alcune di queste, tra cui squali sega e squali angelo, si possono considerare ormai localmente estinte». A dirlo sono oltre 90 biologi marini di università ed enti di ricerca italiani che dal 28 febbraio e il 1° marzo si sono riuniti a Napoli al Museo Darwin-Dohrn della Stazione Zoologica A. Dohrn (SZN) nell’ambito delle attività del Centro Nazionale della Biodiversità (National Biodiversity Future Center) supportato dal PNRR e con la collaborazione del progetto Life Elife
Alla SZN sottolineano che «E’ stato un incontro di ricercatori impegnati ai massimi livelli per scongiurare questo declino inarrestabile. I partecipanti hanno potuto condividere informazioni sullo stato dell’arte, promuovendo lo sviluppo di contesti progettuali volti a colmare alcune lacune conoscitive. L’obiettivo è stato quello di identificare e proporre ulteriori approcci di conservazione, maggiormente efficaci rispetto alle azioni intraprese fino ad oggi».
Le relazioni scientifiche esposte da 33 ricercatori hanno evidenziato lo stato delle conoscenze su biodiversità, biologia ed ecologia, aree di aggregazione e habitat essenziali, impatti della pesca e importanza di questi organismi negli ecosistemi marini. L’incontro ha promosso attività di progettazione da sviluppare in rete sul territorio per colmare i gap conoscitivi mettendo a sistema conoscenze, dati, campioni e poter avanzare proposte concrete, da condividere anche con gli operatori della pesca, per la protezione di queste specie nei nostri mari.
Tra le misure discusse dai ricercatori è stata evidenziata «L’importanza delle chiusure spaziali e temporali alla pesca di aree ritenute essenziali per la riproduzione e l’accrescimento delle specie maggiormente a rischio incluse nelle liste rosse dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN). Risulta di fondamentale importanza la modifica di alcuni attrezzi da pesca per ridurre le catture accidentali, l’obbligo di rilascio in mare delle specie rare, come i palombi nel Mar Tirreno o lo squalo volpe nell’intera area mediterranea, da affiancare ad un aumento nei controlli delle attività di pesca per arrestare la commercializzazione di specie protette».
Dal dibattito è arrivata la conferma che «La continua richiesta sui mercati mondiali di queste specie alimenta pratiche di sovrapesca a livello globale e l’Italia è tra i principali importatori al mondo di carni di squali e razze. È pertanto fondamentale intervenire con strumenti di disseminazione puntuali ed efficaci per cambiare la percezione del pubblico verso questo gruppo di animali, sensibilizzando i consumatori rispetto alle problematiche di tutela e salvaguardia della loro biodiversità, favorendo anche scelte alimentari responsabili.
È emersa quindi l’urgenza di finalizzare un Piano d’Azione Nazionale sugli Elasmobranchi (squali e razze) come strumento chiave per la conservazione di queste specie nelle acque italiane».
In una nota congiunta, i ricercatori concludono: «Squali e razze, oltre a far parte della biodiversità dei nostri mari, sono fondamentali per la buona salute degli ecosistemi marini. È dunque urgente porre fine al loro declino mettendo in atto misure di gestione e protezione che ne scongiurino la scomparsa, come accaduto ormai per quelle specie la cui presenza del passato è oggi testimoniata solo dai reperti visibili nei nostri musei. L’articolo 9 della nostra costituzione, unitamente alle direttive europee e alle convenzioni internazionali, sancisce l’importanza di preservare la biodiversità. Con questo obiettivo gli enti organizzatori dell’evento tra cui la Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, le Università di Palermo e di Padova, il CNR-IRBIM e tutti partecipanti alle giornate di incontro hanno consolidato questo impegno di grande rilevanza nell’ambito delle attività del Centro Nazionale della Biodiversità (National Biodiversity Future Center) finanziato dal PNRR».
