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Rifiuti speciali, slitta la presentazione del Mud: c’è tempo fino a luglio

Il termine per adempiere agli obblighi previsti dalla normativa in merito al Modello unico di dichiarazione ambientale (Mud) slitta ai primi giorni di luglio, come informa il ministero dell’Ambiente. Il decreto della presidenza del Consiglio che aggiorna la modulistica per il Mud è atteso entro il 10 marzo in Gazzetta ufficiale; da quel momento scatteranno 120 giorni di tempo per gli operatori di settore, facendo così slittare gli obblighi tra il 4 e il 10 luglio prossimi, in base all’effettiva data di pubblicazione del decreto sulla Gazzetta ufficiale. Le dichiarazioni Mud, è utile ricordare, rappresentano la principale fonte di informazione per stimare la produzione nazionale dei rifiuti speciali, che ammontano a circa il quintuplo dei rifiuti urbani. Si tratta di un mondo dove la certezza dell’informazione, purtroppo, è ancora utopia. Basti osservare che, ai sensi del comma 3 dell’art. 189 del decreto legislativo n.152/2006, sono tenuti alla presentazione della dichiarazione annuale solo gli Enti e le imprese produttori di rifiuti pericolosi e quelli che producono i rifiuti non pericolosi, di cui all’articolo 184, comma 3, lettere c), d) e g) del citato decreto; per i rifiuti non pericolosi, sono esclusi dall’obbligo di presentazione della dichiarazione i produttori iniziali con meno di 10 dipendenti. Di fatto, dunque, gran parte degli operatori di settore resta escluso dagli obblighi Mud: non a caso anche l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) arriva a stimare il 49,8% dei rifiuti non pericolosi, non potendo accedere a fonti certe nel merito. L'articolo Rifiuti speciali, slitta la presentazione del Mud: c’è tempo fino a luglio sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Eritrea: la situazione dei diritti umani rimane disastrosa

Intervenendo alla 52esima sessione dell’Human Rights Council, la Vice Alto Commissario Onu per i diritti umani Nada Al-Nashif ha denunciato che «La situazione dei diritti umani in Eritrea rimane grave e non mostra segni di miglioramento. Continua ad essere caratterizzato da gravi violazioni dei diritti umani. Il nostro Ufficio continua a ricevere segnalazioni credibili di torture; detenzione arbitraria; condizioni di detenzione disumane; sparizioni forzate; restrizioni dei diritti alle libertà di espressione, di associazione e di riunione pacifica. Secondo quanto riferito, migliaia di prigionieri politici e prigionieri di coscienza sono dietro le sbarre da decenni. Inoltre, le vessazioni e la detenzione arbitraria di persone a causa della loro fede continuano senza sosta, con centinaia stimati di leader e seguaci religiosi colpiti». Come se non bastasse, nella ex colonia italiana dalla quale partì la feroce ed effimera conquista fascista dell’Abissinia a suon di “faccetta nera” e di iprite e di massacri,  «Gli eritrei continuano ad essere sottoposti al servizio militare o nazionale a tempo indeterminato, che si è intensificato in seguito al conflitto del Tigray». E la Al-Nashif  ha ricordato «La storia di un giovane il cui fratello è stato costretto a fuggire nella foresta per evitare la coscrizione forzata e vi ha trascorso gli ultimi 8 anni della sua vita nascondendosi, entrando occasionalmente in città di notte, per procurarsi cibo e acqua. I coscritti continuano ad essere arruolati per una durata di servizio a tempo indeterminato oltre i 18 mesi previsti dalla legge, spesso in condizioni abusive, che possono includere l'uso della tortura, della violenza sessuale e del lavoro forzato. Coloro che tentano di disertare il servizio militare vengono detenuti e puniti. L'Eritrea continua inoltre con la pratica di punire i familiari per il comportamento dei parenti che evadono la leva, anche mediante sgomberi dalle loro abitazioni». E’ infatti il servizio militare nazionale che, in un paese militarizzato e in mano a un regime ossificato che ha tradito ogni promessa di socialismo e libertà dei tempi della lotto per l’indipendenza