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Gli ambientalisti siciliani: l’osservatorio astronomico sulla Mufara, nelle Madonie, è irrealizzabile
Di fronte a notizie stampa che definiscono «Parziali e fuorvianti», Cai, GRE, Italia Nostra, Legambiente, Lipu, Rangers e Wwf, che il 23 aprile 2022 organizzarono nel Parco Regionale delle Madonie una manifestazione per la tutela della Mufara, ribadiscono che «Il progetto dell’osservatorio astronomico sulla Mufara è irrealizzabile per violazioni di vincoli di legge inderogabil»i.
Le associazioni ambientaliste spiegano che «Il progetto proposto si estenderebbe su una superficie di 800 metri quadri, di cui 360 per un piazzale, con 3.540 metri cubi di volume edilizio e un’altezza di oltre 13 metri fuori terra, con annessa una pista carrozzabile per l’accesso alla sommità della Mufara. Tutto questo non solo in piena zona A di tutela integrale del Parco delle Madonie, ma addirittura in area boscata e nelle fasce di tutela esterna a inedificabilità assoluta come recentemente ribadito dalla Corte Costituzionale che con la sentenza n. 135 del 26 aprile 2022 ha dichiarato illegittime le norme regionali con cui si volevano cancellare i vincoli di tutela sulle aree boscate».
E gli ambientalisti sottolineano che «Tutto questo non viene raccontato così come non si dice che a seguito della citata sentenza della Corte Costituzionale 135/2022, la Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Palermo, con provvedimento prot. 0015350 del 9 agosto 2022 (reso noto a ottobre del 2022) ha rilasciato, correttamente e inevitabilmente, parere negativo sulla realizzabilità dell’opera nel sito prescelto sulla Mufara. Tra l’altro l’opera sul piano giuridico è tutt’altro che strategica tanto che il progetto è stato presentato non secondo le procedure delle opere pubbliche dichiarate di interesse nazionale, ma allo Sportello Unico Attività Produttive dei comuni delle Madonie, gestito da un’altra società privata la Sosvima, come un qualunque piccolo esercizio commerciale».
Il comunicato congiunto delle associazioni smentisce anche che l’Ente Parco abbia autorizzato l’opera: «Ha solo rilasciato un parere preliminare per gli aspetti connessi alla valutazione di incidenza, mentre non ha rilasciato il nulla osta definitivo alla realizzazione dell’opera, preliminare al permesso di costruire di competenza esclusiva del Comune di Petralia Sottana. E non comprendiamo come il nulla osta e il permesso di costruire possano essere rilasciati ai sensi delle norme vigenti in un’area dichiarata a inedificabilità assoluta per legge e sentenza della Corte Costituzionale». Però Cai, GRE, Italia Nostra, Legambiente, Lipu, Rangers e Wwf fanno notare che «E’ singolare poi che l’Ente Parco non abbia ritenuto di dovere controdedurre alle osservazioni di merito presentate dalle Associazioni ambientaliste nel giugno 2022, adducendo interpretazioni procedurali».
La nota ambientalista evidenzia che «Tanto è irrealizzabile il progetto di cui si discute, che per cercare di aggirare i vincoli di legge gravanti sulla sommità della Mufara, invece di cercare soluzioni alternative sul piano progettuale, nella recente legge regionale di stabilità n. 2 del 22 febbraio 2023 è stato inserito l’articolo 38, inattuabile e non pertinente, perché fa riferimento a deroghe allo statuto del parco, che riguarda l’organizzazione degli uffici, gli organi e relative attribuzioni, e non la disciplina ambientale, ed è comunque in violazione della giurisprudenza costituzionale. Disconoscendo incredibilmente un’altra sentenza della Corte Costituzionale, la n. 172 del 5 giugno 2018, che ha dichiarato incostituzionale il tentativo proprio per la Sicilia di derogare con legge regionale ai vincoli e di fatto sottrarre dalla tutela paesaggistica le opere dichiarate di interesse pubblico dalla Giunta Regionale. Con questo modo di procedere si alimenta solo il contenzioso e non la ricerca di soluzioni alternative e ragionevoli».
