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A Brescia la Russia dei dimenticati nei lavori dell’artista e dissidente sovietica Victoria Lomasko
Artista professionista, prima ancora che dissidente, Victoria Lomasko sa che la sua prima mostra in Italia, accolta a Brescia, cambierà il suo destino. Arrivata in Italia a marzo scorso dopo una partenza rocambolesca dalla sua Russia - paese nel quale ha tentato fino all’ultimo di rimanere per portare avanti il proprio ruolo di testimone - Victoria ha fino ad oggi dovuto lottare per ottenere i documenti “spendendo molto tempo - come lei stessa afferma - a dimostrare di essere un’artista dissidente”. E adesso che l’ultima sua opera è stata completata la notte scorsa proprio all’interno del Museo di Santa Giulia - spazio che fino all’8 gennaio accoglierà la sua personale dal titolo The Last Soviet Artist a cura di Elettra Stamboulis - colei che è considerata dalla critica come la più importante artista sociale grafica russa può davvero dirsi felice. Russian Artists in The USA (Dartmouth College Sketches), 2019 Acquerello, acrilico, penna e inchiostro su carta 415 x 300 mm, ciascuno Courtesy Edel Assanti, London“A Brescia hanno ricreato l’atelier dei miei sogni” confessa Lomasko nel corso della conferenza stampa di inaugurazione del percorso espositivo voluto dal Comune di Brescia e dalla Fondazione Brescia Musei. “Mi piace pensare all’Italia come a un panino spalmabile di bellezza, ma talmente grande che non riesci a morderlo. Mi colpisce il modo in cui la gente si rapporta all’arte”. Presentata nell'ambito del Festival della Pace di Brescia, la mostra, visitabile gratuitamente per l’intera durata dell'iniziativa, segna il terzo atto della ricerca curata da Elettra Stamboulis, intrapresa da Fondazione Brescia Musei nel 2019, iniziata con la mostra di Zehra Doğan Avremo anche giorni migliori. Opere dalle carceri turche, e proseguita nel 2021 con la personale di Badiucao La Cina non è vicina. Opere di un artista dissidente. “Questo terzo episodio del progetto di Fondazione Brescia Musei - sottolinea Francesca Bazoli, presidente della Fondazione Brescia Musei - mostra come l’arte contemporanea sia uno strumento efficace per affrontare il tema della tutela dei diritti universali dell’uomo. Noi non siamo andati alla ricerca di dissidenti, ma di artisti che esprimessero questo tipo di messaggio. Cinquant’anni fa Brescia ospitò i primi dissidenti russi Mal'cev e Sinjavskij e ancora oggi accoglie e sostiene chi si fa portavoce dei diritti di tutti noi”.Victoria Lomasko | The Last Soviet Artist, Allestimento | Foto: © Alberto Mancini | Courtesy Fondazione Brescia MuseiIl percorso espositivo, ideato specificatamente per gli spazi di Brescia, sfodera una vasta produzione dell'artista russa che utilizza il disegno come strumento di cronaca e di resistenza. Lomasko ha realizzato lavori site-specific durante la sua residenza in città: cinque monumentali pannelli ideati e realizzati ad hoc negli atelier del complesso museale di Santa Giulia, nei due mesi che hanno visto l’artista ospite in residenza presso la Fondazione Brescia Musei. E oggi l’annuncio a sorpresa: “le cinque opere resteranno all’interno del museo, perché sono state create per voi” promette Victoria, con l’auspicio che, in caso di mostre temporanee allestite nei musei internazionali, possano essere generosamente prestate da Brescia per poi fare ritorno in città. La ricerca artistica di Lomasko è illuminante nell’aiutarci a ricostruire in modo minuzioso la storia sociale e politica della Russia dal 2011 a oggi, dalle manifestazioni anti Putin, che l'artista ha disegnato dal vivo, alle rappresentazioni della "profonda Russia", quella dei dimenticati e degli emerginati, da sempre i suoi soggetti prediletti. D’altra parte, come sottolinea Stefano Karadjov, direttore della Fondazione Brescia Musei, “La scelta di Fondazione di mostrare il lavoro che cartografa dal 2005 gli ultimi, i ribelli, i marginali di quell'immenso e complesso paese che è la Russia, risale a prima dell'avvio del conflitto con l'Ucraina. La nostra idea risale a circa due anni fa, quando imperversava una certa cancel culture in salsa russa. In quei mesi abbiamo avuto l’idea della mostra e abbiamo ricevuto subito lo scudo della politica cittadina che ha sempre