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I primi cavalieri del mondo: gli esseri umani andavano a cavallo già 5.000 anni fa
Studiando i resti di scheletri umani trovati nei kurgan, tumuli funerari risalenti a 4500 - 5000 anni fa e appartenenti alla cultura Yamnaya, un team di ricercatori ha scoperto le prime prove dell'equitazione. Gli Yamnayan erano una popolazione e una cultura che si sono evolute nelle steppe del Ponto-Caspio alla fine del IV millennio a.C., poi erano emigrati dalle steppe del Ponto-Caspio per trovare pascoli più verdi nelle odierne Romania e della Bulgaria e spingendosi fino all'Ungheria e alla Serbia. I ricercatori dicono che «Adottando l'innovazione chiave della ruota e del carro, sono stati in grado di migliorare notevolmente la loro mobilità e sfruttare un'enorme risorsa energetica altrimenti irraggiungibile, il mare di erba della steppa lontano dai fiumi, consentendo loro di mantenere grandi mandrie di bovini e ovini. Impegnandosi così in un nuovo stile di vita, questi pastori, se non furono i primi veri nomadi nel mondo, si espansero notevolmente nei due secoli successivi fino a coprire più di 5000 chilometri tra l'Ungheria a ovest e, nella forma della cosiddetta cultura Afanasievo, Mongolia e Cina occidentale a est. Dopo aver seppellito i loro morti in fosse comuni sotto grandi tumuli, chiamati kurgan, si dice che gli Yamnayan siano stati i primi ad aver diffuso le lingue proto-indoeuropee».
Ma oro lo studio “First bioanthropological evidence for Yamnaya horsemanship”, pubblicato su Science da un team internazionale di ricercatori rivela che questi antichi pastori nomadi non allevavano solo bovini e pecore ma anche cavalli.
Uno degli autori dello studio, Volker Heyd, professore di archeologia all'università di Helsinki, ricorda che «L'equitazione sembra essersi evoluta non molto tempo dopo il presunto addomesticamento dei cavalli nelle steppe eurasiatiche occidentali durante il IV millennio a.C. Era già piuttosto comune nei membri della cultura Yamnaya tra il 3000 e il 2500 a.C.»
Le regioni a ovest del Mar Nero costituiscono una zona di contatto nella quale gruppi nomadi di pastori della cultura Yamnaya incontrarono per la prima volta le comunità di agricoltori del tardo neolitico e del calcolitico. Per decenni, l'espansione delle popolazioni della steppa nell'Europa sud-orientale della prima età del bronzo è stata spiegata come un'invasione violenta. Con l'avvento della ricerca sul DNA antico, le differenze tra questi migranti dall'est e i membri delle società locali sono diventate ancora più pronunciate.
Un’altra autrice del nuovo studio, Bianca Preda-Bălănică dell'università di Helsinki, sottolinea che «La nostra ricerca sta ora iniziando a fornire un quadro più sfumato delle loro interazioni. Ad esempio, finora i reperti di violenza fisica previsti sono praticamente inesistenti nella documentazione scheletrica. Iniziamo anche a comprendere i complessi processi di scambio nella cultura materiale e nelle usanze funerarie tra i nuovi arrivati e la gente del posto nei 200 anni successivi al loro primo contatto».
L'utilizzo degli animali per il trasporto, in particolare del cavallo, ha segnato una svolta nella storia dell'uomo. Il notevole guadagno in termini di mobilità e distanza percorsa ha avuto effetti profondi sull'utilizzo del suolo, sul commercio e sulla guerra. La ricerca attuale si è concentrata principalmente sui cavalli, ma l'equitazione è un'interazione di due componenti - la cavalcatura e il suo cavaliere - e i resti umani sono disponibili in numero maggiore e in condizioni più complete rispetto ai primi resti di cavalli. Dato che l'equitazione è possibile senza attrezzature specializzate, l'assenza di reperti archeologici relativi all'equitazione più antica non è così strana.
Come spiega il principale autore dello studio, Martin Trautmann, bioantropologo dell’università di Helsinki, «Abbiamo analizzato oltre 217 scheletri provenienti da 39 siti, di cui circa 150 trovati nei tumuli funerari appartengono agli Yamnayan. La diagnosi dei modelli di attività negli scheletri umani non è univoca. Non ci sono tratti singolari che indicano una certa occupazione o comportamento. Solo nella loro combinazione, come una sindrome, i sintomi forniscono spunti affidabili per comprendere le attività abituali del passato».