Le Associazioni Ambientaliste concludono ribadendo di «Non essere contrarie alla previsione di un osservatorio astronomico sulle Madonie né tanto meno alle attività di ricerca scientifica, ma vanno rispettate le leggi di tutela ambientale e paesaggistica e la Mufara va preservata da simili opere (strade, piazzali, volumi edilizi) che la distruggerebbero irrimediabilmente. Non ci sono alternative: o si cambia sito rispetto alla Mufara ubicando l’osservatorio in aree non vincolate a inedificabilità assoluta e lontano dai boschi o il progetto deve essere totalmente rivisto, eliminando dalla sommità della Mufara volumi edilizi e opere che nulla hanno a che vedere con la struttura del telescopio e salvaguardando l’integrità delle aree boscate».
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La ricerca italiana per la conservazione di squali e razze
«Squali e razze del Mediterraneo hanno urgente necessità di misure di conservazione che consentano di invertirne l’attuale trend di declino. Metà di queste specie è oggi a rischio di estinzione nei nostri mari a causa della pesca diretta e accidentale. Alcune di queste, tra cui squali sega e squali angelo, si possono considerare ormai localmente estinte». A dirlo sono oltre 90 biologi marini di università ed enti di ricerca italiani che dal 28 febbraio e il 1° marzo si sono riuniti a Napoli al Museo Darwin-Dohrn della Stazione Zoologica A. Dohrn (SZN) nell’ambito delle attività del Centro Nazionale della Biodiversità (National Biodiversity Future Center) supportato dal PNRR e con la collaborazione del progetto Life Elife
Alla SZN sottolineano che «E’ stato un incontro di ricercatori impegnati ai massimi livelli per scongiurare questo declino inarrestabile. I partecipanti hanno potuto condividere informazioni sullo stato dell’arte, promuovendo lo sviluppo di contesti progettuali volti a colmare alcune lacune conoscitive. L’obiettivo è stato quello di identificare e proporre ulteriori approcci di conservazione, maggiormente efficaci rispetto alle azioni intraprese fino ad oggi».
Le relazioni scientifiche esposte da 33 ricercatori hanno evidenziato lo stato delle conoscenze su biodiversità, biologia ed ecologia, aree di aggregazione e habitat essenziali, impatti della pesca e importanza di questi organismi negli ecosistemi marini. L’incontro ha promosso attività di progettazione da sviluppare in rete sul territorio per colmare i gap conoscitivi mettendo a sistema conoscenze, dati, campioni e poter avanzare proposte concrete, da condividere anche con gli operatori della pesca, per la protezione di queste specie nei nostri mari.
Tra le misure discusse dai ricercatori è stata evidenziata «L’importanza delle chiusure spaziali e temporali alla pesca di aree ritenute essenziali per la riproduzione e l’accrescimento delle specie maggiormente a rischio incluse nelle liste rosse dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN). Risulta di fondamentale importanza la modifica di alcuni attrezzi da pesca per ridurre le catture accidentali, l’obbligo di rilascio in mare delle specie rare, come i palombi nel Mar Tirreno o lo squalo volpe nell’intera area mediterranea, da affiancare ad un aumento nei controlli delle attività di pesca per arrestare la commercializzazione di specie protette».
Dal dibattito è arrivata la conferma che «La continua richiesta sui mercati mondiali di queste specie alimenta pratiche di sovrapesca a livello globale e l’Italia è tra i principali importatori al mondo di carni di squali e razze. È pertanto fondamentale intervenire con strumenti di disseminazione puntuali ed efficaci per cambiare la percezione del pubblico verso questo gruppo di animali, sensibilizzando i consumatori rispetto alle problematiche di tutela e salvaguardia della loro biodiversità, favorendo anche scelte alimentari responsabili.
È emersa quindi l’urgenza di finalizzare un Piano d’Azione Nazionale sugli Elasmobranchi (squali e razze) come strumento chiave per la conservazione di queste specie nelle acque italiane».
