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Al via il meeting Ipcc per approvare la parte finale del Sixth Assessment Report

Oggi a Interlaken, in Svizzera è iniziata la riunione dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) che entro il 17 marzo dovrebbe  approvare il rapporto di sintesi del Sixth Assessment Report, la parte finale che Integra e riassume i risultati dei 6 rapporti pubblicati dall'IPCC durante l'attuale ciclo iniziato nel 2015 e che include 3 Special Reports e 3 contributi dell’IPCC Working Group al Sixth Assessment Report. Durante questo meeting, l'IPCC approverà riga per riga, il Summary for Policymakers del Synthesis Report  e adotterà anche il rapporto più lungo sezione per sezione. Aprendo la riunione il presidente dell'IPCC Hoesung Lee ha spiegato che «Una volta approvato, il Synthesis Report diventerà un documento politico fondamentale per plasmare l'azione per il clima nel resto di questo decennio cruciale. Un libro di testo indispensabile per i responsabili politici di oggi e di doman, per affrontare il cambiamento climatico. Non commettiamo errori, l'inazione e i ritardi non sono elencati come opzioni» Il consigliere federale svizzero Albert Rösti ha dato il benvenuto a oltre 650 delegati presenti a questa plenaria dell'IPCC: «I risultati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change aiutano noi, responsabili politici, a prendere decisioni informate per affrontare il cambiamento climatico. La scienza e la conoscenza devono svolgere un ruolo centrale nel plasmare il nostro processo decisionale, guidandoci mentre lavoriamo per mitigare e adattarci agli impatti dei cambiamenti climatici». Il Segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha ricordato che «Le prove fornite dall'IPCC sul cambiamento climatico sono state chiare, convincenti e inconfutabili. L'IPCC deve ora indicare la strada verso soluzioni, quindi l'urgente necessità di porre fine al riscaldamento globale con la freddezza concreta dei fatti». Il segretario generale della World meteorological organization, Petteri Taalas, ha aggiunto: «Vorrei ringraziare tutti voi per il duro lavoro per quei rapporti, che hanno chiaramente un messaggio chiaro per i responsabili delle decisioni. Dobbiamo accelerare le nostre azioni per il clima. Al momento, ci stiamo dirigendo verso un riscaldamento troppo elevato e i vari impatti del cambiamento climatico sono già molto visibili in tutto il mondo». Anche la direttrice esecutiva dell’United Nations environment programme, Inger Andersen, ha chiesto ai delegati di «Non commettere errori, quio la parola chiave è azione. Abbiamo bisogno di più azioni da parte dei governi, imprese e investitori, anzi da parte di tutti. Il lavoro dell'IPCC, al quale fa eco quello dell'UNEP con la sua ricerca, ci dice che abbiamo la conoscenza e la tecnologia di cui abbiamo bisogno. Che possiamo iniziare a ridurre drasticamente le emissioni e ad aiutare le comunità vulnerabili ad adattarsi ai cambiamenti climatici. E che agendo sul clima, stiamo agendo anche sulla natura e sulla perdita di biodiversità e sull'inquinamento e i rifiuti: gli altri due poli della tripla crisi planetaria». Dopo aver ricordato di aver detto alla Cop27 Unfccc che avrebbe incrementato la collaborazione e una partnership più stretta e produttiva  con l’IPCC, il nuovo segretario esecutivo dell’United Nations framework convention on climate change, Simon Stiell,  ha sottolineato che «Le vostre valutazioni sono fondamentali per l'Unfccc e per l'intero spettro dei processi per affrontare il cambiamento climatico. Il vostro lavoro negli ultimi 5 anni - il più duro e ambizioso nella storia dell'IPCC - ha trasformato la comprensione del cambiamento climatico. Da parte dell’opinione pubblica. Avete esposto i fatti, i rischi e le opportunità. Ora il rapporto di sintesi mette insieme questa storica impresa scientifica. Sarà un contributo chiave per il Global Stocktake entro la fine dell'anno. Abbiamo bisogno di questo rapporto per la COP28 e tutti gli incontri in tutto il mondo nei prossimi 9 mesi, dove il clima deve rimanere in cima all'agenda». Per questo Stiell ha esortato i rappresentanti dei governi nell’IPCC a «Lavorare insieme in modo collegiale e produttivo questa settimana per ottenere un risultato tempestivo. Non cavillate su virgole e fraseologia. Concentratevi sul messaggio principale, l'entità del problema che dobbiamo affrontare. Il Global Stocktake di quest'anno è per noi un'opportunità per correggere il danno. Sappiamo già cosa ci dirà il rapporto. E non è abbastanza buono. Tracciamo quindi un percorso partendo  dai chiari messaggi che l’AR6 ci ha dato. L'IPCC ha dimostrato come le attività umane come bruciare combustibili fossili e cambiare il modo in cui usiamo la terra stanno cambiando il nostro clima. Non ci ha lasciato dubbi sui rischi che corriamo se non facciamo nulla. E ha illuminato le opportunità di azione e l'economia delle soluzioni. Conosciamo i costi dell'azione e dell'inazione. Sappiamo di quali tecnologie abbiamo bisogno per l'upscaling. Conosciamo i cambiamenti richiesti per gli investimenti e ai flussi finanziari. Abbiamo opzioni in tutti i settori per dimezzare o più emissioni entro il 2030, con l'economia globale che continui a crescere. Per mantenere gli 1,5° C a portata di mano, abbiamo bisogno di tagli immediati e profondi alle emissioni in tutti i settori e regioni». Stiell  ha concluso: «Sappiamo cosa dobbiamo fare. Ora dobbiamo rafforzare la volontà politica per rendere possibile questa correzione di rotta. L'IPCC indica il percorso che possiamo intraprendere oltre il Global Stocktake. Tracciare una rotta per il 2030, dobbiamo colmare i gap nell'azione e nel sostegno, costruendo allo stesso tempo la resilienza. Quindi, vi auguro una sessione produttiva e fruttuosa, concludendo il Sixth Assessment e fornendo le conoscenze ai responsabili politici per seguire il percorso di cui abbiamo bisogno per un'economia prospera e climaticamente sostenibile in futuro». L'articolo Al via il meeting Ipcc per approvare la parte finale del Sixth Assessment Report sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Le città italiane sono ancora indietro sui Piani di adattamenti ai cambiamenti climatici

