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La siccità avanza anche in Toscana, nell’ultimo mese piogge in calo del 57%

A causa della crisi climatica in corso il 2022 è stato l’anno più caldo registrato in Toscana almeno dal 1800 e, secondo di dati del Servizio idrogeologico regionale (Sir) comunicati ieri, si è accompagnato a un deficit pluviometrico pari al -11% in media, ma con forti disparità locali. La siccità infatti ha colpito soprattutto alcune aree, con particolare criticità nella toscana nord-occidentale, dove si registrano deficit medi compresi tra il -32% e il -37% nelle valli del Magra, del Serchio e nella zona Versilia-Apuane. E se questa è la realtà maturata nel 2022, l’anno in corso non si presenta certo più clemente. I primi giorni del 2023 avevano fatto sperare in un ‘recupero’ grazie alle precipitazioni nevose e piovose, verificatesi soprattutto a gennaio, ma il mese di febbraio ha visto piogge scarse, inferiori alla media, su quasi tutto il territorio regionale, registrando un deficit pari a circa il -57%. «Ci auguriamo che la realtà sia migliore delle previsioni – commenta l’assessore regionale all’Ambiente, Monia Monni – tuttavia stiamo lavorando su più fronti per farci carico del problema e tentare di prevenire le criticità. Già lo scorso anno, grazie al Dipartimento di emergenza nazionale, abbiamo realizzato interventi per 4 milioni di euro finalizzati alla lotta alla siccità, tra cui nuovi pozzi, interconnessioni, manutenzione e riempimento depositi; inoltre, in virtù della proroga dello stato di emergenza nazionale, abbiamo potuto presentare nuovi progetti, sui quali siamo già al lavoro con Autorità idrica toscana e con i gestori. A questo dovrebbe aggiungersi il nuovo invaso di San Pietro in Campo in Val d' Orcia, con un potenziale da 50 mln di metri cubi di acqua». Nel frattempo la crisi idrica continua però ad avanzare. Nel mese di febbraio le portate fluviali in Toscana evidenziano valori medi inferiori a quelli storici (< 25° percentile), con criticità accentuate lungo il Serchio, nel Valdarno inferiore e negli altri bacini costieri centro-settentrionali. Al contempo, l’analisi di 68 falde acquifere presenti sul territorio regionale mostra un evidente abbassamento nell’area centro settentrionale del territorio toscano. Registrate nei bacini del Serchio, in Versilia e nella riviera Apuana e fino al Magra soggiacenze inferiori ai valori medi storici (< 25° percentile). Condizioni di criticità persistono lungo la fascia costiera livornese, tra il fiume Cecina e S.Vincenzo, dove ancora si registrano abbassamenti significativi in particolare nell'area di S.Vincenzo. L'articolo La siccità avanza anche in Toscana, nell’ultimo mese piogge in calo del 57% sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Prosegue la riforestazione marina in Sardegna

In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, zeroCO2, B-Corp italo guatemalteca che sviluppa progetti di riforestazione ad alto impatto sociale, e Worldrise, Onlus, attiva per la conservazione e valorizzazione dell’ambiente marino, annunciano «La continuazione del progetto “Riforestazione Marina” a Golfo Aranci (SS), in Sardegna, per contrastare attivamente il cambiamento climatico e tutelare le foreste sommerse». Una decisione che nasce dal successo della riforestazione dei primi 100 m2 di prateria di Posidonia oceanica, ripristinati nel 2022 nella stessa area. Infatti, le due parti spiegano che «Il primo monitoraggio scientifico effettuato sul posidonieto riforestato ha registrato un tasso di sopravvivenza delle piante del 75%: per quest’anno l’obiettivo è continuare a salvaguardare uno degli habitat più importanti del Mar Mediterraneo, ripristinando altri 200 m2 di piante marine entro il mese di giugno 2023. Con il reimpianto di circa 5000 talee di P. oceanica sarà possibile continuare a contrastare l’acidificazione e il riscaldamento delle acque del Mar Mediterraneo, sempre più a rischio a causa del cambiamento climatico». Andrea Pesce, founder