In una nota congiunta, i ricercatori concludono: «Squali e razze, oltre a far parte della biodiversità dei nostri mari, sono fondamentali per la buona salute degli ecosistemi marini. È dunque urgente porre fine al loro declino mettendo in atto misure di gestione e protezione che ne scongiurino la scomparsa, come accaduto ormai per quelle specie la cui presenza del passato è oggi testimoniata solo dai reperti visibili nei nostri musei. L’articolo 9 della nostra costituzione, unitamente alle direttive europee e alle convenzioni internazionali, sancisce l’importanza di preservare la biodiversità. Con questo obiettivo gli enti organizzatori dell’evento tra cui la Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, le Università di Palermo e di Padova, il CNR-IRBIM e tutti partecipanti alle giornate di incontro hanno consolidato questo impegno di grande rilevanza nell’ambito delle attività del Centro Nazionale della Biodiversità (National Biodiversity Future Center) finanziato dal PNRR».
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Prosegue la riforestazione marina in Sardegna
In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, zeroCO2, B-Corp italo guatemalteca che sviluppa progetti di riforestazione ad alto impatto sociale, e Worldrise, Onlus, attiva per la conservazione e valorizzazione dell’ambiente marino, annunciano «La continuazione del progetto “Riforestazione Marina” a Golfo Aranci (SS), in Sardegna, per contrastare attivamente il cambiamento climatico e tutelare le foreste sommerse». Una decisione che nasce dal successo della riforestazione dei primi 100 m2 di prateria di Posidonia oceanica, ripristinati nel 2022 nella stessa area. Infatti, le due parti spiegano che «Il primo monitoraggio scientifico effettuato sul posidonieto riforestato ha registrato un tasso di sopravvivenza delle piante del 75%: per quest’anno l’obiettivo è continuare a salvaguardare uno degli habitat più importanti del Mar Mediterraneo, ripristinando altri 200 m2 di piante marine entro il mese di giugno 2023. Con il reimpianto di circa 5000 talee di P. oceanica sarà possibile continuare a contrastare l’acidificazione e il riscaldamento delle acque del Mar Mediterraneo, sempre più a rischio a causa del cambiamento climatico».
Andrea Pesce, founder di zeroCO2, sottolinea che «Nel 2022 abbiamo raggiunto gli obiettivi prefissati insieme a Worldrise e a tutte le aziende che hanno deciso di supportarci in nome della salvaguardia del Mediterraneo, che ad oggi è uno degli ecosistemi più colpiti dalla crisi climatica. Nel 2023 vogliamo replicare i risultati raggiunti e dare un chiaro segnale alle istituzioni: la lotta al cambiamento climatico è possibile ma dobbiamo collaborare e agire adesso».
Per zeroCO2 e Worldrise, «La salute del mare, infatti, è una parte fondamentale della lotta alla crisi climatica e ha un impatto diretto e quotidiano su ogni persona. L’oceano genera più del 50% dell’ossigeno che respiriamo e assorbe circa 1/3 dell’anidride carbonica in eccesso presente in atmosfera: le piante marine, come Posidonia oceanica, giocano un ruolo fondamentale in questo processo, essendo in grado di assorbire fino a 83.000 tonnellate di carbonio per km2, più del doppio di un bosco terrestre. Inoltre, i posidonieti sono uno scrigno di biodiversità e, quando sono in salute, possono ospitare fino a 350 specie diverse di animali marini per ogni ettaro. Purtroppo, negli ultimi 50 anni oltre il 29% delle praterie di Posidonia è regredito in maniera incontrollata. Per ogni m2 di prateria persa si rischia l’erosione di circa 15 metri di litorale sabbioso».
La Presidente di Worldrise ed esperta di conservazione marina, Mariasole Bianco, conclude: «Il progetto Riforestazione Marina dimostra che collaborando è possibile non solo creare valore sul territorio e sensibilizzare, ma anche avere un impatto positivo per il ripristino degli ecosistemi. Continuare a portare avanti questo progetto significa poter fare davvero la differenza per il nostro mare. Il progetto di zeroCO2 e Worldrise ha rappresentato l’inizio di una rigenerazione del Mediterraneo per contrastare la scomparsa della Posidonia e ripristinare il polmone blu del nostro mare. Dopo un anno, l’impegno delle due realtà è più vivo che mai e aperto al contributo di tutti, a dimostrazione dell’importanza di continuare a tutelare l’oceano».