dall’Etiopia, a restare il motivo principale per cui gli eritrei fuggono dal Paese. Secondo l'UNHCR, «Alla fine del 2022 c'erano rispettivamente oltre 160.000 e 130.000 richiedenti asilo e rifugiati in Etiopia e in Sudan, in leggero aumento rispetto agli anni precedenti, principalmente nella fascia di età dai 18 ai 49 anni. Recentemente, ci sono state segnalazioni di alcuni altri Paesi impegnati in rimpatri forzati di richiedenti asilo eritrei, che espongono i rimpatriati a gravi violazioni dei diritti umani nel loro Paese – ha detto la Al-Nashif -  Ribadiamo il nostro appello all'Eritrea affinché allinei il suo servizio militare nazionale con i suoi obblighi internazionali in materia di diritti umani e invitiamo gli Stati a fermare il rimpatrio forzato in Eritrea dei richiedenti asilo». la Vice Alto Commissario Onu per i diritti umani  ha evidenziato che «E’ allarmante che tutte queste violazioni dei diritti umani siano commesse in un contesto di completa impunità. L'Eritrea non ha adottato alcuna misura dimostrabile per garantire la responsabilità per le violazioni dei diritti umani passate e in corso. Nessuna persona è stata ritenuta responsabile per le violazioni dei diritti umani documentate dalla Commissione d'inchiesta sui diritti umani in Eritrea nel 2016 e nel 2017, che ha rilevato che l'Eritrea aveva commesso crimini contro l'umanità, tra i quali riduzione in schiavitù, detenzione, sparizione forzata, tortura e altri atti disumani, persecuzione, stupro e omicidio. Inoltre, l'Eritrea non ha adottato alcuna misura per stabilire meccanismi di responsabilità per le violazioni dei diritti umani internazionali e del diritto umanitario commesse dall’Eritrean Defence Forces (EDF) nel contesto del conflitto del Tigray in Etiopia, come rilevato dal Joint Investigation Team (JIT) del nostro Ufficio e della Commissione etiope per i diritti umani. L'Eritrea ha respinto questo rapporto del JIT e ha permesso ai perpetratori dell'EDF di agire impunemente. Non c'è alcuna reale prospettiva che il sistema giudiziario nazionale ne chieda conto ai colpevoli. Inoltre, i rapporti mostrano che mentre l'EDF ha avviato il ritiro dal Tigray, come richiesto nell'ambito dell'Accordo per una pace duratura attraverso una cessazione permanente delle ostilità firmato a Pretoria, in Sudafrica, nel novembre dello scorso anno, il ritiro rimane molto lento e in gran parte incompleto, il che richiede un monitoraggio e una segnalazione continui della situazione». Poi la Al-Nashif  è passata ad analizzare i rapporti dell’Eritrea con l’Human Rights Council: «Dopo la sua visita in Eritrea nel gennaio 2022 per partecipare al lancio delle discussioni sul quadro di cooperazione allo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, il nostro rappresentante regionale per l'Africa orientale ha condotto una seconda missione in Eritrea nel maggio 2022, su invito del governo. La missione ha esplorato le aree di supporto e assistenza tecnica a seguito delle visite di valutazione tecnica effettuate dal nostro Ufficio nel Paese nel 2015, 2016 e 2017.   Durante la visita, il team ha incontrato i ministri degli esteri, della giustizia, dell'informazione e altri alti funzionari governativi, nonché i nostri partner per lo sviluppo. A seguito di discussioni con le controparti nazionali, sono state identificate cinque aree per una potenziale cooperazione tecnica e supporto da parte del nostro Ufficio, tra cui 1) il rafforzamento dei diritti come parte di un sistema giudiziario trasformativo; 2) l'armonizzazione delle “leggi indigene o tradizionali” in linea con le norme internazionali e regionali sui diritti umani; 3) sostegno a una conferenza regionale sulla giustizia tradizionale; 4) rafforzare i diritti e la protezione delle persone con disabilità; 5) rafforzamento delle capacità sull'impegno effettivo con i meccanismi delle Nazioni Unite per i diritti umani. Oltre a queste due missioni, le autorità non hanno risposto al nostro follow-up per l'elaborazione di un piano concreto di attività e attuazione. Analogamente, a Ginevra, la Missione Permanente [dell’Eritrea] non si è impegnata con il nostro Ufficio, né il nostro Ufficio ha ricevuto alcuna risposta alle comunicazioni relative al coinvolgimento dell'Eritrea nel conflitto nel Tigray. Questa totale mancanza di cooperazione è in netto contrasto con gli impegni dell'Eritrea come membro dell’Human Rights Council e il suo impegno volontario come membro di questo Consiglio a continuare il suo impegno con il nostro Ufficio. Alla luce della mancanza di risposta dell'Eritrea nel corso degli anni, l'OHCHR non è in grado di progredire con l'impegno tecnico e la cooperazione. Mentre accogliamo con favore il maggiore impegno del governo con il Country Team delle Nazioni Unite nel contesto dell'attuazione del quadro di cooperazione allo sviluppo sostenibile dell’Onu, è necessario impegnarsi su questioni fondamentali in materia di diritti umani, attraverso il dialogo con il nostro Ufficio e l'estensione della piena cooperazione ai meccanismi internazionali per i diritti umani. Questo include il relatore speciale sulla situazione dei diritti umani in Eritrea e i titolari del mandato tematico relativo alle procedure speciali, in particolare coloro che hanno richiesto di fare una visita, tra cui il gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria, il relatore speciale sulla tortura e il relatore speciale sui diritti alla libertà di riunione pacifica e di associazione. L'Eritrea è in ritardo anche su una serie di rapporti agli organi del trattato delle Nazioni Unite (il Committee on Economic, Social and Cultural Rights, il Committee on the Elimination of Racial Discrimination e il ommittee Against Torture). Durante il terzo ciclo dell’Universal Periodic Review, el gennaio 2019, l'Eritrea ha assunto importanti impegni a sostegno di 131 raccomandazioni su 261, anche in materia di pace, giustizia e sostegno a istituzioni più forti. Durante l'ultima visita del nostro Ufficio nel maggio 2022, il governo ha dichiarato che un organismo di coordinamento sul reporting  aveva progettato un piano e un quadro d'azione per attuare queste raccomandazioni. Il nostro ufficio non ha visto questo piano nonostante il nostro follow-up». La Al-Nashif  ha concluso ribadendo il suo appello al governo eritreo «Affinché si impegni in un dialogo pieno e franco con il nostro Ufficio. Rimaniamo pronti a costruire su queste missioni in Eritrea, in particolare quelle dello scorso anno, per iniziare ad affrontare alcune delle più gravi preoccupazioni in materia di diritti umani, anche attraverso la fornitura di supporto tecnico. Chiedo inoltre agli Stati membri di incoraggiare e facilitare l'impegno dell'Eritrea con l’Human Rights Council e i suoi meccanismi». L'articolo Eritrea: la situazione dei diritti umani rimane disastrosa sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Panama pioniere blu: ampliata la grande area marina protetta di Banco Volcán (VIDEO)

Con l'espansione dell'área marina protegida de Banco Volcán nei Caraibi panamensi, il governo di Panama,  con il supporto dello Smithsonian Tropical Research Institute (STRI), ha protetto più della metà dei suoi oceani. Infatti, alla  conferenza Our Ocean a Panama City, il presidente Laurentino Cortizo e il ministro dell'ambiente Milciades Concepción hanno firmato un decreto esecutivo che aggiunge al Banco Volcán 36.058 miglia quadrate di mare protetto. Inaugurando la Conferenza Our Ocean 2023che si è tenuta il 2 e 3 marzo, il presidente della Repubblica, Laurentino Cortizo Cohen,  ha detto: «Siamo onorati di ospitare l'ottava edizione di questa importante conferenza internazionale, in cui i paesi del mondo intrattengono conversazioni franche con lo scopo di impegnarsi in azioni per la conservazione e il rafforzamento della vita nell'oceano. Durante questi due giorni di dialogo i nostri impegni saranno rinnovati con nuovi approcci, per continuare la lotta per la protezione del nostro oceano, che è la base per la sopravvivenza del pianeta e la vita di oltre 8 miliardi di persone. esseri umani che lo abitano. L'impegno di Panama per la vita sul pianeta è reale, inequivocabile e