di zeroCO2, sottolinea che «Nel 2022 abbiamo raggiunto gli obiettivi prefissati insieme a Worldrise e a tutte le aziende che hanno deciso di supportarci in nome della salvaguardia del Mediterraneo, che ad oggi è uno degli ecosistemi più colpiti dalla crisi climatica. Nel 2023 vogliamo replicare i risultati raggiunti e dare un chiaro segnale alle istituzioni: la lotta al cambiamento climatico è possibile ma dobbiamo collaborare e agire adesso». Per zeroCO2 e Worldrise, «La salute del mare, infatti, è una parte fondamentale della lotta alla crisi climatica e ha un impatto diretto e quotidiano su ogni persona. L’oceano genera più del 50% dell’ossigeno che respiriamo e assorbe circa 1/3 dell’anidride carbonica in eccesso presente in atmosfera: le piante marine, come Posidonia oceanica, giocano un ruolo fondamentale in questo processo, essendo in grado di assorbire fino a 83.000 tonnellate di carbonio per km2, più del doppio di un bosco terrestre. Inoltre, i posidonieti sono uno scrigno di biodiversità e, quando sono in salute, possono ospitare fino a 350 specie diverse di animali marini per ogni ettaro. Purtroppo, negli ultimi 50 anni oltre il 29% delle praterie di Posidonia è regredito in maniera incontrollata. Per ogni m2 di prateria persa si rischia l’erosione di circa 15 metri di litorale sabbioso». La Presidente di Worldrise ed esperta di conservazione marina, Mariasole Bianco, conclude: «Il progetto Riforestazione Marina dimostra che collaborando è possibile non solo creare valore sul territorio e sensibilizzare, ma anche avere un impatto positivo per il ripristino degli ecosistemi. Continuare a portare avanti questo progetto significa poter fare davvero la differenza per il nostro mare. Il progetto di zeroCO2 e Worldrise ha rappresentato l’inizio di una rigenerazione del Mediterraneo per contrastare la scomparsa della Posidonia e ripristinare il polmone blu del nostro mare. Dopo un anno, l’impegno delle due realtà è più vivo che mai e aperto al contributo di tutti, a dimostrazione dell’importanza di continuare a tutelare l’oceano». L'articolo Prosegue la riforestazione marina in Sardegna sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

In Europa un bambino su quattro a rischio povertà ed esclusione sociale

«Nonostante l’Europa sia una delle regioni più ricche del mondo, il numero di bambine, bambini e famiglie che vivono in condizioni di povertà ed esclusione sociale è in allarmante aumento, a causa del costo della vita, della crisi climatica e delle conseguenze della pandemia Covid-19. Aumenti che portano il 2021 ad avere oltre 19,6 milioni di bambine e bambini a rischio di povertà, ovvero 1 bambino su 4». A dirlo è il nuovo rapporto europeo “Garantire il Futuro dei Bambini”, di Save the Children, che prende in considerazione le diverse dimensioni della povertà infantile in 14 paesi dell’Ue - , compresa l’Italia  - per fare il punto sull’attuazione del programma UE Garanzia Infanzia (Child Guarantee) lanciato nel 2021 per assicurare l’accesso delle bambine e dei bambini a rischio a servizi educativi per la prima infanzia, assistenza sanitaria, alloggio adeguato e alimentazione sana. Il programma prevede anche misure specifiche per i gruppi più vulnerabili come i bambini con disabilità, quelli di origine straniera e rifugiati, quelli fuori dalla famiglia di origine o quelli appartenenti alle minoranze. Secondo il rapporto, «In un solo anno oltre 200.000 bambini in più sono stati spinti sull'orlo della povertà. In questo contesto, l’Italia è tra i paesi europei con la percentuale più alta di minori a rischio povertà ed esclusione sociale, cresciuta dal 27,1% del 2019 al 29,7% del 2021, collocandosi al quinto posto per gravità. Ci posizioniamo subito dopo Romania (41,5%), Spagna (33,4%), Bulgaria (33%) e Grecia (32%), e ben al di sopra della media UE-27 (24,4%), e con oltre 16 punti percentuali in più di Islanda (13,1%) e Finlandia (13,2%) che registrano invece le percentuali più contenute». Se è la Romania è il paese che desta