La crisi climatica avanza velocemente in Europa e in Italia in particolare, dove il 2022 è stato l’anno più caldo almeno dal 1800 e ha portato ad una robusta crescita (+55%) negli eventi meteo estremi. Una tendenza che impone di concretizzare politiche di adattamento (oltre che di mitigazione) a tutti i livelli, di cui è necessario soppesare la bontà. Il nuovo studio Quality of urban climate adaptation plans over time, appena pubblicato su Nature Npj Urban Sustainability da parte di un team internazionale di ricerca – a cui per l’Italia hanno contribuito il Cnr e l’Università di Trento – offre per la prima volta criteri univoci per stabilire la qualità dei Piani di adattamento ai cambiamenti climatici. «Dopo l'Accordo di Parigi del 2015, è cresciuto l’interesse di studiosi e governanti verso la valutazione dei progressi dei Piani di adattamento ai cambiamenti climatici alle diverse scale: in questo contesto, però, manca una metodologia univoca per valutarne la qualità e verificarne i progressi nel tempo – spiega la ricercatrice Monica Salvia del Cnr-Imaa – A tal fine, abbiamo per la prima volta definito un indice di qualità, l’Adaptation plan quality assessment (Adaqa), che ci ha permesso di identificare i punti di forza e di debolezza dei processi di pianificazione dell'adattamento urbano nelle città europee». Tale indice è stato, quindi, calcolato per i 167 Piani di adattamento adottati tra il 2005 e il 2020 in un campione rappresentativo di 327 città medie e grandi di 28 Paesi europei, per valutarne la qualità e l'evoluzione nel tempo. Esaminando le diverse componenti dei Piani, si nota che le città sono migliorate soprattutto nella definizione degli obiettivi di adattamento e nell’identificazione di misure e azioni nei diversi settori. «Nel complesso – aggiunge la ricercatrice Filomena Pietrapertosa (Cnr-Imaa) – i Piani di adattamento delle città europee ottengono una buona valutazione nella descrizione delle misure di adattamento (51% del punteggio massimo), nella definizione degli obiettivi di adattamento (50%) e nella identificazione degli strumenti e processi di attuazione (46%). I risultati mostrano che la qualità dei Piani è migliorata significativamente nel tempo, sia su base annua sia nel corso degli ultimi 15 anni. Viceversa, i Piani presentano carenze nel livello di partecipazione pubblica al processo di definizione del Piano (17%), e nella definizione delle fasi di monitoraggio e di valutazione (20%). Tuttavia, la situazione è in continua evoluzione e in rapido cambiamento». In compenso, il panorama italiano risulta abbastanza indietro, sia in termini di numero di Piani urbani sviluppati, sia in termini di qualità: «Tra le 32 città italiane incluse nel campione, risulta che solo due città - Bologna e Ancona - avevano nel 2020 un Piano di adattamento: una situazione che, probabilmente, risente dell’assenza di un quadro di riferimento nazionale per supportare la definizione di strategie e Piani locali e regionali: il Piano nazionale di adattamento è infatti ancora in fase di adozione», conclude Salvia. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), dopo essere rimasto fermo in bozza nei cassetti ministeriali dal 2017, lo scorso dicembre è stato ripubblicato in una versione parzialmente aggiornata e sta concludendo adesso la fase di consultazione pubblica. L'articolo Le città italiane sono ancora indietro sui Piani di adattamenti ai cambiamenti climatici sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