forte, e le decisioni che abbiamo preso come Paese lo dimostrano. Siamo, insieme a Bhutan e Suriname, nel gruppo degli unici tre paesi dichiarati carbon negative al mondo. Durante la nostra amministrazione, abbiamo assunto gli impegni dell'Agenda 2030 e degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. E’ stata data priorità all'espansione delle aree marine protette, in particolare la protezione e la connettività del corridoio marino del Pacifico tropicale orientale, lavorando in coordinamento con i Paesi vicini per promuovere la protezione transnazionale delle risorse marine e per sviluppare azioni contro la pesca. illegale. Nel 2021, Panama ha raggiunto la protezione di oltre il 30% del nostro oceano, raggiungendo in anticipo l'obiettivo dell'iniziativa 30x30». Poi Cortizo Cohen ha chiesto che «Vengano concordati impegni condivisi, obiettivi chiari e strategie efficaci, non solo nell'aspetto politico, ma anche nella realizzazione di azioni e sostegno finanziario che costituiscono un investimento per il futuro dell'oceano. il futuro della vita sul pianeta. Panama è sempre disposta a partecipare attivamente per la sopravvivenza del nostro oceano, del nostro pianeta e dell'umanità». E, per dimostrare che il suo Paese fa sul serio ha firmato il decreto esecutivo che crea l' Área Protegida de Banco Volcán, aumentando così la sua superficie fino a 93.390 Km2, cioè 6 volte la sua dimensione originale e portando Panama a salvaguardare il 54,33% della sua zona economica esclusiva. La conferenza ha affrontato 6 aree di azione: Aree Marine Protette; sicurezza marittima; blue economy,  pesca sostenibile; Cambiamenti climatici e inquinamento marino e il presidente panamense ha sottolineato che «La conferenza Our Ocean 2023 crea l'opportunità per Panama di dimostrare la sua leadership nel campo degli oceani, per cercare e creare collegamenti strategici che ci consentano di continuare a promuovere iniziative che ci hanno reso un "leader blu" riconosciuto a livello mondiale. Questo incontro consente anche un dialogo diretto con le organizzazioni finanziarie che cercano di investire o sostenere progetti che comportano cambiamenti positivi per il pianeta. Panama è stato riconosciuto come "Blue Leader", un titolo che viene concesso solo ai paesi che hanno raggiunto l'obiettivo di proteggere il 30% o più dei loro oceani, un risultato che Panama ha raggiunto prima della data prevista per l'anno 2030». La proposta di ampliare i confini dell'área marina protegida de Banco Volcán è stata avanzata nel 2022 in risposta a una richiesta del ministero dell'ambiente, dopo una revisione dell'area protetta da parte dello scienziato Héctor Guzmán, biologo marino di STRI e co-fondatore di MigraMar, e tenendo in considerazione l'integrità ecologica della regione. Tempi impensabili in Italia, dove si aspetta ancora dal 1982 di istituire la prevista Area marina protetta dell’Arcipelago Toscano. Allo STRI spiegano che «Creata nel 2015, con’estenzione  5.487 miglia quadrate, la "Banco Volcán Managed Resources Area" è un'area con risorse naturali uniche, come catene montuose profonde e un'elevata biodiversità che comprende varie specie migratrici e specie protette e in via di estinzione, tutte importanti per la salute di gli oceani».  L'espansione dell'Area Marina Protetta del Banco Volcán nel 2023 non solo ha portato Panama a proteggere oltre il 54% delle sue acque territoriali, ma attutirà anche i cambiamenti climatici, proteggerà gli ambienti montuosi di acque profonde di Panama e contribuirà a salvaguardare la fauna dagli interventi umani, tra cui diverse specie di pesci e invertebrati di alto valore commerciale, come l'aragosta spinosa dei Caraibi (Panulirus argus). Pertanto, questa azione avrà un impatto diretto sulla protezione di un'importante risorsa sostenibile per le comunità costiere indigene e afro-caraibiche di Panama. Inoltre, potrebbe mantenere la connettività delle rotte migratorie per le specie oceaniche e marino-costiere nell'area che si estende lungo le coste caraibiche di Giamaica, Colombia, Honduras, Nicaragua, Costa