protetto questo progetto. L'attacco dello scorso mese di febbraio ha reso ancora più urgente la narrazione visiva di Lomasko. È molto importante sottolineare come la ricerca degli artisti che sono stati protagonisti di questa trilogia dedicata al rapporto tra arte contemporanea e diritti non sia guidata dalle priorità di natura geopolitica, ma tesa alla scoperta di nuovi artisti, attivi interpreti della società del proprio tempo”. Victoria Lomasko | The Last Soviet Artist, Allestimento | Foto: © Alberto Mancini | Courtesy Fondazione Brescia MuseiCosì, come ribadisce la curatrice, The Last Soviet Artist diventa un viaggio storico-geografico-sociale con un allestimento pensato per far viaggiare il visitatore in uno spazio geografico a lui sconosciuto, al di là di ogni semplificazione, seguendo l’atlante di volti anonimi, quello degli ultimi che vivono nelle immense periferie dell'impero, dal Daghestan all’Inguscezia, con la sua popolazione di mezzo milione di abitanti, e 78 gruppi etnici. L’invito dell'artista è quello di entrare nelle geografie dei volti e dei pensieri di tutti quei mondi che per molte persone sono solo nomi sul mappamondo: Bishkek, Yerevan, Tblisi, Osh, Minsk. In Frozen Poetry, la prima sezione della mostra a Brescia, Poesia congelata permette di ripercorre e visualizzare le trasformazioni artistiche, sociali e intellettuali del paese di Lomasko. Ritroviamo lavori che passano attraverso la mediazione e la resilienza degli artisti come il padre di Lomasko che hanno dovuto disegnare per il regime sovietico pur essendone distante, fino ad approdare alla nuova generazione che disegna e testimonia le manifestazioni immaginando quello che verrà.Victoria Lomasko, A Trip to Osh #3, 2016 Inchiostro, pennarello e pastello a olio su carta 297 x 210 mm | Courtesy Edel Assanti Se a palpitare nella seconda sezione, Drawing Diary, è il tema generazionale con l’artista che ricorda quanto la dissidenza possa essere costituita anche da parole dette sottovoce, un effetto straniante tipico del teatro esplode nella terza sezione intitolata Changing of Seasons. Qui una parete cede all'enorme murales realizzato a Bruxelles subito dopo l’esilio forzato dell'artista. In questo lavoro straziante che mette in risalto la capacità dell’artista di creare mondi possibili, i monumenti diventano soggetti che operano senza pietà, continuando, seppure acefali, a sferrare la spada. Le persone assumono toni drammatici e disperati, mentre le voci di dissidenza creano ombre che le rendono deformi. L'unico atto concesso è il gesto di posizionare il lenzuolo sul corpo delle vittime di Bucha. La cifra più narrativa dell’intero percorso è invece incastonata nel quarto capitolo della mostra, intitolato Graphic Reportages, che racconta come la Russia sia arrivata a questo punto. Qui il pubblico avrà modo di sfogliare i lavori della serie Juvenile Prison, che testimoniano la realtà carceraria minorile della capitale e la cronaca della Resistenza caduta nell’oblio. La serie passa in rassegna anche la complessa realtà delle donne: le lavoratrici di strada e quelle dei locali, le lavoratrici per gli altri e le disilluse che tengono in piedi il paese catalizzando lo sguardo femminista dell’artista. Victoria Lomasko, Under Water, 2021, Acquerello, acrilico, penna e inchiostro su carta 590 x 415 mm | Courtesy Edel Assanti, LondonDalla solitudine di Mosca - isola sospesa nel vuoto già a partire dal 2021, nel lungo anno in cui le frontiere rimangono chiuse e riprendono le fibrillazioni in piazza durante le quali Lomasko disegna in diretta i partecipanti, senza filtri - la mostra sfocia nell’ultima sezione. Five Steps è una preghiera sul senso dell'esilio, sulla solitudine, sull'isolamento, ma anche sulla profonda fiducia nell'idea di umanità che accomuna tutti e che è in grado di attraversare i confini. Si tratta di cinque stazioni realizzate appositamente per Brescia che hanno visto l'artista impegnata per oltre un mese. “Queste cinque opere sono accompagnate da testi - anticipa Stamboulis -. Il testo è parte integrante dell’arte di Victoria Lomasko. L’opera la si vede solo se si legge il testo che l’accompagna”. Alla fine del percorso, assolutamente da non perdere The Last Soviet Artist, un film-documentario dedicato a Victoria Lomasko, realizzato dal regista e musicista inglese Geraint Rhys, sottotitolato per l'occasione. Leggi anche:• La città del Leone: il medioevo a Brescia in una grande mostra• La parola a Badiucao: la mia arte oltre la censura