le maggiori preoccupazioni per il futuro dei bambini, visto che nel 2022 il 40% delle famiglie ha subito una diminuzione del loro o reddito mentre le spese sono praticamente raddoppiate, già nel 2021 l’Italia si segnalava per il triste record raggiunto di quasi 1 milione e 400mila bambini colpiti dalla povertà assoluta. Per Save the Children, «I dati di questo rapporto sono la fotografia di un’emergenza che cresce a vista d’occhio ed è necessario un impegno concreto per abbattere il rischio di povertà ed esclusione sociale minorile in Italia. Una sfida che si gioca su più fronti, a partire da quello dell’istruzione». Ecco i punti di maggiore interesse sulla situazione in Italia emersi dal rapporto europeo: Già nella prima infanzia solo il 13,7% dei bambini accede agli asili nido pubblici e convenzionati. Il tempo pieno è garantito solo all’38,1% degli studenti della scuola primaria e la dispersione scolastica inghiotte più di 1 adolescente su 7 (12,7%), una percentuale seconda in Europa, anche in questo caso, solo a quella di Romania e Spagna,. Mentre il numero dei NEET, ovvero 15-29enni fuori da lavoro, istruzione o formazione, raggiunge il 23,1% ed è il più elevato tra i paesi Ue (media 13,1%), segnando quasi 10 punti in più rispetto a Spagna e Polonia, e più del doppio se si considerano Germania e Francia. In Italia, la povertà alimentare colpisce 1 bambino su 20. L’accesso alla mensa scolastica, che per alcuni sarebbe l’unica chance quotidiana di un pasto equilibrato e proteico, si limita a poco più di un 1 bambino su 2 nella scuola primaria, Un bambino o ragazzo su 4 non pratica mai sport (3-17 anni), e, con la pandemia, i bambini tra i 3 e 10 anni in sovrappeso o obesi sono passati dal 32,6% (biennio 2018-19) al 34,5% (2020-21) Anche la deprivazione abitativa condiziona benessere e salute di più della metà dei minori in povertà relativa nel nostro paese, costretti a vivere in case sovraffollate, e l’incidenza della povertà energetica ha raggiunto nel 2021 il 9,3% tra le famiglie con minori. L’Italia è anche in evidenza per il maggiore impatto della povertà sui bambini con background migratorio, i rifugiati, i richiedenti asilo, i bambini senza documenti e quelli non accompagnati, un divario presente in molti paesi europei, ma che in Italia ha spinto fino al 32,4% dei migranti a vivere in condizioni di povertà. La Child Guarantee prevede che ogni Paese Ue si doti di un Piano nazionale per la sua attuazione, con obiettivi specifici e un adeguato finanziamento che può beneficiare anche di una quota parte dell’FSE+ (il Fondo Sociale Europeo). I Paesi che hanno finora definito il loro Piano sono 19 (8 mancano ancora all’appello), tra cui l’Italia, che è stata tra i primi ad attivarsi elaborando il Piano di Azione Nazionale della Garanzia Infanzia (PANGI) in seno al Gruppo di lavoro "Politiche e interventi sociali in favore dei minorenni in attuazione della Child Guarantee”.  Il PANGI definisce un’ampia griglia di obiettivi, a partire dal raggiungimento di una copertura del 50% sui servizi educativi per la prima infanzia e del 95% per la scuola dell’infanzia, aumentare l’offerta del tempo pieno nella scuola primaria, attuare misure preventive per il contrasto della dispersione scolastica e la riduzione dei NEET, sul piano della salute nei primi 1000 giorni, potenziamento dell’edilizia sociale per le famiglie con figli. Save the Children ricorda che «L’Italia è tra i Paesi che nel periodo 2017-2019 registravano un livello di povertà minorile al di sopra della media europea e, in base ai meccanismi stabiliti dalla Garanzia, il nostro paese è vincolato a destinare al PANGI almeno il 5% dei fondi FSE+ disponibili nel periodo 2021-2027, avendo anche la possibilità di utilizzare parte dei fondi del PNRR e di altri fondi europei». Raffaela Milano, direttrice programmi Italia-Europa di Save the Children, conclude: «La “Garanzia Infanzia” non può risolversi in un’occasione sprecata e per questo motivo facciamo appello al nuovo governo affinché riattivi - senza ulteriori rinvii - il processo di attuazione del Piano Nazionale. Le ambizioni del Piano per l’attuazione della Garanzia Infanzia in Italia sono ampie e in grado di fare la differenza per il futuro dei bambini più a rischio, ma gli obiettivi concreti e misurabili non sono ancora stati definiti con chiarezza, anche per l’assenza di una base dati più puntuale sulle carenze che colpiscono la popolazione dei minori nel nostro Paese. Bisogna puntare su alcune priorità di intervento mettendo a sistema le risorse disponibili del PNRR e di almeno il 10% del Fondo Sociale Europeo Plus, per un intervento mirato nei territori più svantaggiati per abbattere le disuguaglianze educative e assicurare ai bambini e alle bambine che vivono in povertà la possibilità di fruire gratuitamente dei servizi per la prima infanzia, così come delle mense scolastiche, dei libri di testo e dello sport. Il tema della povertà minorile – che in Italia è una vera emergenza – va messo anche al centro della riforma del Reddito di Cittadinanza per assicurare a tutte le famiglie con minori, senza distinzioni, la possibilità di disporre del necessario per farli crescere, garantendo loro anche l’accesso ai servizi educativi e sociosanitari essenziali per lo sviluppo». L'articolo In Europa un bambino su quattro a rischio povertà ed esclusione sociale sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Pace e sicurezza non sono possibili senza le donne

Intervenendo al Consiglio di sicurezza dell’Onu, la  direttrice esecutiva di UN Women, Sima Bahous, ha detto che «Sono necessari nuovi obiettivi e piani efficaci per il coinvolgimento delle donne nella costruzione della pace prima che sia troppo tardi» La Bahous ha ricordato che «Nei primi vent'anni da quando il Consiglio di sicurezza ha adottato la risoluzione 1325 su donne, pace e sicurezza, abbiamo assistito ad alcuni primati storici per l'uguaglianza di genere. Mentre dobbiamo soffermarci ad apprezzare questi primati, dobbiamo ricordare che non abbiamo modificato in modo significativo la composizione dei tavoli di pace, né l'impunità di cui godono coloro che commettono atrocità contro donne e ragazze.  In realtà, quel ventesimo anniversario non è stato una celebrazione, ma un campanello d'allarme.   Avevamo avvertito che gli effetti dell'aver ignorato i nostri impegni nei confronti delle donne, della pace e della sicurezza, sarebbero stati duraturi e intergenerazionali per le donne e immediati e drastici per la pace nel mondo.  Avevamo ragione a preoccuparci, poiché alla riunione del Consiglio di sicurezza che segnava il 20° anniversario, due anni e mezzo fa, il Consiglio di sicurezza sentì parlare una donna afghana che rappresentava la società civile, Zarqa Yaftali. Era orgogliosa di essere la decima donna afghana invitata a parlare al Consiglio di sicurezza. Come la maggior parte di coloro che l'avevano preceduta, chiese che i diritti delle donne non venissero barattati per raggiungere un accordo con i talebani. E espresse il rammarico che le donne siano state escluse dall'80% dei negoziati di pace dal 2005 al 2020, compresi i colloqui tra Stati Uniti e talebani. Pochi mesi dopo, i peggiori timori di Zarqa si materializzarono e i talebani ripresero il controllo del suo Paese.  Ho visitato l'Afghanistan con il vicesegretario generale solo poche settimane fa. Da allora, i talebani hanno annunciato ulteriori restrizioni e detenuto più attivisti, tra cui il difensore dei diritti delle donne Narges Sadat e Ismail Meshaal, un professore universitario che ha mostrato coraggiosamente la sua solidarietà con le donne afghane e il loro diritto all'istruzione». Oggi il Consiglio di sicurezza Onu tiene un’altra riunione sull'Afghanistan e la Bahous ha chiesto ai delegati  di «Parlare e agire con forza contro questo apartheid di genere e di trovare modi per sostenere le donne e le ragazze afghane nei loro momenti più bui».  Ma ha ricordato che «L'Afghanistan è uno degli esempi più estremi di regressione dei diritti delle donne, ma è ben lungi dall'essere l'unico».  