Rica e Panama». Guzmán aggiunge: «Con la protezione di oltre la metà dei suoi mari, comprese le vaste riserve oceaniche su entrambi i lati dell'istmo, Panama non solo garantisce la conservazione della sua biodiversità marina e il sostentamento a lungo termine delle persone che dipendono da questi ecosistemi, ma è anche in grado di guidare uno sforzo regionale molto più ambizioso». Da quasi 20 anni lo STRI accompagna il governo panamense mettendo a disposizione le basi scientifiche per la creazione di nuove aree marine protette,  a partire dal del Parque Nacional Coiba nel 2004 e seguito archipiélago de Las Perlas nel 2007, entrambi nelle zone costiere panamensi dell'Oceano Pacifico. Nel 2015, STRI ha guidato la progettazione e la giustificazione scientifica per la creazione delle prime due aree marine protette oceaniche: Banco Volcán nei Caraibi e Cordillera de Coiba nel Pacifico, aiutando così Panama a proteggere il 13% dei suoi oceani e a superare l'obiettivo internazionale di Aichi per la diversità biologica. Nel 2021, lo STRI ha nuovamente sostenuto il governo panamense con i dati scientifici per l'ampliamento dell'area marina protetta della Cordillera de Coiba, con il quale Panama aveva raggiunto 37.926 miglia quadrate di aree marine protette e molto in anticipo l’obiettivo 30x30 dell’Onu di proteggere almeno il 30% della sua superficie marina entro il 2030. Secondo Joaquín Labougle di Blue Nature Alliance per i Caraibi e l'America Latina, «La leadership di Panama nell'espansione del Banco Volcán ha dimostrato che l'impegno e l'azione nella conservazione marina possono andare oltre l'obiettivo standard di proteggere almeno il 30% dell'oceano. Ci auguriamo che altri Paesi dei Caraibi seguano l'esempio di Panama o aumentino le proprie ambizioni oltre l'impegno del 30% di area protetta». Joshua Tewksbury, direttore dello STRI, conclude: «L'espansione del Banco Volcan è un primo passo essenziale per la protezione regionale su larga scala della biodiversità marina. Da parte nostra e di altri, sarà necessaria molta più scienza per garantire il monitoraggio di questa vasta area e garantire che specifici interventi politici creino effettivamente gli ecosistemi sostenibili che tutti desideriamo».   L'articolo Panama pioniere blu: ampliata la grande area marina protetta di Banco Volcán (VIDEO) sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Trattato sulla protezione internazionale del mare, gli ambientalisti: bene ora ratificarlo rapidamente

Dopo quasi vent'anni di negoziati, è stato approvato lo storico UN Ocean Treaty  che ora passerà alla revisione tecnica e alla traduzione, prima di essere adottato ufficialmente in un'altra sessione. Per Greenpeace international. «Questo trattato è una vittoria monumentale per la protezione degli oceani e un segnale importante che il multilateralismo funziona ancora in un mondo sempre più diviso. L'accordo di questo Trattato mantiene vivo l'obiettivo 30×30 – proteggere il 30% degli oceani del mondo entro il 2030 –. Fornisce un percorso per la creazione di aree completamente o altamente protette negli oceani del mondo. Ci sono ancora difetti nel testo e i governi devono garantire che il Trattato sia messo in pratica in modo efficace ed equo affinché possa essere considerato un Trattato veramente ambizioso». Rebecca Hubbard, direttrice dell’High Seas Alliance, ha commentato: «Dopo due settimane di trattative e sforzi da supereroi nelle ultime 48 ore, i governi hanno raggiunto un accordo su questioni chiave che promuoveranno la protezione e una migliore gestione della biodiversità marina in alto mare». High Seas Alliance ricorda che «L'alto mare, l'area dell'oceano che si trova oltre le acque nazionali dei Paesi, è il più grande habitat sulla Terra e ospita milioni di specie. Con attualmente poco più dell'1% delle acque d'alto mare protette, il nuovo trattato fornirà un percorso per istituire aree marine protette in queste acque. E’ anche uno strumento chiave per aiutare a raggiungere il target di Kunming-Montreal di almeno il 30% di protezione degli oceani del mondo