L’arte controcorrente fa tappa a Palazzo Albergati
L’ultima sua denuncia a colpi di stencil risalirebbe a qualche giorno fa, sulla parete di un edificio semidistrutto dai bombardamenti a Borodyanka, insediamento urbano nell' oblast di Kiev. Un bimbo judoka, che farebbe pensare all’Ucraina, stende al tappeto un adulto, con un richiamo a Putin, sospeso da presidente onorario della federazione internazionale di Judo. Mentre lo strale di Banksy raggiunge anche le strade dell’Ucraina, la voce dello street artist senza volto si unisce al coro dei colleghi controcorrente che si incontrano a Bologna in occasione di una mostra dedicata alle opere più provocatorie, anticonformiste e rivoluzionarie del nostro tempo. Dall’11 novembre al 7 maggio gli enfants terribles dell’arte, Jago, Banksy e TvBoy, si danno appuntamento a Palazzo Albergati per raccontare, attraverso 60 capolavori, alcune delle storie più trasgressive della public art italiana e internazionale, attraverso un dialogo tra il misterioso artista inglese e altri influenti colleghi italiani del momento. Seguendo il filo della provocazione, la mostra Jago, Banksy, TvBoy e altre storie controcorrente si presenta come una monografica delle opere più significative di ciascun protagonista. Così Girl with Baloon e Bomb Love di Banksy ammiccano all’ Apparato circolatorio e a Memoria di sé di Jago per cedere alla serie dei baci e a quella degli eroi di TvBoy. Banksy, Bomb Love, Litografia, 50 x 70 cm, 2003, Pop House GalleryA dialogare con i tre sono quegli artisti che da Jago, Banksy e TvBoy hanno preso spunto, o che semplicemente si inseriscono nel percorso “controcorrente” che li caratterizza. C’è Obey - in mostra con il celebre manifesto Hope, realizzato nel 2008 per sostenere la campagna presidenziale di Barak Obama - e c’è Ravo con La ragazza con l’orecchino di perla e poi Laika con il suo celeberrimo Not this “game” fino a Pau con la sua serie delle Santa Suerte. Un dialogo suddiviso in quattro sezioni invita il pubblico a cogliere corrispondenze, orientamenti e tendenze legate all’arte e alla street art europea. Si parte con Jago, classe 1987, il primo artista a inviare una scultura in marmo, The First Baby, sulla Stazione Spaziale Internazionale, per proseguire, nella seconda sezione, con Banksy. Il terrorismo, i crimini di guerra, la crisi economica, il bullismo, gli abusi sul lavoro si insinuano nelle sue figure con disincantato umorismo trasformando muri, pareti, scale, angoli di strade anonime in spazi di riflessione. Andrea Ravo Mattoni, Vermeer, La ragazza con l'orecchino di perla, Spray su tela , 100 x 100 cm, 2022, Pop House GallerySalvatore Benintende, in arte TvBoy, cresciuto a Milano, sangue siciliano, trasferitosi a Barcellona per amore, è al centro della terza sezione del percorso con i suoi baci ideali tra icone contemporanee e un linguaggio che fruga nel bombardamento televisivo subito dalla sua generazione e dal quale TVBOY, giocando su questo concetto fin dal nome, ci invita a smarcarci. Dalla produzione continua, esagerata, famelica di TVBOY la mostra ci proietta nella quarta sezione, tra i graffiti di Andrea Ravo Mattoni che animano i capolavori immortali dell’arte moderna normalmente esposti nei musei. TvBoy, Hope, Tecnica mista su tela, 146 x 144 cm, 2022 Pop Ho use GalleryIl muro, massima espressione della Street Art, con i cartelli stradali e le staccionate in legno, è al centro dei lavori di Thierry Guetta, alias Mr Brainwash, mentre un forte legame con la materia caratterizza le figure di Pau, in bilico tra sacro e profano. Una visione disincantata e ironica connota il linguaggio di Laika, artista sincronicamente indipendente, misteriosa e libera, con i suoi effimeri tableau vivant. L’ultimo messaggio è affidato a Hope, speranza appunto, la più efficace illustrazione politica americana dai tempi dello Zio Sam realizzata da Obey e che ha reso memorabile la vittoria di Barack Obama, il primo afroamericano a ricoprire la carica di Presidente degli Stati Uniti d’America. La mostra è aperta tutti i giorni dalle 10 alle 20 (la biglietteria chiude un’ora prima).