La manifestazione contro i rigassificatori e le contestazioni al Sindaco di Piombino

Ieri a Piombino si è tenuta una vivace e partecipata manifestazione contro le politiche fossili del governo e i rigassificatori che verranno piazzati sia a Piombino  (dove dovrebbe arrivare anche il gasdotto Algeria – Sardegna – Italia) e a Ravenna, mentre altre località italiane sono candidate ch

Epidemia di colera in Africa orientale e meridionale, Unicef: «Estremamente preoccupante»

Di fronte all’avanzare dell’emergenza in 11 Stati dell’Africa orientale e meridionale – con Malawi e Mozambico come Paesi più colpiti – l’Unicef lancia l’allarme a livello internazionale: si tratta di «un’epidemia di colera estremamente preoccupante con 67.822 casi e 1.788 morti stimate. I dati reali probabilmente sono più alti». A causa del rapido deterioramento della situazione sanitaria pubblica, in particolare nei paesi più duramente colpiti, l’Unicef chiede 150 milioni di dollari per tutti gli 11 paesi colpiti dall’epidemia di colera nella regione, compresi 34,9 milioni di dollari per il Malawi e 21,6 milioni di dollari per il Mozambico, per fornire servizi salvavita alle persone colpite dall’epidemia. «Pensavamo che questa regione non avrebbe mai visto un'epidemia di colera così diffusa e così letale in questi tempi – spiega Lieke van de Wiel, vicedirettore regionale dell’Unicef – Acqua e servizi igienici scarsi, eventi meteorologici estremi, conflitti in corso e sistemi sanitari deboli stanno aggravando e mettendo in pericolo le vite dei bambini in tutta l’Africa meridionale». I partner internazionali dell’Unicef hanno già contribuito con 2,9 milioni di dollari per la risposta in Malawi e 550.000 dollari per la risposta in Mozambico. Con questi fondi, l’Unicef ha ampliato la fornitura di cloro per purificare l’acqua, medicine e attrezzature per prevenire e controllare il contagio e messaggi di comunicazione del rischio. Tuttavia, l’Unifec attualmente ha una carenza di fondi complessiva per entrambi i paesi del 92%, che sta limitando la capacità di rispondere ai bisogni dei bambini colpiti dalle crisi. «Si tratta di una grave crisi di colera, e tutti i segnali indicano che peggiorerà molto, prima di migliorare – aggiunge van de Weil – Abbiamo bisogno di investimenti urgenti e continui per rispondere subito all’epidemia e rafforzare i sistemi e le comunità a essere preparati meglio a quelli che probabilmente saranno i casi più gravi in futuro». Lo scorso mese, l’Oms ha ricordato che 22 paesi nel mondo attualmente stanno lottando contro l’epidemia di colera – un numero che è poi aumentato a seguito di ulteriori epidemie. Dopo anni di calo di casi di colera a livello globale, lo scorso anno si è verificato un aumento e si prevede proseguirà anche quest’anno. L'articolo Epidemia di colera in Africa orientale e meridionale, Unicef: «Estremamente preoccupante» sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

La primavera è alle porte, ma la neve è già finita: in Italia deficit del 63%

A pochi giorni dall’arrivo ufficiale della primavera, la siccità alimentata dalla crisi climatica sta portando l’Italia a chiudere la stagione “fredda” con un deficit di neve pari al 63%: una diminuzione significativa che interessa tanto gli Appennini quanto le Alpi, soprattutto a basse quote. Secondo le stime elaborate dalla Fondazione Cima (Centro internazionale in monitoraggio ambientale), la situazione è peggiore rispetto allo scorso anno, pure già molto siccitoso. Dal punto di vista delle attività economiche, è la carenza di neve sulle Alpi a preoccupare di più. Sono questi monti, infatti, a fornire l’acqua dolce al bacino del Po, che ospita circa la metà delle risorse idriche italiane: complessivamente, stimiamo che sulle Alpi il deficit sia, a oggi, di -69% rispetto alla media degli ultimi 12 anni. Guardando al solo fiume Po, il deficit si attesta a -66%. Entrambi dati peggiori, quindi, rispetto al deficit nazionale di -63% – dato che, inoltre, rappresenta un peggioramento rispetto alle analisi di metà febbraio, dovuto soprattutto alle temperature via via sempre più miti «Dobbiamo chiederci – argomenta Francesco Avanzi, ricercatore Cima – Che cosa abbiamo imparato dai precedenti deficit di neve? Innanzitutto, che le scarse risorse idriche nevose spesso portano a un calo della produzione di energia idroelettrica su scala alpina. In secondo luogo, che gli anni caldi e siccitosi come il 2022 vedono meno neve ma anche un maggiore fabbisogno di acqua per l’irrigazione, come suggeriscono i dati della Regione autonoma Val d’Aosta, analizzati in collaborazione con Arpa Val d’Aosta. È una “tempesta perfetta” per le nostre montagne, che forniscono meno neve proprio quando avremo bisogno di più acqua del solito». L'articolo La primavera è alle porte, ma la neve è già finita: in Italia deficit del 63% sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Efficienza energetica, raggiunto in Ue un primo accordo sulla revisione della direttiva

