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L’evoluzione del linguaggio umano: la teoria della discesa laringea

Gli esseri umani hanno sviluppato la capacità di parlare grazie alla posizione discendente della laringe. Tuttavia, alcuni ricercatori suggeriscono che il linguaggio potrebbe essere iniziato molto prima di quanto si pensasse. L'articolo L’evoluzione del linguaggio umano: la teoria della discesa laringea sembra essere il primo su Scienze Notizie.

Tutte le lingue del mondo condividono queste due piccole parole sempre uguali

Si ritiene che nel mondo esistano attualmente più di 7.000 lingue diverse per origine, storia, influenze culturali, modelli comunicativi, pronuncia. Eppure, in questa varietà così ampia da essere quasi impossibile da immaginare, esistono dei punti di convergenza che accomunano tutti i sistemi di comunicazione verbale presenti sul Pianeta – come ha dimostrato questo studio recentemente...

Le parole ‘questo’ e ‘quello’ presenti universalmente nel linguaggio umano

Uno studio rivela che le parole 'questo' e 'quello' sono presenti in tutte le lingue testate, indicando un'origine evolutiva precoce dei dimostrativi spaziali. L'articolo Le parole ‘questo’ e ‘quello’ presenti universalmente nel linguaggio umano sembra essere il primo su Scienze Notizie.