Peggy Guggenheim e Umberto Boccioni. Un incontro esplosivo nel racconto di Karole Vail
Audace, eccentrica, dotata di un fiuto con pochi eguali, Peggy Guggenheim ha scoperto e valorizzato straordinari talenti cambiando, di fatto, i destini dell'arte del Novecento. Da grande collezionista e mecenate qual era, non ha mai esitato ad andare controcorrente. Come quando, dopo essersi stabilita a Venezia, si interessò alle opere dei futuristi, incurante del clima ostile che all'epoca circondava l'unica vera avanguardia italiana, tacciata di essere stata vicina al regime fascista. Durante la lavorazione del documentario FORMIDABILE BOCCIONI di Eleonora Zamparutti e Piero Muscarà, prodotto da ARTE.it Originals in collaborazione con ITsART e Rai Cultura, oggi disponibile su ITsART, abbiamo avuto modo di parlarne con Karole P. B. Vail, nipote di Peggy e da cinque anni direttore della Guggenheim Collection di Venezia. È sempre affascinante ascoltare una storia da chi l’ha vissuta da vicino, sia pur indirettamente. Perciò proponiamo qui l’intervista integrale a Karole P. B. Vail, un punto di vista prezioso su un’indimenticabile pagina d’arte e di collezionismo. Il racconto di un incontro tra giganti - Peggy e Boccioni - uniti da un talento comune: saper infrangere le regole e immaginare il futuro, anticipando idee e fenomeni allora impensabili.Karole Vail in FORMIDABILE BOCCIONI, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim | © ARTE.it“Peggy Guggenheim iniziò a dedicarsi seriamente al collezionismo alla fine degli anni Trenta, dopo essere stata introdotta negli ambienti delle avanguardie di Parigi nel decennio precedente”, racconta Vail: “Nel 1938 aprì la sua prima galleria a Londra e poi, com’è noto, iniziò a acquisire un dipinto al giorno con l’obiettivo di costruire una collezione di arte moderna. È per questo che oggi a Palazzo Venier dei Leoni troviamo una straordinaria raccolta dedicata alle avanguardie europee, così agli espressionisti astratti americani. Qui a Venezia abbiamo la meravigliosa opportunità di poterci confrontare con l’arte del primo Novecento e di comprendere come quegli artisti stavano cambiando il modo in cui guardiamo l’arte e la interpretiamo. A Palazzo Venier dei Leoni sono rappresentati i movimenti più importanti e innovativi di quella stagione - Cubismo, Futurismo, Surrealismo - e molti esempi di scultura che si distaccano radicalmente dalla tradizione del XIX secolo. Comprenderli significa poter apprezzare meglio anche l’arte contemporanea”. L’incontro - che per motivi cronologici non poteva che essere virtuale - tra Peggy Guggenheim e Umberto Boccioni passa proprio da una scultura, oggi tra i capolavori del museo veneziano: Dinamismo di un cavallo in corsa + case del 1915.“Peggy Guggenheim fu sempre molto interessata alla scultura. Quando si stabilì a Palazzo Venier dei Leoni - dopo aver esposto la sua collezione alla Biennale del 1948 - continuò ad acquistare nuove opere. Nel 1958 fece un'importante acquisizione, forse l’ultima nell’ambito della scultura: una meravigliosa opera unica e straordinaria del futurista italiano Umberto Boccioni, 'Dinamismo di un cavallo in corsa + case'. Boccioni l’aveva realizzata nel 1915, giusto un anno prima del terribile incidente a cavallo che gli costò la vita. Forse questa scultura non fu mai finita, non lo sapremo mai… È eccezionale perché è una delle pochissime sculture del suo genere, realizzata con un mix di materiali come cartone, metallo verniciato e legno…”. “Nel 1912”, ricorda Vail, “Boccioni aveva scritto un Manifesto della Scultura Futurista. Era profondamente convinto che la scultura dovesse avere forme aperte, senza confini. Stava cercando di rompere con la grande tradizione della scultura italiana, e ci stava riuscendo: il suo sguardo rivolto in avanti era futurista nel modo più autentico. 'Dinamismo di un cavallo in corsa + case' è probabilmente l’ultimo esempio di quello che Boccioni aveva scritto nel Manifesto”.Umberto Boccioni, Dinamismo di un cavallo in corsa + case, Dettaglio | Still da FORMIDABILE BOCCIONI | © ARTE.itNel secondo dopoguerra Peggy Guggenheim non è l’unica a collezionare scultura moderna italiana: molti collezionisti americani se ne stanno interessando. Ma diversamente dagli altri, l’inquilina di Palazzo Venier dei Leoni è coraggiosa e priva di pregiudizi, e riesce a guardare alle opere dei futuristi per quello che sono: dirompente arte d’avanguardia. “Spinta dall’interesse per la scultura e dal desiderio di avvicinarsi ancora di più all'arte italiana mentre viveva a Venezia, Peggy Guggenheim prese una decisione davvero notevole acquistando questo pezzo di Boccioni”, osserva Vail: “Per molti sarebbe stato piuttosto difficile acquisire un'opera di un artista futurista che non era di moda a causa dei suoi legami con il fascismo. Peggy Guggenheim stava infrangendo ancora una volta le regole, proprio come a suo tempo Boccioni aveva infranto le regole dell’arte”.A 64 anni dalla scelta di Peggy, critici, pubblico e collezionisti hanno abbracciato le sue idee. Grazie a lei, Boccioni e i futuristi sono di casa in Laguna, e Dinamismo di un cavallo in corsa + case brilla come un gioiello all’interno della straordinaria Collezione Guggenheim. “A mio parere Boccioni è stato uno dei più grandi artisti del XX secolo”, conclude Vail: “Penso avesse capito che era possibile andare oltre la pittura e probabilmente anche oltre la scultura. Credo sia stato capace di guardare molto lontano”.
