Se il timore di un Iran nucleare è ancora (o meglio: adesso più che mai) la principale minaccia che il nuovo/vecchio governo israeliano si trova davanti, la possibilità di costruire una partnership con l’Arabia Saudita è una speranza. Sono questi due i capisaldi strategici su cui l’esecutivo di Benajamin Netanyahu — che oggi, 29 dicembre entra di fatto in azione — si troverà a lavorare.
Il ritorno al governo di Bibi è segnato da questi due dossier anche perché nei pochi, recenti mesi di opposizione ha più volte dedicato spazio ai due temi (e a una serie di questioni correlate) per accusare i governi rivali di essere troppo deboli o poco incisivi, aggiungendo spunti sulle sue teoriche capacità (migliori) nel raggiungere su entrambi campi risultati (maggiori).
Nella realtà, sia il contenimento di Teheran che la possibilità di normalizzare i rapporti con Riad non rientrano completamento nelle potenzialità di Netanyahu, perché tendono a essere questioni molto complicate in cui le volontà politiche del premier israeliano segnano solo una porzione delle forze in campo.
Il governo che Netanyahu
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