Condizioni meteorologiche estreme: Early Warnings For All entra in azione

Il recente ciclone Freddy, che ha battuto ogni record di durata devastando una grande area tre Madagascar, Mozambico, Malawi e Zimbabwe, ha dimostrato ancora una volta l'importanza fondamentale delle allerte meteorologiche precoci  per salvare vite e mezzi di sussistenza da eventi meteorologici e climatici sempre più estremi. Early Warnings For All, un'iniziativa globale per garantire che, entro il 2027, tutti sulla Terra siano protetti da allerte meteorologiche precoci sta per essere messa rapidamente in azione sul campo.  Per aiutare questo lavoro, il 21 marzo il Segretario generale dell’Onu António Guterres ha convocato un gruppo consultivo di leader di agenzie delle Nazioni Unite, banche multilaterali di sviluppo, organizzazioni umanitarie, società civile, assicurazioni e società IT con l'obiettivo di avere una maggiore influenza politica, tecnologica e finanziaria per garantire che  Early Warnings for All diventi una realtà per tutti, ovunque. La World meteorological organization (WMO) informa che «Nei mesi a venire vedranno intensificare l'azione coordinata, inizialmente in 30 Paesi particolarmente a rischio, compresi i piccoli Stati insulari in via di sviluppo e i Paesi meno sviluppati. Si prevede l'aggiunta di altri Paesi man mano che questo lavoro vitale con i partner aumenterà ritmo, dimensioni e le risorse. Allo stesso tempo, le azioni e le iniziative esistenti delle Nazioni Unite per salvare vite umane e mezzi di sussistenza e costruire la resilienza in un'ampia gamma di altri Paesi continueranno e saranno rafforzate, assicurando che la campagna Early Warnings for All trasformi i suoi impegni in realtà salvavita sul terreno per milioni di persone tra le più vulnerabili. L'obiettivo non è reinventare la ruota, ma piuttosto promuovere la collaborazione e le sinergie e sfruttare il potere dei telefoni cellulari e delle comunicazioni di massa». Guterres ha sottolineato: «Ora è il momento per noi di fornire risultati. Milioni di vite sono in bilico, è inaccettabile che i Paesi e i popoli che hanno contribuito meno a creare la crisi stiano pagando i prezzi più alti. Le persone che vivono in Africa, Asia meridionale, America meridionale e centrale e piccoli Stati insulari hanno 15 volte più probabilità di morire a causa di disastri climatici. Queste morti sono prevenibili. Le prove sono chiare: i sistemi di allerta precoce sono una delle misure più efficaci di riduzione del rischio e di adattamento al clima per ridurre la mortalità e le perdite economiche in caso di calamità». Occorre che la comunità internazionale agisca urgentemente perché negli ultimi 50 anni, il numero di disastri registrati è aumentato di 5 volte, a causa in gran parte dal cambiamento climatico indotto dall'uomo che sta sovraccaricando il nostro clima. Questa tendenza dovrebbe continuare. Se non viene intrapresa nessuna azione, si prevede che entro il 2030 il numero di eventi disastri di media o grande scala raggiungerà i 560 all'anno, 1,5 al giorno. Il verificarsi di condizioni meteorologiche avverse e gli effetti del cambiamento climatico aumenteranno la difficoltà, l'incertezza e la complessità degli sforzi di risposta alle emergenze in tutto il mondo. La metà dei Paesi del mondo non dispone di adeguati sistemi di allerta precoce e ancora meno dispone di quadri normativi per collegare gli allarmi precoci ai piani di emergenza e il segretario generale della WMO, of. Petteri Taalas ha ricordato che «Le inondazioni senza precedenti in Mozambico, Malawi e Madagascar causate dal ciclone tropicale Freddy evidenziano ancora una volta che il clima e le precipitazioni stanno diventando più estremi e che i rischi legati all'acqua sono in aumento. Le aree più colpite hanno ricevuto mesi di pioggia nel giro di pochi giorni e gli impatti socio-economici sono catastrofici. Preavvisi accurati combinati con una gestione coordinata dei disastri sul campo hanno impedito che il bilancio delle vittime aumentasse ancora di più. Ma possiamo fare ancora meglio ed è per questo che l'iniziativa Early Warnings for All è la massima priorità per la WMO. Oltre a evitare danni, i servizi meteorologici, climatici e idrologici sono economicamente vantaggiosi per l'agricoltura, i trasporti aerei, marittimi e terrestri, l'energia, la salute, il turismo e varie attività commerciali». WMO e United Nations Office for Disaster Risk Reduction (UNDRR) sono i leader dell'iniziativa Early Warnings for All, insieme all'International Telecommunication Union (ITU) ae all’International Federation of Red Cross and Red Crescent Societies (IFRC) e Mami Mizutori, rappresentante speciale dell’UNDRR ha evidenziato che «L'operatività di questa iniziativa è un chiaro esempio di come il Sistema delle Nazioni Unite e i suoi partner possono lavorare insieme per salvare vite umane e proteggere i mezzi di sussistenza dai disastri. I sistemi di allerta precoce inclusivi e multi-rischio che chiudono l'"ultimo miglio" sono tra i migliori metodi di riduzione del