Umberto Boccioni, Dinamismo di un cavallo in corsa + case, 1915, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim
Leggi anche: • Arte in movimento. Alla Collezione Peggy Guggenheim la GEN Z incontra il fotografo Matteo Marchi per parlare di Boccioni• Ester Coen racconta Boccioni, il pittore che sfidò i cubisti a colpi di luce e dinamismo• La Collezione Mattioli al Museo del Novecento: il racconto dei protagonisti• Gino Agnese racconta Boccioni, il talento bocciato in disegno che vinse la sfida del Novecento• Boccioni e Vittoria, il futurista e la principessa. Cronaca di un amore fuori dagli schemi• Quella volta che i futuristi, sconosciuti e incompresi, esposero alla Galerie Bernheim-Jeune (vendendo un solo quadro)• In viaggio con Boccioni. I capolavori da ammirare nel mondo• I capolavori di Boccioni da vedere in Italia• "FORMIDABILE BOCCIONI": il genio futurista in un docufilm inedito
Guido Reni, pennello “divino”, in mostra a Francoforte
Mentre il Museo del Prado si accinge ad accogliere il 2023 con la grande mostra Guido Reni e la Spagna del Secolo d’Oro, Francoforte si prepara a celebrare il maestro con uno degli appuntamenti più attesi dell’inverno dell’arte. Dal 23 novembre al 5 marzo il “divino” Guido Reni varcherà i cancelli dello Städel Museum con oltre 130 lavori, tra dipinti, stampe, disegni. Per quale motivo, nonostante la fama che garantì all'artista l'appellativo di “divino”, il pennello di Reni fu a lungo avvolto dall’oblio, passando in secondo piano rispetto ai contemporanei come Caravaggio e Ludovico Carracci? La retrospettiva a cura di Bastian Eclercy, organizzata in collaborazione con il Museo Nacional del Prado di Madrid, cercherà di far luce su questo mistero offrendo una nuova prospettiva sul pittore religioso e superstizioso al tempo stesso, irrimediabilmente dipendente dal gioco d'azzardo. Guido Reni, Assunzione della Vergine, 1598-99 circa, Olio su rame, 44.4 x 58 cm, Städel Museum, Francoforte | Foto: © Städel MuseumL'artista che predilesse la rappresentazione di teste di Cristo e Maria, con i loro volti all'insù e lo sguardo al cielo, sarà in mostra con importanti capolavori della collezione del Museo Städel, come la tavola di rame Assunzione della Vergine, ai quali si affiancheranno opere in arrivo da oltre 60 istituzioni, tra musei internazionali e collezioni private, dal Museo Nacional del Prado di Madrid alla Galleria degli Uffizi di Firenze, dal Metropolitan Museum of Art di New York al Louvre. Accanto a questi lavori il percorso espositivo porrà una serie di opere dell’artista mai esposte prima. In questa ricognizione dell'arte di Guido si alternano immagini tratte dai modelli che hanno influenzato la sua pratica, come Raffaello, Parmigianino, e Annibale Carracci, e rari documenti storici, come il libro dei conti del pittore per gli anni 1609–1612 in arrivo dalla Morgan Library & Museum di New York. Guido Reni, Giuseppe e la moglie di Putifarre,1630 circa, Olio su tela, 169.5 x 126.4 cm, Los Angeles, The J. Paul Getty Museum | Foto: © The J. Paul Getty Museum, Los Angeles“La mostra del Museo Städel, intitolata Guido Reni. Il Divino rappresenta la prima opportunità in più di 30 anni per far riscoprire al pubblico l'ex protagonista della pittura barocca italiana - spiega Philipp Demandt, direttore del museo tedesco -. Grazie ai nostri generosi finanziatori e sponsor siamo stati in grado di raccogliere il più grande insieme di opere mai riunite in un unico luogo. Guido Reni dominava la pittura barocca in Europa, ma la sua arte è stata ingiustamente trascurata. Proprio questi aspetti guidano la mostra dimostrando perché invece Reni rappresenti uno dei pittori più celebri nell'Italia del XVII secolo”. Tra i masterpieces del percorso spiccano anche l'Assunzione della Vergine e Cristo alla colonna fresco di restauro. Il racconto espositivo intorno al visionario Reni si snoda in dieci capitoli cronologici, ciascuno dedicato a un tema, senza trascurare gli episodi cruciali della sua carriera rivelati nella biografia dello studioso bolognese Carlo Cesare Malvasia, pubblicata nel 1678. Se il primo capitolo accoglie le due versioni dell'Assunzione e Incoronazione della Vergine del Museo del Prado e della National Gallery di Londra, la complessa personalità del pittore emerge nella sezione