Rocco Tanica ha pubblicato il suo terzo libro. Si intitola Non siamo mai stati sulla Terra ed è di fatto un lungo dialogo filosofico tra la sua scrittura e quella semi-automatica di un’intelligenza artificiale. È il primo esperimento letterario italiano di questo tipo. Le due voci narranti, una stampata in carattere serif e l’altra in bastoni, ma non certo priva di grazia, si ispirano a vicenda, si contendono l’attenzione e l’ammirazione del lettore, si afferrano e si lasciano andare come acrobati della sintassi nel circo che hanno messo su insieme a una compagnia di antichi egizi, bambini ragno, donne con gli occhi a lucciola e surrealisti russi.
Il libro comincia con una falsa partenza (da Milano a una Milano immaginaria, fondata nel 1831, a detta della macchina scrivente, dal magnate tessile Giovan Battista Milano) e si conclude con uno strepitoso manifesto poetico sul concetto di nascita, che segue immediatamente la morte a sorpresa di un sicario. Sono talmente tanti i picchi qualitativi del libro che è più sintetico citarne uno quantitativo: la brevissima ricetta per fare le foglie, che funziona come