Il team internazionale ha deciso di utilizzare 6 criteri diagnostici stabiliti come indicatori dell'attività equestre (la cosiddetta "sindrome dell'equitazione"): 1. Siti di attacco muscolare sul bacino e sul femore; 2. Cambiamenti nella forma normalmente rotonda delle orbite dell'anca; 3. Segni di impronta causati dalla pressione della rima acetabolare sul collo del femore; 4. Il diametro e la forma della diafisi femorale; 5. Degenerazione vertebrale causata da ripetuti impatti verticali; 6. Traumi che tipicamente possono essere causati da cadute, calci o morsi da cavallo. Inoltre, per aumentare l'affidabilità diagnostica, il team ha utilizzato anche un metodo di filtraggio più rigoroso e ha sviluppato un sistema di punteggio che tiene conto del valore diagnostico, della particolarità e dell'affidabilità di ciascun sintomo.
Ne è venuto fuori che «Complessivamente, dei 156 individui adulti del campione totale, almeno 24 (15,4%) possono essere classificati come "possibili cavalieri", mentre 5 Yamnaya e 2 successivi, nonché due possibilmente precedenti, si qualificano come "probabili cavalieri"».
Trautmann è convinto che «La prevalenza piuttosto elevata di questi tratti nella documentazione scheletrica, soprattutto rispetto alla completezza complessiva limitata, mostra che queste persone andavano a cavallo regolarmente».
Per capire se l'equitazione venisse esercitata per comodità in uno stile di vita pastorale mobile, per consentire un allevamento più efficace del bestiame, come mezzo per fare incursioni rapide e di vasta portata o semplicemente come status symbol, sono necessarie ulteriori ricerche.
L’autore senior dello studio, lo statunitense David Anthony, professore emerito dell'Hartwick College, conclude: «Nella serie, abbiamo una sepoltura intrigante. Una tomba datata intorno al 4300 a.C. a Csongrad-Kettöshalom in Ungheria, a lungo sospettata dalla sua posa e dai manufatti di essere di un immigrato dalle steppe, ha sorprendentemente mostrato 4 delle 6 patologie dell’equitazione, indicando forse che cavalcava un millennio prima degli Yamnaya. Un caso isolato non può supportare una conclusione definitiva, ma nei cimiteri neolitici di quest'epoca nelle steppe, i resti di cavalli venivano occasionalmente collocati in tombe umane insieme a quelli di bovini e ovini, e mazze di pietra venivano scolpite a forma di teste di cavallo. Chiaramente, dobbiamo applicare questo metodo anche alle collezioni più vecchie».
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Gli odontoceti cacciano in profondità usando il registro vocale fry
Gli odontoceti - delfini, orche, focene e capodogli - sono abili predatori dal cervello grande, estremamente socievoli, cooperano e possono cacciare prede fino a 2 km di profondità (gli zifi anche oltre). Tutti questi straordinari comportamenti sono resi possibili dal suono che viaggia lontano e velocemente in acque torbide e oscure e che permette agli odontoceti di comunicare tra loro e cacciare. Ma finora era rimasto un mistero come questi incredibili animali producano il loro ricco repertorio vocale nelle profondità marine. Il nuovo studio “Toothed whales use distinct vocal registers for echolocation and communication”, pubblicato su Science dai biologi danesi Peter Madsen ( Aarhus Universitet), , Coen Elemans (Syddansk Universitet) e dalla tedesca Ursula Siebert (Tierärztliche Hochschule Hannover), ha scoperto per la prima volta che nel loro naso hanno evoluto una nuova sorgente sonora azionata dall’aria, che è funzionalmente uguale alla laringe umana, che opera su diversi registri vocali come la voce umana.
Elemans, Madsen e la Siebert dimostrano che «Gli odontoceti, come gli esseri umani, hanno almeno tre registri vocali; il registro vocale fry (noto anche come voce scricchiolante, che produce i toni più bassi), il registro di petto (che è la nostra normale voce parlante) e il registro in falsetto (che produce frequenze ancora più alte)». Elemans spiega che «Il vocal fry è un normale registro vocale che viene spesso utilizzato nell'inglese-americano. Kim Kardashian, Kate Perry e Scarlet Johannsen sono personaggi famosi che usano questo registro».