di apertura sotto forma di ritratti. Le prime pale d'altare e i quadri devozionali, oltre a virtuosi disegni a gesso realizzati durante la frequentazione dell'Accademia dei Carracci, mostrano come Reni abbia forgiato un vocabolario visivo personalissimo unendo il tardo manierismo del fiammingo Calvaert, la pittura innovativa di Carracci e lo studio di artisti dell'Alto Rinascimento come Raffaello e Parmigianino.Guido Reni, Atalanta e Ippomene,1615-18 circa, Olio su tela, 297 x 206 cm, Madrid, Museo Nacional del Prado | Foto: © Museo Nacional del Prado, Madrid Il capolavoro di Reni Cristo alla Colonna dimostra l'influenza formativa di Caravaggio, maestro che il pittore incontrò a Roma dopo il suo trasferimento nel 1601. Si aggiungono al percorso la grande pala d'altare con il Martirio di Santa Caterina e David con la testa di Golia dove è forte l’influsso della scultura antica. Il ritorno a Bologna, nel 1614, dopo tredici anni di assenza, coincide con dipinti a mezza figura come Lot e le sue figlie in arrivo a Francoforte dalla National Gallery di Londra e la Conversione di Saulo. A svelare la “seconda maniera” di Reni, coincidente con la fine degli anni '20 del Seicento, quando la tavolozza del pittore diventa sempre più rarefatta, a conferire ai dipinti successivi uno splendore porcellanato fino ad allora sconosciuto, sono opere come la Visione di sant'Andrea Corsini dagli Uffizi e il Cristo sulla croce dalla Galleria Estense di Modena. Guido Reni, Maddalena Penitente, 1635 circa, Olio su tela, 74.3 x 90 cm, Baltimora, The Walters Art Museum | Foto: © The Walters Art Museum, BaltimoraGli ultimissimi anni della vita di Guido Reni forniscono uno spaccato affascinante del metodo di lavoro del pittore. Alcuni passaggi di queste opere, come Salomè con la testa di Giovanni Battista dal The Art Institute of Chicago rimangono simili a schizzi, dipinti deliberatamente eseguiti in modo superficiale dove il colore risulta semplicemente steso. Si tratta di lavori affascinanti che sanciscono un finale pittorico furioso nell’ultima fase artistica del divino Reni.
La ritualità antica si riscrive a San Casciano dei Bagni. Bronzi straordinari riemergono dal fango
Sono emersi dall’acqua calda della sorgente termo-minerale del Bagno Grande a San Casciano (Siena) dopo 2300 anni, restituendo i volti delle divinità venerate nel luogo sacro, assieme alle rappresentazioni degli organi e delle parti anatomiche, dalle mani ai polmoni, per i quali i devoti richiedevano l’intervento curativo della divinità attraverso l'acqua sacra.Il fango caldo ha protetto e restituito le effigi rassicuranti di Igea, dea della salute, e di Apollo, protettore delle arti mediche, e ancora insoliti ritratti accompagnati da iscrizioni che svelano talvolta nomi di inedite divinità oltre al motivo per il quale si chiedeva la grazia concedendo il bronzo in offerta.Una delle statue in bronzo rinvenute a San Casciano dei Bagni | Courtesy Ministero della CulturaÈ il sorprendente bilancio della straordinaria scoperta che ha visto riemergere dalle falde dei secoli 24 statue di bronzo in perfetto stato di conservazione, accanto a ex voto, oggetti della ritualità quotidiana e a cinquemila monete in oro, bronzo, argento. La maggior parte di questi capolavori dell’antichità si colloca tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C, un periodo storico di importanti trasformazioni nella Toscana antica che assiste alla fine della tradizione etrusca e al passaggio dal mondo etrusco a quello romano. A conferma di questo momento di transizione vissuto da una società ancora bilingue, in procinto di aprirsi verso un Mediterraneo che stava diventando progressivamente romano, sono le iscrizioni (ancora ben visibili) in etrusco e contemporaneamente in latino con i nomi di potenti famiglie del territorio dell’Etruria interna, dai Velimna di Perugia ai Marcni noti nell’agro senese. In quest’epoca di accesi contrasti tra Roma e le città etrusche, guerre sociali e lotte all’interno del tessuto sociale dell’Urbe, il santuario del Bagno Grande rappresentava un’oasi di pace, caratterizzato da un contesto multiculturale e plurilinguistico unico. Qui le nobili famiglie etrusche scelsero di dedicare le statue all’acqua sacra. Ecco perché la scoperta dei bronzi a San Casciano dei