entro il 2030 appena concordato a dicembre: il livello minimo di protezione che gli scienziati avvertono che è necessario per garantire un oceano sano. Ma il tempo è essenziale. Il nuovo Trattato porterà la governance degli oceani nel XXI secolo, stabilendo anche requisiti moderni per valutare e gestire le attività umane pianificate che avrebbero un impatto sulla vita marina in alto mare, oltre a garantire una maggiore trasparenza. Questo  rafforzerà notevolmente un'efficace gestione territoriale della pesca, del trasporto marittimo e di altre attività che hanno contribuito al declino generale della salute degli oceani. La questione dei finanziamenti sufficienti per finanziare l'attuazione del Trattato, così come le questioni di equità relative alla condivisione dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine, è stato uno dei principali punti di scontro tra Nord e Sud durante il meeting. Tuttavia, fino alle ultime ore del summit, i governi sono stati in grado di concludere un accordo che prevede un'equa condivisione di questi benefici derivanti dal mare profondo e dall'alto mare». Per quanto riguarda l'Italia, Antonio Nicoletti, responsabile nazionale Aree protette e biodiversità di Legambiente, ha detto che «Il sistema di protezione delle acque internazionali che abbiamo fin qui utilizzato anche nel nostro Paese, ad esempio, ha prodotto poca tutela e molta confusione. Come nel caso del Santuario dei Mammiferi marini definito sulla base dell’Accordo Pelagos nel 1999 che interessa Francia, Italia e principato di Monaco che aveva l’ambizione di tutelare una vastissima area dell’alto Tirreno (87.500 kmq e 2.022 km di costa) in un mare, quello Mediterraneo, tra i più esposti alle pressioni antropiche ma anche uno dei 25 hot spot di biodiversità riconosciuti a livello globale. Il Santuario, creato sulla base di un accordo tra Stati e non sulla base di un trattato internazionale, è stato fin qui un clamoroso flop: facciamo fatica a individuare uno solo dei rischi conosciuti per i mammiferi marini presenti nell’area (traffici marittimi, trasporti di idrocarburi, etc…) che è stato mitigato dall’azione di tutela imposta dalla presenza dal Santuario. Perciò ben venga questo nuovo trattato attraverso il quale l’Onu istituirà una conferenza delle parti (Cop) ad hoc che si riunirà periodicamente e consentirà agli Stati membri di essere chiamati a rispondere di questioni quali la governance e la biodiversità. Uno strumento come questo serve per istituire nuove aree marine protette e proteggere il bacino del Mediterraneo. Ma il Trattato serve principalmente al nostro Paese per affrontare con la dovuta diligenza la tutela di aree particolarmente esposte come l’alto Adriatico, dove serve un’azione congiunta con i Paesi balcanici per tutelare i siti importanti per la presenza dei mammiferi marini e per ridurre i rischi di utilizzo dei fondali per la ricerca e lo sfruttamento degli idrocarburi. Serve per i banchi di coralligeno a sud di capo d’Otranto, d’intesa con i paesi costieri dell’Adriatico meridionale (Albania, Grecia, Cipro) e la biodiversità presente nel Canale di Sicilia d’intesa con i Paesi del Nord d’Africa. Oggi, dopo una lunga attesa, abbiamo uno strumento in più a disposizione per raggiungere l’obiettivo globale di proteggere la biodiversità e frenare i cambiamenti climatici. Serve, come sempre, una decisa azione di Governo per procedere nella direzione giusta. Ma questa la deve fornire la politica e poco possono fare i trattati». Secondo Gladys Martínez, direttrice esecutiva dell’Asociación Interamericana para la Defensa del Ambiente (AIDA), «I governi hanno compiuto un passo importante che rafforza la protezione legale di due terzi dell'oceano e con essa la biodiversità marina, i mezzi di sussistenza delle comunità costiere e sovranità alimentare. L'accordo traccia un percorso per la creazione di aree di elevata e integrale protezione in alto mare, nonché per la valutazione ambientale di progetti e attività che possono danneggiare questa vasta area». Laura Meller, oceans campaigner di Greenpeace Nordic,  