Infatti qualche espinente di regimi misogini siede anche nel Consiglio di sicurezza. Tornando alle guerre la direttrice esecutiva di UN Women, ha ricordato che «Due giorni dopo che il Consiglio di sicurezza si è riunito per celebrare il 20° anniversario della risoluzione 1325, sono scoppiati i combattimenti nella regione settentrionale del Tigray in Etiopia. Quando due anni dopoè stato firmato un accordo di pace, alcuni stimarono che il bilancio delle vittime fosse di centinaia di migliaia.  Potremmo non conoscere mai il numero di donne e ragazze che sono state stuprate, ma la Commissione internazionale di esperti sui diritti umani in Etiopia ha affermato che la violenza sessuale è stata commessa su scala sbalorditiva. In un anno di conflitto i matrimoni precoci sono aumentati del 51%. E i centri sanitari locali, le organizzazioni umanitarie e i gruppi per i diritti umani continuano a denunciare casi di violenza sessuale.  Dal 20° anniversario in poi, ci sono stati diversi colpi di stato militari nei Paesi colpiti dalla guerra, dal Sahel e il Sudan al Myanmar, riducendo drasticamente lo spazio civico per le organizzazioni e le attiviste femminili, se non addirittura chiudendolo del tutto.  Secondo uno studio recente, ad esempio, gli abusi online a sfondo politico sulle donne provenienti da e in Myanmar sono aumentati di almeno 5 volte all'indomani del colpo di stato militare nel febbraio 2021. Questo assume principalmente la forma di minacce sessuali e la pubblicazione di indirizzi di casa, contatti, dettagli e foto o video personali di donne che avevano commentato positivamente i gruppi che si opponevano al governo militare in Myanmar». A poco più di un anno dall'inizio dell'invasione dell'Ucraina e della più grande crisi di rifugiati in Europa dalla seconda guerra mondiale, la Bahous ha fatto notare che «Le donne ei loro figli sono il 90% dei quasi 8 milioni di ucraini che sono stati costretti a trasferirsi in altri Paesi. Allo stesso modo, le donne e le ragazze rappresentano il 68% dei milioni di sfollati in Ucraina. La pace è l'unica risposta, con l'impegno delle donne nel processo.  Nel 2020, in un mondo devastato da una nuova pandemia che ha mostrato l'enorme valore degli operatori sanitari e l'importanza di investire nella salute, nell'istruzione, nella sicurezza alimentare e nella protezione sociale, avevamo sperato che i Paesi avrebbero ascoltato le lezioni di decenni di attivismo di donne costruttrici di pace e che avrebbero ripensato la spesa militare.  Invece quella spesa ha continuato a crescere, superando la soglia dei duemila miliardi di dollari, anche senza le ingenti spese militari degli ultimi mesi. Né la pandemia né i problemi della catena di approvvigionamento hanno impedito un altro anno di aumento delle vendite globali di armi (…) è ovvio che abbiamo bisogno di un cambiamento radicale di direzione». E illustrando le sue linee di attività per il 2025, la direttrice esecutiva di UN Woman ha suggerito come potrebbe essere questo cambio di direzione: «Primo,  non possiamo aspettarci che il 2025 sia diverso se la maggior parte dei nostri interventi continuano a essere formazione, sensibilizzazione, orientamento, rafforzamento delle capacità, creazione di reti e organizzazione di eventi uno dopo l'altro per parlare della partecipazione delle donne, piuttosto che imporla in ogni riunione e processo decisionale in cui abbiamo autorità.  Chiedo che i vostri piani siano notevoli per le loro misure speciali e per la responsabilità per la loro applicazione: che siano caratterizzati da mandati, condizioni, quote, stanziamenti di finanziamento, incentivi e conseguenze per il mancato rispetto. Per trasformare il modo in cui facciamo pace e sicurezza ci vorranno più che esortazioni e consultazioni a margine.  Secondo, dobbiamo ampliare la nostra portata per fornire risorse a coloro che ne hanno più bisogno e non le hanno. Il miglior strumento che abbiamo nelle Nazioni Unite per incanalare fondi alle organizzazioni femminili nei Paesi colpiti da conflitti è il Women's Peace and Humanitarian Fund.  