Bagni diventa un’occasione unica per riscrivere la dialettica tra etruschi e romani. Una delle 24 statue in bronzo rinvenute nel corso dello scavo a San Casciano dei Bagni | Courtesy Ministero della CulturaEd eccoli i bronzi arrivare fino a noi, rinvenuti nel corso della campagna di scavo al santuario etrusco-romano connesso all’antica vasca sacra della sorgente termo-minerale. Iniziato nel 2019, lo scavo, promosso dal ministero della Cultura e dal comune toscano con il coordinamento del professore Jacopo Tabolli dell’Università per Stranieri di Siena, ha condotto a questi nuovi straordinari ritrovamenti nelle prime settimane di ottobre. Una scoperta straordinaria che, come ha spiegato Tabolli, “riscriverà la storia e sulla quale sono già al lavoro oltre 60 esperti di tutto il mondo". Così, 50 anni dopo la scoperta dei Bronzi Riace, avvenuta nel 1972, la storia dell’antica statuaria in bronzo, questa volta di età etrusca e romana, torna a scriversi nel piccolo centro toscano che accoglie adesso il più grande deposito di statue in bronzo di età etrusca e romana mai scoperto nell’Italia antica e uno dei più significativi di tutto il Mediterraneo. E la scoperta risulta ancora più straordinaria se si considera che finora, di questa epoca, si conoscevano prevalentemente statue in terracotta. Alcuni dei bronzi rinvenuti nel corso dello scavo a San Casciano dei Bagni | Courtesy Ministero della Cultura“È la scoperta più importante dai Bronzi di Riace e certamente uno dei ritrovamenti di bronzi più significativi mai avvenuti nella storia del Mediterraneo antico”, commenta il direttore generale Musei, Massimo Osanna, che ha appena approvato l'acquisto del palazzo cinquecentesco che accoglierà, nel borgo di San Casciano, le meraviglie restituite dal Bagno Grande, un nuovo museo al quale andrà in futuro ad aggiungersi un vero e proprio parco archeologico. Infatti, come ha dichiarato il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, “Lo studio e la valorizzazione di questo tesoro sarà un’ulteriore occasione per la crescita spirituale della nostra cultura e per il rilancio di territori meno noti al turismo internazionale, ma anche come volano per l’industria culturale della Nazione”. Due teste in bronzo rinvenute nel corso dello scavo a San Casciano dei Bagni | Courtesy Ministero della CulturaIl metodo usato in questo scavo è il frutto della collaborazione tra specialisti di diverse discipline, dagli architetti ai geologi, dagli archeobotanici agli esperti di epigrafia e numismatica. “La campagna di scavo che ho avuto l’onore e il piacere di dirigere sul campo per 14 settimane tra giugno e ottobre - commenta il direttore di scavo, Emanuele Mariotti - ha ottenuto risultati stupefacenti e in parte inaspettati. Bisogna notare come l’eccezionalità del contesto non derivi solo dalle stratigrafie fangose ma intatte all’interno della vasca, così ricche di tesori d’arte e numismatici, ma anche dall’architettura con cui fu concepito, in epoca primo-imperiale, il cuore del santuario, destinato a raccogliere le potenti acque calde della sorgente, oggi del Bagno Grande”. La scoperta è frutto di un lavoro di sinergia tra istituzioni che ha visto al centro la Soprintendenza per le povince di Siena e Grosseto, l’Università di Siena, e il Comune di San Casciano dei Bagni.Una delle statue in bronzo rinvenute nel corso dello scavo a San Casciano dei Bagni | Courtesy Ministero della Cultura
Il Rinascimento di Bosch incanta Milano
Onirico, visionario, immaginifico, Jheronimus Bosch è conosciuto in ogni angolo del globo e la sua fama travalica ampiamente i confini del mondo dell’arte. Eppure le opere che gli sono unanimemente attribuite sono molto poche, e riunirle in un unico luogo è stata finora un’impresa pressoché impossibile. Ci sono riusciti gli organizzatori della grande mostra presentata oggi a Palazzo Reale, a cura di Bernard Aikema, già professore di Storia dell’Arte Moderna presso l’Università di Verona, Fernando Checa Cremades, docente di Storia dell’Arte all’Università Complutense di Madrid ed ex direttore del Museo del Prado, e Claudio Salsi, direttore Castello Sforzesco, Musei Archeologici e Musei Storici, nonché docente di storia dell’incisione presso l’Università Cattolica di Milano. Per trasformare il progetto in realtà