Il Consiglio e il Parlamento europei hanno raggiunto oggi un accordo politico provvisorio in merito alla revisione della direttiva sull’efficienza energetica, introducendo un obiettivo vincolante al 2030 di riduzione dei consumi finali pari ad almeno l’11,7% in più rispetto alle previsioni del 2020. Questo comporta un limite massimo al consumo energetico finale dell'Ue pari a 763 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) e di 993 Mtep per il consumo primario (dato che oltre all’energia consumata dagli utenti finali, ricomprende anche quella utilizzata per produrre e fornire energia). Affinché questi target diventino certi, è necessario attendere l’approvazione formale dell’accordo da parte del Consiglio e Parlamento europei, necessari prima di arrivare alla pubblicazione in Gazzetta ufficiale. L’accordo provvisorio rappresenta comunque un passo avanti rispetto all’attuale versione della direttiva sull’efficienza energetica, in vigore dal 2018, che fissa l’obiettivo di ridurre il consumo di energia primaria e finale del 32,5% entro il 2030, rispetto alle previsioni del 2007. «Siamo riusciti a spingere gli Stati membri verso obiettivi di efficienza energetica molto più ambiziosi – dichiara il relatore dell’Europarlamento, il danese Niels Fuglsang – È un accordo positivo non solo per il nostro clima, ma anche negativo per Putin. Per la prima volta in assoluto, abbiamo un obiettivo per il consumo di energia che gli Stati membri sono obbligati a rispettare». Tutti i Paesi Ue, Italia compresa, sono infatti chiamati a dettagliare come intendono contribuire al raggiungimento dell’obiettivo europeo all’interno dei propri Piani nazionali integrati energia e clima (Pniec); anche quello italiano, nato già vecchio nel 2020, dovrà essere aggiornato entro giugno. In base all'accordo provvisorio raggiunto oggi tra Consiglio e Parlamento europei, l' obbligo annuale di risparmio energetico quasi raddoppia: agli Stati membri sarà richiesto di ottenere ogni anno un risparmio medio dell'1,49% nei consumi finali di energia dal 2024 al 2030, rispetto all'attuale livello dello 0,8%. Il comparto pubblico è quello chiamato a dare per l’esempio per primo: nell’accordo provvisorio è infatti stato concordato un obbligo specifico per il settore pubblico, che dovrà ottenere una riduzione annuale del consumo energetico dell'1,9% (un dato che può escludere i trasporti pubblici e le forze armate); al contempo, agli Stati membri è chiesto di riqualificare ogni anno almeno il 3% della superficie totale degli edifici di proprietà di enti pubblici. Gli obiettivi di efficienza energetica dovranno inoltre essere raggiunti attraverso misure a livello locale, regionale e nazionale, in diversi settori, come pubblica amministrazione, edifici, imprese, data center, ecc. «L'efficienza energetica è fondamentale per raggiungere la completa decarbonizzazione dell'economia dell'Ue e l'indipendenza dai combustibili fossili russi – commenta la commissaria europea per l’Energia, Kadri Simson – Può anche essere un importante motore per la competitività economica e rafforzare la sicurezza dell'approvvigionamento». Tutti argomenti che, però, sembrano continuare ad avere più valore in Europa che non in Italia. Come ricordato ieri proprio dalla Simson, l'anno scorso in Ue le emissioni di CO2 sono infatti diminuite del 2,5%, mentre per l’Italia si stima – ancora un dato definitivo non c’è – un incremento pari allo 0,9-2% rispetto all’anno precedente, allontanando così ulteriormente il nostro Paese dal percorso di decarbonizzazione e per la sicurezza energetica intrapreso a livello europeo. L'articolo Efficienza energetica, raggiunto in Ue un primo accordo sulla revisione della direttiva sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

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