rischio di fronte ai pericoli legati al clima e ai pericoli geofisici come gli tsunami. Raggiungere questo obiettivo non è solo un chiaro obiettivo nel Sendai Framework for Disaster Risk Reduction, ma anche un imperativo morale». I sistemi di allerta precoce sono ampiamente riconosciuti come “il frutto maturo” e a portata di mano per l'adattamento ai cambiamenti climatici perché sono un modo relativamente economico ed efficace per proteggere le persone e i beni dai pericoli, tra cui tempeste, inondazioni, ondate di caldo e tsunami. La WMO fa notare che «I sistemi di allerta precoce forniscono un ritorno sull'investimento più che decuplicato. Solo 24 ore di preavviso di un evento pericoloso imminente possono ridurre del 30% i danni che ne derivano. La Global Commission on Adaptation ha scoperto che spendere solo 800 milioni di dollari per tali sistemi nei Paesi in via di sviluppo eviterebbe perdite da 3 a 16 miliardi di dollari all'anno». La segretaria generale dell'ITU, Doreen Bogdan-Martin, ha sottolineato che «Quando si verifica un disastro, le persone e le comunità possono rivolgersi alla tecnologia come un'ancora di salvezza. Indirizzando il lavoro della Early Warnings for All initiative One sulla “disseminazione e comunicazione degli allarmi”, l'ITU contribuisce a garantire che le persone a rischio possano agire in tempo per il nostro mondo sempre più vulnerabile dal punto di vista climatico». Gli avvisi di allerta possono essere inviati tramite canali radiofonici e televisivi, social media e sirene. L'ITU raccomanda «Un approccio inclusivo e incentrato sulle persone utilizzando il Common Alerting Protocol (CAP), un formato di dati standardizzato per gli avvisi pubblici, per mantenere i messaggi coerenti attraverso diversi canali». Il segretario generale dell'IFRC, Jagan Chapagain. Asggiunge che «Gli allarmi precoci che si traducono in preparazione e risposta salvano vite umane. Poiché i disastri legati al clima stanno diventando più frequenti, più intensi e più mortali, sono essenziali per tutti, ma una persona su tre a livello globale non è ancora coperta. I sistemi di allerta precoce sono il modo più efficace e dignitoso per evitare che un evento meteorologico estremo crei una crisi umanitaria, soprattutto per le comunità più vulnerabili e remote che ne sopportano il peso maggiore. Nessuna vita dovrebbe essere persa in un disastro prevedibile». L' iniziativa Early Warnings for All  prevede, tra il 2023 e il 2027,  nuovi investimenti mirati iniziali di 3,1 miliardi di dollari, una somma molto più bassa dei benefici che porterà. Si tratta di circa il 6% dei 50 miliardi di dollari richiesti per il finanziamento dell'adattamento climatico e riguarderebbero il rafforzamento della conoscenza del rischio di catastrofi, le osservazioni e le previsioni, la preparazione e la risposta e la comunicazione degli allarmi precoci. La WMO spiega che «Per attuare il piano per proteggere ogni persona sulla Terra è necessaria una gamma di soluzioni di finanziamento innovative nuove e preesistenti. Questi includono un potenziamento della Climate Risk Early Warning Systems (CREWS) Initiative, il Systematic Observations Financing Facility (SOFF ) e programmi di investimento accelerati dei fondi per il clima, come il Green Climate Fund (GCF) e l’ Adaptation Fund e di mportanti Banche multilaterali di sviluppo (MDB), nonché altri nuovi strumenti finanziari innovativi tra tutti gli stakeholders della catena del valore dell'allerta precoce». La riunione del gruppo consultivo prenderà in considerazione l'avanzamento dei quattro pilastri chiave del Multi-Hazard Early Warning System (MHEWS): Conoscenza e gestione del rischio di catastrofi (374 milioni di dollari): punta a raccogliere dati e intraprendere valutazioni del rischio per aumentare le conoscenze sui pericoli, le vulnerabilità e le tendenze. E’ guidato dall'UNDRR con il sostegno della WMO. Rilevamento, osservazioni, monitoraggio, analisi e previsione dei pericoli (1,18 miliardi di dollari) per sviluppare servizi di monitoraggio dei pericoli e di allerta precoce. Guidato dalla WMO, con il sostegno dell’UN Development Porgramme (UNDP), UN Educational, Scientific and Cultural Organization (UNESCO) e UN Environment Programme (UNEP). Disseminazione e comunicazione (550 milioni di dollari) per comunicare le informazioni sui rischi in modo che raggiungano tutti coloro che ne hanno bisogno, siano comprensibili e utilizzabili. Guidato dall’ITU, con il supporto di IFRC, UNDP e WMO. Preparazione e risposta ($ 1 miliardo di dollari) per costruire capacità di risposta a livello nazionale e comunitario. Guidato da IFRC, con il supporto di Risk Informed Early Action Partnership (REAP), Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA), Food and Agriculture Organization (Fao) e World Food Programme (WFP).   L'articolo Condizioni meteorologiche estreme: Early Warnings For All entra in azione sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Il peso della colpa: la biomassa del bestiame supera quella dei mammiferi selvatici