sono stati necessari cinque anni e un imponente lavoro di ricerca e cooperazione culturale internazionale, frutto degli sforzi congiunti di Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e Castello Sforzesco con 24 Ore Cultura. Il risultato è “una mostra unica per la potenza del racconto di un’intera epoca artistica e per l’importanza e la varietà dei confronti” presentati, spiegano gli organizzatori. Jheronimus Bosch, Trittico delle Tentazioni di Sant’Antonio, 1500 circa. Olio su tavola. Lisbona, Museu Nacional de Arte Antiga © DGPC/Luísa OliveiraDal 9 novembre al 12 marzo 2023, circa 100 opere tracceranno il ritratto di un artista singolare e misterioso, sul quale gli esperti non hanno mai smesso di dibattere, e delle passioni che è riuscito ad accendere dal Cinquecento ad oggi, influenzando grandi maestri, attraendo prestigiosi collezionisti e dando vita a un gusto diffuso che autorizza a parlare di un vero e proprio “fenomeno Bosch”. L’affascinante tesi dei curatori è che il pittore fiammingo, così diverso dagli altri grandi artisti dell’Europa del suo tempo, sia l’emblema di un Rinascimento “alternativo”, lontano anni luce dagli ideali umanisti e classicisti del XV secolo, e dunque la prova dell’esistenza di una pluralità di Rinascimenti, ciascuno con proprie caratteristiche e un proprio centro di gravità. Altra ipotesi fondante è l’idea che il “fenomeno Bosch” non nasca nelle Fiandre, patria dell’artista, ma nel mondo mediterraneo, e precisamente tra la Spagna e l’Italia del Cinquecento. Bottega di Jheronimus Bosch, La visione di Tundalo, 1490-1525 circa. Olio su tavola. Madrid, Museo Lázaro Galdiano © Museo Lázaro Galdiano, MadridProprio per questo la mostra milanese non è una tradizionale monografica, bensì un dialogo fluido tra le opere di Bosch e quelle di maestri fiamminghi, italiani e spagnoli, che evidenziano come “l’altro Rinascimento” abbia in seguito influenzato artisti di estrazioni diverse, da Tiziano a Raffaello, da Gerolamo Savoldo a El Greco. Lungo il percorso troviamo dipinti, sculture e incisioni, ma anche arazzi, volumi antichi e oggetti rari provenienti dalle wunderkammer di facoltosi collezionisti. Tra i capolavori di Bosch spicca il monumentale Trittico delle Tentazioni di Sant’Antonio del Museu Nacional d’Arte Antiga di Lisbona, mai stato esposto in Italia,che nel corso del Novecento ha lasciato il Portogallo soltanto due volte, mentre proviene dal Groeningenmuseum di Bruges il Trittico del Giudizio Finale, anticamente nelle collezioni del cardinale veneziano Marino Grimani. Altri prestiti straordinari sono arrivati dal Museo del Prado, dal e dal Museo Làzaro Galdiano di Madrid e dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Jheronimus Bosch, Le Tentazioni di Sant’Antonio, 1500 circa. Olio su tavola. Lisbona, Museu Nacional de Arte Antiga © DGPC/Luísa OliveiraSenza precedenti è l’esposizione dell’intero ciclo degli arazzi tratti dalle opere di Bosch, che accosta per la prima volta i quattro pezzi del Monastero dell’Escorial e il cartone del quinto arazzo andato perduto, conservato nelle collezioni delle Gallerie degli Uffizi: oggetti d’arte preziosissimi, autentici status symbol nell’Europa cinquecentesca, che oggi testimoniano la fortuna dell’artista fiamminghi presso i vertici dell’aristocrazia dell’epoca. Copia da Jheronimus Bosch, Scena con elefante, XVI secolo. Olio su tela. Firenze, Gallerie degli Uffizi © Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli UffiziLe incisioni, a partire da quelle di Pieter Bruegel il Vecchio, furono invece il medium principale grazie al quale l’immaginario fantastico e notturno di Bosch viaggiò lungo tutto il continente, e perfino oltre l’Atlantico. Nelle corti del XVI e XVII secolo, infine, il gusto bizzarro dell’artista fiammingo si accordò perfettamente con lo spirito delle wunderkammer: lo scopriremo nell’ultima sala di Bosch e un altro Rinascimento, allestita proprio come una camera delle meraviglie, dove oggetti rari e preziosi evocano le atmosfere del più celebre capolavoro di Bosch, il Trittico del Giardino delle Delizie. Manifattura di Bruxelles, Il giardino delle delizie, 1550-1570 circa. Arazzo. Madrid, Patrimonio Nacional, Palacio Real © Patrimonio Nacional, Madrid
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