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I fiumi nel cielo che plasmano il clima africano
L'Africa orientale è molto più secca di altre regioni terrestri tropicali, comprese le foreste pluviali dell'Amazzonia e del Congo. Si è sempre pensato che la geografia dell'Africa orientale rendesse la regione arida e suscettibile alla siccità, ma fino ad ora non si era capito quale fosse il meccanismo preciso che provoca questa situazione climatica. Secondo lo studio “Valley formation aridifies East Africa and elevates Congo Basin rainfall”, pubblicato su Nature da Callum Munday e Richard Washington del Climate Research Lab della School of geography and the environment dell’università di Oxford e da Nicholas Savage e Richard Jones del Met Office Hadley Centre, «Le valli profonde contengono "fiumi nel cielo" trasportati dall'aria e contribuiscono a creare condizioni aride nell'Africa orientale».
Lo studio ha infatti scoperto come le valli fluviali orientate est-ovest dirigano milioni di tonnellate di vapore acqueo dall'Oceano Indiano lontano dall'Africa orientale e verso la foresta pluviale del Congo e, così facendo, limitino le precipitazioni dell'Africa orientale e dimostra che «Le valli fluviali da est a ovest sono un fattore cruciale nelle scarse precipitazioni annuali».
La ricerca fa parte del REACH programme della Smith School of Enterprise and the Environment dell’università di Oxford ed è finanziata dal Foreign, Commonwealth and Development Office (FCDO) e supportata dalla Met Office Academic partnership. Il team di Oxford e del Met Office era già stato in Kenya per misurare i "fiumi invisibili" con palloni meteorologici. I ricercatori britannici volevano vedere come le valli influenzano il clima in tutta l'Africa. Per farlo hanno ideato una serie di esperimenti modello che hanno cambiato la geografia del sistema dei rift riempiendo progressivamente i canali fluviali.
Munday spiega: «Normalmente, quando pensiamo alle valli e all'acqua, pensiamo ai fiumi che scorrono lungo il territorio. Nell'Africa orientale, valli profonde, come la Turkana Valley, incanalano forti venti e creano fiumi invisibili nel cielo. Questi fiumi invisibili trasportano milioni di tonnellate di vapore acqueo, l'ingrediente chiave per la pioggia».
Washington sottolinea che «Gli esperimenti mostrano che le valli influenzano il clima su scala continentale. Non può piovere allo stesso modo ovunque, e le valli aiutano a sostenere precipitazioni abbondanti nel bacino del Congo, lasciando l'Africa orientale soggetta alla siccità».
I ricercatori sono convinti che «Comprendere i “compromessi” climatici nelle precipitazioni tra le diverse regioni su scala continentale può aiutarci a migliorare la capacità di prevedere i futuri modelli di precipitazioni in tutta l'Africa. Questo, date le implicazioni politiche del cambiamento climatico in tutta l'Africa. è particolarmente importante. Il bacino del Congo è anche un hotspot chiave per la biodiversità e un deposito di carbonio».
Ma i risultati dei “fiumi nel cielo” nel Corno d’Africa vengono aggravati dal cambiamento climaticop: a est delle valli è in corso la più lunga e grave siccità mai registrata in un’are già semiarida e arida. Washington evidenzia che «Sebbene le valli non influenzino la variabilità annuale delle precipitazioni, creando un ambiente in cui le precipitazioni sono così insolitamente bassein partenza, le valli rendono l'Africa orientale molto più soggetta alla siccità».
Su scale temporali più lunghe, gli esperimenti degli scienziati di Oxford e del Met Office possono aiutare a spiegare anche le pressioni ambientali che i nostri primi antenati ominidi hanno dovuto affrontare milioni di anni fa.
o Munday conclude, «L'inaridimento e l'espansione degli ecosistemi di tipo savana nel corso di milioni di anni è considerato un fattore cruciale nell'evoluzione delle prime specie di ominidi, portando ad adattamenti come il bipedismo (camminare su due piedi). Gli esperimenti sui modelli dimostrano che la formazione di valli e il prosciugamento associato è un meccanismo plausibile che potrebbe aver portato a questa espansione della savana».
