
Parliamo di fragilità ogni giorno, ma perché chiedere aiuto resta complicato?
C’è una scena che ormai potremmo mettere in calendario, tipo promemoria mensile. Qualcuno dice: “Sono stanca”, “Sono in burnout”, “Non ce la faccio più”. Lo dice con parole lucidissime, quasi da podcast. Poi però, quando dovrebbe arrivare la frase che cambia davvero la situazione, quel “Mi aiuti?”, succede il vuoto. Il messaggio resta in bozza. La...
C’è una scena che ormai potremmo mettere in calendario, tipo promemoria mensile. Qualcuno dice: “Sono stanca”, “Sono in burnout”, “Non ce la faccio più”. Lo dice con parole lucidissime, quasi da podcast. Poi però, quando dovrebbe arrivare la frase che cambia davvero la situazione, quel “Mi aiuti?”, succede il vuoto. Il messaggio resta in bozza. La telefonata non parte. Si trova un modo elegante per far finta di niente.
E non è perché siamo diventati improvvisamente misteriosi o freddi. È che parlare di ciò che sentiamo è una cosa, chiedere aiuto è un’altra faccenda. Più concreta, più rischiosa. E, paradossalmente, più “imbarazzante” proprio adesso che la fragilità è entrata nel lessico quotidiano.
Chiedere aiuto non è solo ammettere che qualcosa non va
Dire “sto male” è diventato socialmente possibile. Dire “mi dai una mano?” è ancora una richiesta che ci fa sentire esposti, come se stessimo occupando spazio in un mondo dove tutti corrono e nessuno ha mai tempo. E infatti la sensazione più comune non è “mi giudicheranno cattivi”. È “sono già stanchi, perché dovrei aggiungermi anch’io?”.
Chiedere aiuto, poi,
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