che ha partecipato all”Intergovernmental Conference on an international legally binding instrument under the United Nations Convention on the Law of the Sea on the conservation and sustainable use of marine biological diversity of areas beyond national jurisdiction (General Assembly resolution 72/249)”  tenutasi all’Onu a New York, subito dopo la sofferta approvazione, ha sottolineato che «Questo è un giorno storico per la conservazione e un segno che in un mondo diviso, la protezione della natura e delle persone può trionfare sulla geopolitica. Aver messo da parte le differenze e aver approvato un trattato, ci consentirà di proteggere gli oceani, costruire la nostra resilienza ai cambiamenti climatici e salvaguardare le vite e i mezzi di sussistenza di miliardi di persone. Lodiamo i Paesi per aver cercato compromessi, messo da parte le differenze e consegnato un Trattato che ci consentirà di proteggere gli oceani, costruire la nostra resilienza ai cambiamenti climatici e salvaguardare le vite e i mezzi di sussistenza di miliardi di persone. Ora possiamo finalmente passare dalle chiacchiere al vero cambiamento in mare. I Paesi devono adottare formalmente il Trattato e ratificarlo il più rapidamente possibile per farlo entrare in vigore e quindi fornire i santuari oceanici completamente protetti di cui il nostro pianeta ha bisogno. Il tempo stringe ancora per arrivare al 30×30. Abbiamo ancora mezzo decennio e non possiamo essere compiacenti». La Meller ha ricordato che «La High Ambition Coalition, che comprende Unione europea (Italia compresa, ndr), Stati Uniti e Regno Unito, e la Cina sono stati attori chiave nella mediazione dell'accordo. Entrambi hanno mostrato la volontà di scendere a compromessi negli ultimi giorni di colloqui e hanno costruito coalizioni invece di seminare divisioni. I piccoli Stati insulari hanno mostrato leadership durante tutto il processo e il gruppo G77 ha aperto la strada per garantire che il Trattato possa essere messo in pratica in modo giusto ed equo. L'equa ripartizione dei benefici monetari derivanti dalle risorse genetiche marine è stato un punto critico. Questo è stato risolto solo l'ultimo giorno di colloqui. La sezione del Trattato sulle aree marine protette elimina il processo decisionale basato sul consenso che non è riuscito a proteggere gli oceani attraverso organismi regionali esistenti come lAntarctic Ocean Commission. Sebbene nel testo vi siano ancora questioni importanti da risolvere, si tratta di un trattato praticabile che rappresenta un punto di partenza per proteggere il 30% degli oceani del mondo. L'obiettivo 30×30, concordato alla COP15 sulla biodiversità, non sarebbe realizzabile senza questo storico Trattato. E’ fondamentale che i paesi ratifichino urgentemente questo trattato e inizino i lavori per creare vasti santuari oceanici completamente protetti che coprano il 30% degli oceani entro il 2030. Ora inizia il duro lavoro di ratifica e protezione degli oceani. Dobbiamo sfruttare questo slancio per respingere nuove minacce come l'estrazione mineraria in acque profonde e concentrarci sulla messa in atto della protezione. Oltre 5,5 milioni di persone hanno firmato una petizione di Greenpeace chiedendo un trattato forte. Questa è una vittoria per tutti loro». Matthew Collis, vicepresidente per le politiche dell’IFAW. «L'accordo per un  nuovo trattato per la conservazione dell'alto mare è un modo meraviglioso per celebrare la Giornata mondiale della fauna selvatica per gli animali oceanici e le loro case in alto mare. IFAW si congratula con i governi per questo passo significativo, che traccia un percorso per proteggere il 30% degli oceani entro il 2030. Per raggiungere il 30×30, i governi devono ora adottare, ratificare e attuare il nuovo Trattato senza indugio». Lance Morgan, presidente del Marine Conservation Institute, ha sottolineato che «Sulla scia del Global Biodiversity Framework, questo accordo storico è un enorme passo avanti verso la garanzia di aree marine protette in alto mare e il raggiungimento di 30×30"». Lisa Speer, direttrice International