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I primi cavalieri del mondo: gli esseri umani andavano a cavallo già 5.000 anni fa
Studiando i resti di scheletri umani trovati nei kurgan, tumuli funerari risalenti a 4500 - 5000 anni fa e appartenenti alla cultura Yamnaya, un team di ricercatori ha scoperto le prime prove dell'equitazione. Gli Yamnayan erano una popolazione e una cultura che si sono evolute nelle steppe del Ponto-Caspio alla fine del IV millennio a.C., poi erano emigrati dalle steppe del Ponto-Caspio per trovare pascoli più verdi nelle odierne Romania e della Bulgaria e spingendosi fino all'Ungheria e alla Serbia. I ricercatori dicono che «Adottando l'innovazione chiave della ruota e del carro, sono stati in grado di migliorare notevolmente la loro mobilità e sfruttare un'enorme risorsa energetica altrimenti irraggiungibile, il mare di erba della steppa lontano dai fiumi, consentendo loro di mantenere grandi mandrie di bovini e ovini. Impegnandosi così in un nuovo stile di vita, questi pastori, se non furono i primi veri nomadi nel mondo, si espansero notevolmente nei due secoli successivi fino a coprire più di 5000 chilometri tra l'Ungheria a ovest e, nella forma della cosiddetta cultura Afanasievo, Mongolia e Cina occidentale a est. Dopo aver seppellito i loro morti in fosse comuni sotto grandi tumuli, chiamati kurgan, si dice che gli Yamnayan siano stati i primi ad aver diffuso le lingue proto-indoeuropee».
Ma oro lo studio “First bioanthropological evidence for Yamnaya horsemanship”, pubblicato su Science da un team internazionale di ricercatori rivela che questi antichi pastori nomadi non allevavano solo bovini e pecore ma anche cavalli.
Uno degli autori dello studio, Volker Heyd, professore di archeologia all'università di Helsinki, ricorda che «L'equitazione sembra essersi evoluta non molto tempo dopo il presunto addomesticamento dei cavalli nelle steppe eurasiatiche occidentali durante il IV millennio a.C. Era già piuttosto comune nei membri della cultura Yamnaya tra il 3000 e il 2500 a.C.»
Le regioni a ovest del Mar Nero costituiscono una zona di contatto nella quale gruppi nomadi di pastori della cultura Yamnaya incontrarono per la prima volta le comunità di agricoltori del tardo neolitico e del calcolitico. Per decenni, l'espansione delle popolazioni della steppa nell'Europa sud-orientale della prima età del bronzo è stata spiegata come un'invasione violenta. Con l'avvento della ricerca sul DNA antico, le differenze tra questi migranti dall'est e i membri delle società locali sono diventate ancora più pronunciate.
Un’altra autrice del nuovo studio, Bianca Preda-Bălănică dell'università di Helsinki, sottolinea che «La nostra ricerca sta ora iniziando a fornire un quadro più sfumato delle loro interazioni. Ad esempio, finora i reperti di violenza fisica previsti sono praticamente inesistenti nella documentazione scheletrica. Iniziamo anche a comprendere i complessi processi di scambio nella cultura materiale e nelle usanze funerarie tra i nuovi arrivati e la gente del posto nei 200 anni successivi al loro primo contatto».
L'utilizzo degli animali per il trasporto, in particolare del cavallo, ha segnato una svolta nella storia dell'uomo. Il notevole guadagno in termini di mobilità e distanza percorsa ha avuto effetti profondi sull'utilizzo del suolo, sul commercio e sulla guerra. La ricerca attuale si è concentrata principalmente sui cavalli, ma l'equitazione è un'interazione di due componenti - la cavalcatura e il suo cavaliere - e i resti umani sono disponibili in numero maggiore e in condizioni più complete rispetto ai primi resti di cavalli. Dato che l'equitazione è possibile senza attrezzature specializzate, l'assenza di reperti archeologici relativi all'equitazione più antica non è così strana.
Come spiega il principale autore dello studio, Martin Trautmann, bioantropologo dell’università di Helsinki, «Abbiamo analizzato oltre 217 scheletri provenienti da 39 siti, di cui circa 150 trovati nei tumuli funerari appartengono agli Yamnayan. La diagnosi dei modelli di attività negli scheletri umani non è univoca. Non ci sono tratti singolari che indicano una certa occupazione o comportamento. Solo nella loro combinazione, come una sindrome, i sintomi forniscono spunti affidabili per comprendere le attività abituali del passato».