Questo Fondo ha già finanziato più di 900 organizzazioni da quando è stato creato nel 2015, un terzo delle quali solo nell'ultimo anno. Sono particolarmente orgoglioso che quasi la metà di queste organizzazioni abbia ricevuto finanziamenti dalle Nazioni Unite per la prima volta e il 90% di esse opera a livello subnazionale.  Abbiamo urgentemente bisogno di modi migliori per sostenere la società civile e i movimenti sociali in questi Paesi. Questo significa essere molto più intenzionali nel finanziare o impegnarsi con nuovi gruppi, e specialmente con le giovani donne». La riunione su donne e pace è stata fortemente voluta dal poverissimo Mozambico,  che è presidente di turno del Consiglio di sicurezza e la ministra degli esteri del Paese africano, Verónica Nataniel Macamo Dlhovo, ha espresso la speranza che «Il dibattito porti ad azioni, come strategie più forti sull'uguaglianza di genere, così come l'effettiva partecipazione delle donne al mantenimento e alla costruzione della pace. Non c'è dubbio che coinvolgendo le donne nell'agenda per la costruzione e il mantenimento della pace nei nostri Paesi, raggiungeremo il successo. In nessun caso vogliamo che le persone che portano la vita nel mondo subiscano un impatto negativo. Dobbiamo proteggerle. Usare la sensibilità delle donne per risolvere i conflitti e mantenere la pace sul nostro pianeta». Mirjana Spoljaric, presidente dell’International Committee of the Red Cross (ICRC) ha sottolineato che «Attualmente, più di 100 conflitti armati infuriano in tutto il mondo. La Croce Rossa vede gli impatti brutali quotidiani dei conflitti armati su donne e ragazze, ha detto, che includono livelli scioccanti di violenza sessuale, sfollamenti e morti durante il parto perché non hanno accesso alle cure.  Il rispetto del diritto umanitario internazionale durante i conflitti è importante, chiedo a gli Stati ad applicare una prospettiva di genere nella sua applicazione e interpretazione. Il rispetto del diritto umanitario internazionale preverrà l'enorme danno derivante dalla violazione delle sue regole e aiuterà a ricostruire la stabilità e a riconciliare le società. Gli Stati devono anche garantire che il chiaro divieto della violenza sessuale ai sensi del diritto umanitario internazionale sia integrato nel diritto nazionale, nella dottrina militare e nell'addestramento. Coinvolgere più audacemente e direttamente i portatori di armi su questo tema - con l'obiettivo finale che prima di tutto non si verifichi  - dovrebbe diventare un approccio preventivo de facto , sostenuto e facilitato in tempo di pace per prevenire il peggio in tempo di guerra». Anche Bineta Diop della Commissione dell'Unione Africana si è rivolta al Consiglio di sicurezza Onu, ricordando il suo lavoro per convincere i Paesi ad accelerare l'attuazione della risoluzione 1325: «Questo  viene fatto attraverso una strategia incentrata sulla difesa e sulla responsabilità e nella costruzione di una rete di donne leader nel continente. Stiamo assicurando che la leadership delle donne sia integrata nei processi di governo, pace e sviluppo in modo da creare una massa critica di donne leader a tutti i livelli. Dobbiamo assicurarci che siano presenti in tutti i settori della vita. non solo nei processi di pace». La liberiana Leymah Gbowee, premio Nobel per la pace, ha concluso  chiedendo di «Ampliare l'agenda delle donne, della pace e della sicurezza (…)  con il coinvolgimento e la collaborazione con le attiviste locali per la pace, le custodi delle loro comunità. Le donne devono anche essere negoziatrici e mediatrici nei colloqui di pace. E’ incredibile vedere come solo gli uomini armati siano costantemente invitati al tavolo per trovare soluzioni, mentre le donne che sopportano il peso maggiore sono spesso invitate come osservatrici. I governi devono andare oltre la retorica,  ​​garantendo finanziamenti e volontà politica, perché senza di loro, la risoluzione 1325  rimane un bulldog sdentato. Le donne, la pace e la sicurezza devono essere viste come una parte olistica dell'agenda globale per la pace e la sicurezza.  