Ocean program del Natural Resources Defense Council (NRDC), ha sottolineato che «Questo testo fornisce le basi per proteggere i principali punti caldi della biodiversità in alto mare. Ora abbiamo un percorso per raggiungere l'obiettivo di proteggere in modo significativo almeno il 30% degli oceani entro il 2030, un obiettivo che secondo gli scienziati è fondamentale per mantenere la salute degli oceani di fronte al riscaldamento degli oceani, all'acidificazione e ad altri impatti del cambiamento climatico. Ora cominciamo». Fabienne McLellan, AD di OceanCare, è convinta che «Questo trattato sarà il punto di svolta di cui l'oceano ha urgente bisogno. Accogliamo con particolare favore gli elementi incentrati sulla conservazione, come le valutazioni di impatto ambientale. Le VIA sono uno dei meccanismi più efficaci e importanti per prevenire, mitigare e gestire le attività dannose nei casi in cui vi sia un grave danno alla vita marina dovuto, ad esempio, all'inquinamento acustico sottomarino. Sebbene abbiamo sostenuto una maggiore ambizione nelle disposizioni sulle VIA, questi requisiti rafforzeranno comunque la conservazione degli oceani». Anche Susanna Fuller, VP conservation and projects di Oceans North, è soddisfatta: «Facendo seguito all'accordo di Kunming-Montreal, che stabilisce un percorso globale per la protezione della biodiversità, questo trattato porterà un'ambizione simile in alto mare. Poiché le acque del Canada sono delimitate da tre bacini oceanici internazionali, ha un ruolo enorme nel garantire che il Trattato sia pienamente attuato, una volta adottato formalmente». Liz Karan, direttrice del ocean governance project  di Pew, sottolinea che «L'effettiva attuazione di questo storico trattato è l'unica strada per salvaguardare la biodiversità in alto mare per le generazioni a venire e fornisce un percorso alle nazioni per raggiungere l'obiettivo 30X30. I governi e la società civile devono ora garantire che l'accordo sia adottato ed entri rapidamente in vigore». Christopher Chin, direttore esecutivo del Center for Oceanic Awareness, Research, and Education (COARE), è d’accordo: «Con questo testo concluso,  il mondo ha fatto un grande passo avanti nell'abbracciare l'importanza dell'alto mare e nel raggiungere l’obiettivp 30X30 obiettivi. Una volta adottato, tuttavia, gli Stati membri devono ancora ratificare il Trattato e li invitiamo a farlo rapidamente». Andrew Deutz, direttore politica globale, istituzioni e finanza per la conservazione di The Nature Conservancy, fa notare che «Sebbene il Trattato abbia  margini di miglioramento, dovremmo nondimeno celebrare il fatto che, dopo più di un decennio di discussioni e tre tentativi concertati per superarlo, abbiamo finalmente un quadro globale per la conservazione e l'uso sostenibile dei biodiversità per quasi la metà della superficie del nostro pianeta. Se questo sarà arrivato in tempo per rallentare l'accelerazione della crisi ecologica in atto nel nostro oceano dipenderà dalla rapidità con cui i Paesi potranno ratificare il Trattato a livello nazionale e iniziare a integrare ambizioni come 30X30 sia nel proprio processo decisionale, sia in quello globale enti che gestiscono l'attività umana in alto mare. Vedremo se potranno farlo rapidamente, mettendo le persone e il pianeta al di sopra della politica», Per Farah Obaidullah, ocean advocate e  fondatrice di Women4Oceans, «Questo è un momento storico per l'umanità e per la protezione di tutti gli esseri viventi nel nostro oceano globale. Un raro e gradito momento di speranza per tutti noi giustamente preoccupati per lo stato del mondo. Quasi la metà del nostro pianeta avrà ora una possibilità di una sorta di protezione dai sempre crescenti attacchi all'oceano. Questo trattato non arriva un momento troppo presto. Con il peggioramento delle crisi climatiche e della fauna selvatica globale e una nuova e sconsiderata industria mineraria in acque profonde all'orizzonte, non possiamo permetterci alcun ritardo nell'entrata in vigore di questo trattato». 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