Il team internazionale ha deciso di utilizzare 6 criteri diagnostici stabiliti come indicatori dell'attività equestre (la cosiddetta "sindrome dell'equitazione"): 1. Siti di attacco muscolare sul bacino e sul femore; 2. Cambiamenti nella forma normalmente rotonda delle orbite dell'anca; 3. Segni di impronta causati dalla pressione della rima acetabolare sul collo del femore; 4. Il diametro e la forma della diafisi femorale; 5. Degenerazione vertebrale causata da ripetuti impatti verticali; 6. Traumi che tipicamente possono essere causati da cadute, calci o morsi da cavallo. Inoltre, per aumentare l'affidabilità diagnostica, il team ha utilizzato anche un metodo di filtraggio più rigoroso e ha sviluppato un sistema di punteggio che tiene conto del valore diagnostico, della particolarità e dell'affidabilità di ciascun sintomo.
Ne è venuto fuori che «Complessivamente, dei 156 individui adulti del campione totale, almeno 24 (15,4%) possono essere classificati come "possibili cavalieri", mentre 5 Yamnaya e 2 successivi, nonché due possibilmente precedenti, si qualificano come "probabili cavalieri"».
Trautmann è convinto che «La prevalenza piuttosto elevata di questi tratti nella documentazione scheletrica, soprattutto rispetto alla completezza complessiva limitata, mostra che queste persone andavano a cavallo regolarmente».
Per capire se l'equitazione venisse esercitata per comodità in uno stile di vita pastorale mobile, per consentire un allevamento più efficace del bestiame, come mezzo per fare incursioni rapide e di vasta portata o semplicemente come status symbol, sono necessarie ulteriori ricerche.
L’autore senior dello studio, lo statunitense David Anthony, professore emerito dell'Hartwick College, conclude: «Nella serie, abbiamo una sepoltura intrigante. Una tomba datata intorno al 4300 a.C. a Csongrad-Kettöshalom in Ungheria, a lungo sospettata dalla sua posa e dai manufatti di essere di un immigrato dalle steppe, ha sorprendentemente mostrato 4 delle 6 patologie dell’equitazione, indicando forse che cavalcava un millennio prima degli Yamnaya. Un caso isolato non può supportare una conclusione definitiva, ma nei cimiteri neolitici di quest'epoca nelle steppe, i resti di cavalli venivano occasionalmente collocati in tombe umane insieme a quelli di bovini e ovini, e mazze di pietra venivano scolpite a forma di teste di cavallo. Chiaramente, dobbiamo applicare questo metodo anche alle collezioni più vecchie».
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Gli odontoceti cacciano in profondità usando il registro vocale fry
Gli odontoceti - delfini, orche, focene e capodogli - sono abili predatori dal cervello grande, estremamente socievoli, cooperano e possono cacciare prede fino a 2 km di profondità (gli zifi anche oltre). Tutti questi straordinari comportamenti sono resi possibili dal suono che viaggia lontano e velocemente in acque torbide e oscure e che permette agli odontoceti di comunicare tra loro e cacciare. Ma finora era rimasto un mistero come questi incredibili animali producano il loro ricco repertorio vocale nelle profondità marine. Il nuovo studio “Toothed whales use distinct vocal registers for echolocation and communication”, pubblicato su Science dai biologi danesi Peter Madsen ( Aarhus Universitet), , Coen Elemans (Syddansk Universitet) e dalla tedesca Ursula Siebert (Tierärztliche Hochschule Hannover), ha scoperto per la prima volta che nel loro naso hanno evoluto una nuova sorgente sonora azionata dall’aria, che è funzionalmente uguale alla laringe umana, che opera su diversi registri vocali come la voce umana.