Guardando i documentari in televisione, ci viene da credere che la Terra sia un regno infinito di grandi pianure, giungle e oceani popolato da innumerevoli  animali selvatici, aa Secondo lo studio “The global biomass of wild mammals”, il primo censimento globale della biomassa dei mammiferi selvatici pubblicato recentemente su PNAS da un team di ricercatori israeliani,  in realtà quel mondo popolato da animali iconici sta scomparendo rapidamente, sostutuito dai nostri animali di allevamento e da noi stessi. Infatti, lo studio dimostra che «La biomassa dei mammiferi selvatici sulla terraferma e in mare è molto meno dell peso combinato di bovini, maiali, pecore e altri mammiferi domestici». Il team di ricercatori guidato da Ron Milo del Weizmann Institute of Science ha scoperto che «La biomassa del bestiame ha raggiunto circa 630 milioni di tonnellate, 30 volte il peso di tutti i mammiferi terrestri selvatici (circa 20 milioni di tonnellate) e 15 volte quello dei mammiferi marini selvatici (40 milioni di tonnellate)». Il precedente studio “Global human-made mass exceeds all living biomass”, pubblicato dallo stesso Team di Milo su Nature nel dicembre 2020, aveva dimostrato che nel 2020 la massa di oggetti creati dall'uomo - qualsiasi cosa, dai grattacieli ai giornali - aveva superato l'intera biomassa del pianeta, dalle sequoie alle api . Nel nuovo studio i ricercatori isrealiani forniscono una nuova prospettiva dell'impatto in rapido aumento dell'umanità sul nostro pianeta, mostrando il rapporto tra esseri umani e mammiferi domestici e mammiferi selvatici.. Milo spiega che «Questo studio è un tentativo di vedere il quadro più ampio. L'abbagliante diversità delle varie specie di mammiferi può oscurare i drammatici cambiamenti che interessano il nostro pianeta. Ma la distribuzione globale della biomassa rivela prove quantificabili di una realtà che può essere difficile da cogliere altrimenti: mette a nudo il dominio dell'umanità e del suo bestiame sulle popolazioni molto più piccole dei mammiferi selvatici rimasti». Per calcolare la biomassa dei mammiferi, la classe alla quale apparteniamo, i ricercatori hanno messo insieme i censimenti esistenti delle specie di mammiferi selvatici e le caratteristiche distintive di altre centinaia.  Lior Greenspoon e Eyal Krieger del Department of plant and environmental Sciences del Weizmann  - diretto da Milo - hanno guidato la trasformazione delle informazioni accumulate in stime della biomassa animale e umana. I censimenti raccolti hanno prodotto dati su circa la metà della biomassa globale dei mammiferi. Il team ha calcolato la metà rimanente utilizzando un modello computazionale di apprendimento automatico addestrato sulla metà iniziale e che incorporava più parametri, tra cui il peso corporeo degli individui, la distribuzione dell'area, la nutrizione e la classificazione zoologica. L'analisi ha mostrato che «L'influenza umana influenza fortemente anche la presenza relativamente limitata di mammiferi rimanenti in natura. Molti dei mammiferi selvatici in cima alla tabella della biomassa, come le specie di cervo dalla coda bianca e il cinghiale, sono arrivati che sono ​​lì in parte a causa dell'attività antropica e che ora in alcune aree sono visti come parassiti». I ricercatori sono convinti che le stime del nuovo studio sui rapporti tra la biomassa selvatica e umani/bestiame «Possono aiutare a monitorare le popolazioni di mammiferi selvatici a livello globale e aiutare a valutare il rischio rappresentato dalle malattie che si diffondono dagli animali all'uomo, una dinamica che molti epidemiologi avvertono continuerà a generare epidemie». Al Weizmann Institute of Science  ricordano che «Per l'umanità, i mammiferi selvatici sono un'ispirazione e spesso fungono da icone che incoraggiano gli sforzi di conservazione della natura». Per comprendere meglio l'impatto umano sull'ambiente, gli scienziati del laboratorio di Milo stanno attualmente analizzando come è cambiata la biomassa dei mammiferi nel secolo scorso. Greenspoon spiega a sua volta: «Trovo importante capire, ad esempio, quando esattamente il peso combinato dei mammiferi domestici ha superato quello di quelli selvatici. Una migliore comprensione dei cambiamenti indotti dall'uomo può aiutare a stabilire obiettivi di conservazione e offrirci una prospettiva sui processi globali a lungo termine». Milo  conclude: «Più siamo esposti al pieno splendore della natura, sia attraverso i film, i musei o l'ecoturismo, più potremmo essere tentati di immaginare che la natura sia una risorsa infinita e inesauribile. In realtà, il peso di tutti i mammiferi terrestri selvatici rimasti è inferiore al 10% del peso combinato dell'umanità, il che equivale a circa 2, 7 Kg di mammiferi terrestri selvatici per persona. In altre parole, la nostra ricerca mostra, in termini quantificabili, l'entità della nostra influenza e come le nostre decisioni e scelte nei prossimi anni determineranno ciò che resterà della natura per le generazioni future». L'articolo Il peso della colpa: la biomassa del bestiame supera quella dei mammiferi selvatici sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Indagine Bei sul clima: gli italiani più virtuosi di francesi e tedeschi. E chiedono al governo di fare di più