Secondo la nuova ricerca, gli odontoceti usano questo registro vocale per produrre i loro richiami di ecolocalizzazione per catturare la prede.
Elemans spiega ancora: «Durante il vocal fry, le corde vocali restano aperte solo per un tempo molto breve, e quindi ci vuole pochissima aria respirabile per usare questo registro». E Madsen fa notare che «Questo risparmio di aria lo rende particolarmente ideale per l'ecolocalizzazione. Durante le immersioni profonde, tutta l'aria viene compressa a una minuscola frazione del volume che ha in superficie»
Alcune specie di odontoceti si immegono a grandi profondità e catturano più pesci dell'industria della pesca umana. Quando cacciano nelle acque profonde e torbide, producono brevi, potenti clic di ecolocalizzazione ultrasonica a una velocità fino a 700 al secondo per localizzare, tracciare e catturare la preda.
Madsen sottolinea che «Così i vocal fry consentono ai cetacei di accedere alle nicchie di cibo più ricche sulla terra: quelle dell'oceano profondo». Elemans aggiunge che «Mentre i vocal fry possono essere controversi tra gli esseri umani e possono essere percepiti come qualsiasi cosa, da fastidiosi a autorevoli, senza dubbio hanno reso gli odontoceti una storia di successo evolutivo».
Prima si pensava che gli odontoceti emettessero suoni con la laringe proprio come gli altri mammiferi, ma 40 anni fa è diventato chiaro che non è così; in qualche modo usano il naso per produrre suoni. Nel nuovo studio, utilizzando video ad alta velocità e attraverso endoscopi, il team di ricerca danese-tedesco ha scoperto cosa succede esattamente: «Gli odontoceti hanno evoluto un sistema di produzione del suono azionato dall'aria nel loro naso, che funziona fisicamente in modo analogo alla produzione del suono della laringe e della siringe nei mammiferi e negli uccelli, ma la sua posizione è tutt'altro che la stessa». Madsen spiega ancora: «L'evoluzione l'ha spostata dalla trachea al naso, il che ha consentito di fare pressioni molto più elevate - fino a 5 volte quelle che può produrre un trombettista - senza danneggiare i tessuti polmonari». Elemans conferma che «Questa elevato driver di pressione consente ai cetacei di emettere i suoni più forti di qualsiasi animale del pianeta", aggiunge».
A profondità superiori a 100 metri, i polmoni dei cetacei collassano per evitare i problemi da compressione/decompressione e quindi non sono utili per l'approvvigionamento d'aria, e l'aria rimanente si trova nei passaggi nasali del cranio. Questo fornisce uno spazio aereo piccolo ma sufficiente per produrre un suono di ecolocalizzazione alla sorprendente profondità di 2000 metri e oltre. Durante l'ecolocalizzazione, gli odontoceti pressurizzano l'aria nel loro naso osseo e la lasciano passare in strutture chiamate labbra foniche che vibrano proprio come le corde vocali umane. La loro accelerazione produce onde sonore che viaggiano attraverso il cranio fino alla parte anteriore della testa. Oltre all'ecolocalizzazione, gli odontoceti emettono una vasta gamma di suoni utili per la loro complessa comunicazione sociale.
Madsen ricorda che «Alcune specie, come le orche e i globicefali, emettono richiami molto complessi che vengono appresi e trasmessi culturalmente come i dialetti umani».
Nel loro studio. i ricercatori dimostrano che questi suoni sono prodotti dalle labbra foniche che vibrano nel petto e nei registri del falsetto. Hanno filmato le labbra foniche utilizzando diversi approcci, si sono avvalsi sia delfini addestrati che di animali selvatici che si muovevano liberamente con addosso un piccolo tag che registrava i loro suoni.
Elemans conclude soddisfatto: «Ci sono voluti quasi 10 anni per sviluppare nuove tecniche, raccogliere e analizzare tutti i nostri dati».