A meno che non mettiamo al tavolo negoziale le donne, continueremo a cercare invano la pace nel nostro mondo. Credo fermamente che cercare di lavorare per la pace e la sicurezza globali senza le donne sia cercare di vedere l'intero quadro con un occhio coperto». L'articolo Pace e sicurezza non sono possibili senza le donne sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Copernicus: l’inverno 2022 – 2023 è stato il secondo più caldo mai registrato in Europa

Secondo il Copernicus Climate Change Service (C3S), l’inverno boreale 2022/2023 «E’ stato il secondo più caldo mai registrato in Europa, con temperature molto superiori alla media nell'Europa orientale e in alcune parti dell'Europa nord-orientale». Per gran parte dell’Europa occidentale e sudorientale e per alcune regioni della Russia, l'inverno boreale è stato più secco della media. Invece, verificate in alcune parti dell'Iberia e in un'ampia regione da sud-ovest a nord-est del continente, ci sono state condizioni più umide della media si sono. E’ piovuto più della media anche nella parte occidentale del Nord America, nella Russia occidentale, in parte dell'Asia centrale, nell'Australia settentrionale, nel Brasile meridionale e nell'Africa meridionale. Invece, le regioni più secche della media comprendevano invece, il Messico, la maggior parte dell'Asia centrale, il Corno d'Africa, l'Australia meridionale e gran parte del Sud America. Il mese di Febbraio 2023 è stato il quinto più caldo a livello globale e in gran parte dell'Europa sono state registrate temperature dell'aria superiori alla media, in particolare nel nord della Norvegia e della Svezia e nella regione delle Svalbard. Pakistan, India, Stati Uniti orientali e Russia settentrionale hanno registrato temperature superiori alla media. Temperature inferiori alla media sono state registrate in Turchia, in Canada, nella penisola iberica, nella Russia nordorientale e nell’Australia settentrionale. Il C3S evidenzia che «A febbraio, l’estensione del ghiaccio marino antartico è stata del 34% al di sotto della media, classificandosi all’ultimo posto tra i valori più bassi di febbraio registrati dai satelliti e superando il precedente record del febbraio 2017. L'estensione giornaliera del ghiaccio marino antartico ha inoltre raggiunto il minimo storico, superando il precedente record stabilito nel febbraio 2022. Le concentrazioni di ghiaccio marino sono state caratterizzate da valori molto inferiori alla media in tutti i settori dell'Oceano Meridionale». L'estensione del ghiaccio marino artico è stata del 4% al di sotto della media, al secondo posto tra i mesi di febbraio più bassi registrati dai dati satellitari, insieme ai mesi di febbraio del 2016 e del 2017. Le concentrazioni di ghiaccio marino artico sono state particolarmente al di sotto della media nel Mare di Barents e nella regione delle Svalbard La vicedirettrice di C3S, Samantha Burgess, conclude: «I nostri dati più recenti mostrano che il ghiaccio marino antartico ha raggiunto l'estensione più bassa in 45 anni di registrazioni di dati satellitari. Queste condizioni di ghiaccio marino ridotto possono avere importanti implicazioni nella stabilità delle piattaforme di ghiaccio antartiche e, in ultima analisi, anche per l'innalzamento globale del livello del mare. Le calotte polari sono un indicatore sensibile della crisi climatica ed è importante monitorare da vicino i cambiamenti che vi si verificano».   L'articolo Copernicus: l’inverno 2022 – 2023 è stato il secondo più caldo mai registrato in Europa sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

I fiumi nel cielo che plasmano il clima africano