Secondo quanto emerge dalla seconda parte della quinta edizione dell’Indagine annuale della Banca europea per gli investimenti (BEI) sul clima, condotta nell'agosto 2022 e pubblicata oggi, l'81% dei ventenni italiani considera l'impatto climatico delle attività di un potenziale datore di lavoro un fattore rilevante nella scelta di un posto di lavoro, e il 25% addirittura afferma che è una priorità assoluta. L'85% è favorevole all'etichettatura generalizzata dei prodotti alimentari per contribuire a ridurre l’impatto su clima e ambiente. Il 64% sarebbe disposto a pagare di più per alimenti prodotti con criteri di attenzione al clima. Il 64% è favorevole alla creazione di un sistema di bilancio del carbonio per fissare un tetto ai consumi climaticamente più nocivi». La BEI è il braccio finanziario dell’Unione europea e uno dei maggiori finanziatori multilaterali mondiali di progetti in campo climatico, La seconda parte dell’Indagine della BEI sul clima per il 2022-2023 esamina le opinioni dei cittadini sui cambiamenti climatici in un mondo in rapida evoluzione e i risultati di questa edizione si concentrano sui comportamenti individuali e sulle azioni che adottano per contrastare i cambiamenti climatici. L’Indagine evidenzia che «La guerra in Ucraina e le sue conseguenze, tra cui l'aumento dei prezzi dell'energia e l'inflazione, hanno accresciuto in modo significativo le preoccupazioni delle persone riguardo al calo del potere d'acquisto. In Italia, tuttavia, i cambiamenti climatici restano una delle maggiori sfide che il Paese deve affrontare (il 56% degli italiani colloca il degrado climatico o ambientale tra le tre principali sfide nazionali). Oltre tre quarti degli intervistati (80%) affermano di essere convinti che il proprio comportamento possa fare la differenza nell'affrontare l'emergenza climatica, una percentuale di 8 punti percentuali superiore alla media Ue». Molti italiani ritengono  che il governo debba svolgere un ruolo forte quando si tratta di spingere i singoli a modificare il proprio comportamento: «Tre quarti degli italiani (76%) sono favorevoli a misure governative più stringenti che impongano un comportamento diverso delle persone di fronte ai cambiamenti climatici (l'82% degli intervistati sotto i 30 anni sarebbe favorevole a questo tipo di misure)». Con l’entrata di nuovi soggetti nel mercato del lavoro, le considerazioni sulle questioni climatiche tra chi (può) sceglie che lavoro fare lavoro diventano sempre più diffuse. Il rapporto evidenzia che «La maggior parte della popolazione (75%) afferma già che è importante che un potenziale datore consideri la sostenibilità un aspetto prioritario. Per il 25% dei candidati a un posto di lavoro, la sostenibilità è perfino una priorità assoluta. Questa maggioranza è generalizzata e abbraccia tutti i vari orientamenti politici e livelli di reddito». Inoltre, «Quasi due terzi degli italiani intervistati (64%) vedono di buon grado la creazione di un sistema di bilancio del carbonio che destinerebbe un numero fisso di crediti annuali da spendere nei prodotti con una pesante impronta carbonio (beni che non sono di prima necessità, voli aerei, carne, ecc.). Lo stesso parere è condiviso anche dalla maggioranza degli intervistati francesi e tedeschi (rispettivamente il 57% e 56%). È bene sottolineare come questa misura raccolga il consenso della maggior parte degli italiani, indipendentemente dal livello di reddito (70% dei redditi più bassi, 63% della classe media e oltre il 63% degli intervistati nelle fasce di reddito più elevato)». La produzione alimentare contribuisce significativamente alle emissioni di gas serra. Per aiutare le persone a fare scelte più sostenibili quando riempiono il carrello della spesa, l'85% degli italiani è favorevole all'etichettatura generalizzata dei prodotti alimentari per una chiara individuazione dell’impronta climatica dei vari prodotti. Una percentuale vicina a quella francese (83%) e superiore del 5% rispetto a quella tedesca (80%). Inoltre, l 64% degli italiani afferma di essere disposto a pagare un po’ di più per i generi alimentari prodotti localmente e in modo più sostenibile una percentuale che in Francia arriva al 60% e in Germania al 61%. Smentendo una convinzione diffusa – soprattutto tra i politici e i media italiani – il rapporto evidenzia che «La disponibilità a pagare di più per i prodotti alimentari accomuna le varie fasce di reddito, e va dal 62% dei soggetti con reddito inferiore al 68% di quelli a reddito più elevato». Un altro modo efficace per limitare le emissioni di gas serra è quello di ridurre il consumo di carne e prodotti lattiero-caseari e dal rapporto viene fuori che «Più di due terzi degli italiani (68%) sarebbero disposti a contenere la quantità di carne e latticini che le persone possono acquistare». Il 19% più dei tedeschi e l’11% sopra i francesi. Anche questa risposta accomuna i soggetti che appartengono alle varie fasce di età e di reddito. La Vicepresidente della BEI Gelsomina Vigliotti conclude: «I risultati dell'Indagine della BEI sul clima mostrano che gli italiani sono più che disposti a contribuire individualmente alla lotta contro i cambiamenti climatici. Come banca per il clima dell'Ue, apprezziamo molto questo impegno. E’ nostro compito consentire alle persone di agire individualmente per ridurre le emissioni di CO2 e incoraggiare una vita quotidiana più sostenibile. Lo facciamo finanziando servizi green come i trasporti sostenibili, le energie rinnovabili e gli edifici efficienti dal punto di vista energetico, ed anche promuovendo gli investimenti verdi effettuati dalle PMI. Il nostro sostegno ai progetti green in Italia è stato di quasi 5,5 miliardi di euro nel 2022. Continueremo a sostenere iniziative che accelerano la transizione verde e siamo alla ricerca di modi innovativi che contribuiscano alla realizzazione di un futuro prospero che non lascia indietro nessuno». L'articolo Indagine Bei sul clima: gli italiani più virtuosi di francesi e tedeschi. E chiedono al governo di fare di più sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

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