Elemans, Madsen e la Siebert dimostrano che «Gli odontoceti, come gli esseri umani, hanno almeno tre registri vocali; il registro vocale fry (noto anche come voce scricchiolante, che produce i toni più bassi), il registro di petto (che è la nostra normale voce parlante) e il registro in falsetto (che produce frequenze ancora più alte)». Elemans spiega che «Il vocal fry è un normale registro vocale che viene spesso utilizzato nell'inglese-americano. Kim Kardashian, Kate Perry e Scarlet Johannsen sono personaggi famosi che usano questo registro».
Secondo la nuova ricerca, gli odontoceti usano questo registro vocale per produrre i loro richiami di ecolocalizzazione per catturare la prede.
Elemans spiega ancora: «Durante il vocal fry, le corde vocali restano aperte solo per un tempo molto breve, e quindi ci vuole pochissima aria respirabile per usare questo registro». E Madsen fa notare che «Questo risparmio di aria lo rende particolarmente ideale per l'ecolocalizzazione. Durante le immersioni profonde, tutta l'aria viene compressa a una minuscola frazione del volume che ha in superficie»
Alcune specie di odontoceti si immegono a grandi profondità e catturano più pesci dell'industria della pesca umana. Quando cacciano nelle acque profonde e torbide, producono brevi, potenti clic di ecolocalizzazione ultrasonica a una velocità fino a 700 al secondo per localizzare, tracciare e catturare la preda.
Madsen sottolinea che «Così i vocal fry consentono ai cetacei di accedere alle nicchie di cibo più ricche sulla terra: quelle dell'oceano profondo». Elemans aggiunge che «Mentre i vocal fry possono essere controversi tra gli esseri umani e possono essere percepiti come qualsiasi cosa, da fastidiosi a autorevoli, senza dubbio hanno reso gli odontoceti una storia di successo evolutivo».
Prima si pensava che gli odontoceti emettessero suoni con la laringe proprio come gli altri mammiferi, ma 40 anni fa è diventato chiaro che non è così; in qualche modo usano il naso per produrre suoni. Nel nuovo studio, utilizzando video ad alta velocità e attraverso endoscopi, il team di ricerca danese-tedesco ha scoperto cosa succede esattamente: «Gli odontoceti hanno evoluto un sistema di produzione del suono azionato dall'aria nel loro naso, che funziona fisicamente in modo analogo alla produzione del suono della laringe e della siringe nei mammiferi e negli uccelli, ma la sua posizione è tutt'altro che la stessa». Madsen spiega ancora: «L'evoluzione l'ha spostata dalla trachea al naso, il che ha consentito di fare pressioni molto più elevate - fino a 5 volte quelle che può produrre un trombettista - senza danneggiare i tessuti polmonari». Elemans conferma che «Questa elevato driver di pressione consente ai cetacei di emettere i suoni più forti di qualsiasi animale del pianeta", aggiunge».
A profondità superiori a 100 metri, i polmoni dei cetacei collassano per evitare i problemi da compressione/decompressione e quindi non sono utili per l'approvvigionamento d'aria, e l'aria rimanente si trova nei passaggi nasali del cranio. Questo fornisce uno spazio aereo piccolo ma sufficiente per produrre un suono di ecolocalizzazione alla sorprendente profondità di 2000 metri e oltre. Durante l'ecolocalizzazione, gli odontoceti pressurizzano l'aria nel loro naso osseo e la lasciano passare in strutture chiamate labbra foniche che vibrano proprio come le corde vocali umane. La loro accelerazione produce onde sonore che viaggiano attraverso il cranio fino alla parte anteriore della testa. Oltre all'ecolocalizzazione, gli odontoceti emettono una vasta gamma di suoni utili per la loro complessa comunicazione sociale.
Madsen ricorda che «Alcune specie, come le orche e i globicefali, emettono richiami molto complessi che vengono appresi e trasmessi culturalmente come i dialetti umani».
Nel loro studio. i ricercatori dimostrano che questi suoni sono prodotti dalle labbra foniche che vibrano nel petto e nei registri del falsetto. Hanno filmato le labbra foniche utilizzando diversi approcci, si sono avvalsi sia delfini addestrati che di animali selvatici che si muovevano liberamente con addosso un piccolo tag che registrava i loro suoni.
Elemans conclude soddisfatto: «Ci sono voluti quasi 10 anni per sviluppare nuove tecniche, raccogliere e analizzare tutti i nostri dati».
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