L'Africa orientale è molto più secca di altre regioni terrestri tropicali, comprese le foreste pluviali dell'Amazzonia e del Congo. Si è sempre pensato che la geografia dell'Africa orientale rendesse la regione arida e suscettibile alla siccità, ma fino ad ora non si era capito quale fosse il meccanismo preciso che provoca questa situazione climatica. Secondo lo studio “Valley formation aridifies East Africa and elevates Congo Basin rainfall”, pubblicato su Nature da Callum Munday e Richard Washington del Climate Research Lab della School of geography and the environment dell’università di Oxford e da Nicholas Savage e Richard Jones del Met Office Hadley Centre, «Le valli profonde contengono "fiumi nel cielo" trasportati dall'aria e contribuiscono a creare condizioni aride nell'Africa orientale». Lo studio ha infatti scoperto come le valli fluviali orientate est-ovest dirigano milioni di tonnellate di vapore acqueo dall'Oceano Indiano lontano dall'Africa orientale e verso la foresta pluviale del Congo e, così facendo, limitino le precipitazioni dell'Africa orientale e dimostra che «Le valli fluviali da est a ovest sono un fattore cruciale nelle scarse precipitazioni annuali». La ricerca fa parte del REACH programme della Smith School of Enterprise and the Environment dell’università di Oxford ed è finanziata dal Foreign, Commonwealth and Development Office (FCDO) e supportata dalla Met Office Academic partnership. Il team di Oxford e del Met Office era già stato in Kenya per misurare i "fiumi invisibili" con palloni meteorologici. I ricercatori britannici volevano vedere come le valli influenzano il clima in tutta l'Africa. Per farlo  hanno ideato una serie di esperimenti modello che hanno cambiato la geografia del sistema dei rift riempiendo progressivamente i canali fluviali. Munday  spiega: «Normalmente, quando pensiamo alle valli e all'acqua, pensiamo ai fiumi che scorrono lungo il territorio. Nell'Africa orientale, valli profonde, come la Turkana Valley, incanalano forti venti e creano fiumi invisibili nel cielo. Questi fiumi invisibili trasportano milioni di tonnellate di vapore acqueo, l'ingrediente chiave per la pioggia». Washington sottolinea che «Gli esperimenti mostrano che le valli influenzano il clima su scala continentale. Non può piovere allo stesso modo ovunque, e le valli aiutano a sostenere precipitazioni abbondanti nel bacino del Congo, lasciando l'Africa orientale soggetta alla siccità». I ricercatori sono convinti che «Comprendere i “compromessi” climatici nelle precipitazioni tra le diverse regioni su scala continentale può aiutarci a migliorare la  capacità di prevedere i futuri modelli di precipitazioni in tutta l'Africa. Questo, date le implicazioni politiche del cambiamento climatico in tutta l'Africa. è particolarmente importante. Il bacino del Congo è anche un hotspot chiave per la biodiversità e un deposito di carbonio». Ma i risultati dei “fiumi nel cielo” nel Corno d’Africa vengono aggravati dal cambiamento climaticop: a est delle valli è in corso la più lunga e grave siccità mai registrata in un’are già semiarida e arida.  Washington  evidenzia che «Sebbene le valli non influenzino la variabilità annuale delle precipitazioni, creando un ambiente in cui le precipitazioni sono così insolitamente bassein partenza, le valli rendono l'Africa orientale molto più soggetta alla siccità». Su scale temporali più lunghe, gli esperimenti degli scienziati di Oxford e del Met Office possono aiutare a spiegare anche le pressioni ambientali che i nostri primi antenati ominidi hanno dovuto affrontare milioni di anni fa. o Munday conclude, «L'inaridimento e l'espansione degli ecosistemi di tipo savana nel corso di milioni di anni è considerato un fattore cruciale nell'evoluzione delle prime specie di ominidi, portando ad adattamenti come il bipedismo (camminare su due piedi). Gli esperimenti sui modelli dimostrano che la formazione di valli e il prosciugamento associato è un meccanismo plausibile che potrebbe aver portato a questa espansione della savana». L'articolo I fiumi nel cielo che plasmano il clima africano sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

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