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Un additivo per rendere climate-friendly i liquami degli allevamenti
Gli allevamenti di bestiame producono grandi quantità di gas serra, soprattutto metano, particolarmente dannoso per il clima, che fuoriesce anche durante lo stoccaggio degli escrementi animali, il liquame. Ora, lo studio “Calcium cyanamide reduces methane and other trace gases during long-term storage of dairy cattle and fattening pig slurry”, pubblicato su Waste Management da Felix Holtkamp dell’ Institut für Nutzpflanzenwissenschaften und Ressourcenschutz (INRES) dell’Universität Bonn, Joachim Clemens del produttore di fertilizzanti SF-Soepenberg e da Manfred Trimborn dell'Institut für Landtechnik dell’Universität Bonn dimostra che «Le emissioni di metano possono essere ridotte del 99% con mezzi semplici ed economici» e afferma che « Il metodo potrebbe dare un importante contributo alla lotta contro il cambiamento climatico».
Negli ultimi 200 anni, la concentrazione di metano nell'atmosfera è più che raddoppiata, soprattutto a causa del consumo umano di carne: le mucche e altri ruminanti producono metano durante la digestione. Un'altra fonte importante sono gli escrementi degli animali. Holtkamp spiega che «Un terzo del metano prodotto dall'uomo nel mondo proviene dal bestiame. Si stima che fino al 50% provenga dai processi di fermentazione nel liquame». Per questo, in tutto il mondo, gli scienziati sono alla ricerca di modi per sopprimere questi processi. Holtkamp, Trimborn e Clemens hanno presentato una soluzione promettente al problema. «In laboratorio, abbiamo combinato il liquame di una fattoria con la calciocianamide, una sostanza chimica utilizzata come fertilizzante in agricoltura da oltre 100 anni. Questo ha portato a un arresto quasi completo della produzione di metano».
Infatti, secondo lo studio, «Nel complesso, le emissioni sono diminuite del 99%. Questo effetto è iniziato appena un'ora dopo l'aggiunta ed è persistito fino alla fine dell'esperimento 6 mesi dopo. La lunga efficacia è importante, perché il liquame non viene semplicemente scartato. Piuttosto, viene immagazzinato fino all'inizio della successiva stagione di crescita e poi sparso sui campi come prezioso fertilizzante. Mesi di stoccaggio sono quindi abbastanza comuni. Durante questo periodo, il liquame viene trasformato da batteri e funghi: scompongono il materiale organico non digerito in molecole sempre più piccole. Al termine di questi processi viene prodotto metano».
Holtkamp evidenzia che «La calciocianamide rompe questa catena di trasformazioni chimiche e lo fa contemporaneamente in punti diversi, come abbiamo potuto vedere nell'analisi chimica del liquame trattato. La sostanza sopprime la degradazione microbica degli acidi grassi a catena corta, un intermedio nella catena, e la loro conversione in metano. Non è ancora noto esattamente come ciò avvenga».
E la calciocianamide ha anche altri vantaggi: arricchisce il liquame con azoto e quindi migliora il suo effetto fertilizzante. Inoltre. previene la formazione dei cosiddetti strati galleggianti: depositi di materia organica che formano una solida crosta sul liquame e ostacolano lo scambio di gas. Questa crosta di solito deve essere regolarmente frantumata e mescolata. Holtkamp fa notare che «Il processo presenta anche vantaggi per gli animali stessi: spesso sono tenuti sui cosiddetti pavimenti a stecche. I loro escrementi cadono attraverso le aperture nel pavimento in un grande contenitore. La conversione microbica consente alla miscela fecale-urina di schiumare nel tempo e risalire attraverso gli spazi vuoti. Gli animali sono quindi in piedi nei loro stessi escrementi. La calciocianamide blocca questa formazione di schiuma».
Anche i costi sono gestibili: si aggirano tra 0,3 e 0,5 centesimi di euro per litro di latte per il bestiame di allevamento.
Non è ancora chiaro come il metodo influisca sul rilascio di ammoniaca dal liquame. L'ammoniaca è un gas tossico che, pur non essendo dannoso per il clima, può essere convertito in pericolosi gas serra Trimborn dice che «Abbiamo le prime indicazioni che a lungo termine si riduca anche la quantità di ammoniaca. Però, a questo punto, non possiamo dirlo con certezza».
C’è un problema: attualmente, in Germania, una legge ambientale impedisce l'aggiunta di calciocianamide perché ai fanghi stoccati in modo convenzionale si applica e un severo requisito di purezza.
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