“Abbiamo un paese che è fatto di parole”, scrive il grande poeta palestinese Mahmoud Darwish in Come gli altri viaggiamo. Parole che non sono solo quelle della letteratura, dei romanzi di Ghassan Kanafani (1936-1972) e dei racconti di Samira Azzam (1927-1967), che hanno gettato le “fondamenta” dei “motivi ricorrenti della letteratura palestinese”, come ha scritto l’arabista e traduttrice Elisabetta Bartuli, o di tutte le poetesse, i poeti, gli autori e le autrici dei decenni seguenti – ma anche quelle pronunciate ogni giorno da uomini, donne, bambine e bambini nei luoghi più disparati: da Gerusalemme, Gaza, Ramallah, Haifa, a Beirut, Amman, Damasco, Il Cairo, e poi Londra, Parigi, Berlino, Roma, e ancora New York, Chicago, Detroit, Toronto.
Oggi i palestinesi vivono ovunque nel mondo, e il racconto della loro terra passa attraverso la letteratura e le parole spese dal suo popolo: tra le mura domestiche in terra straniera per figlie e figli che nascono come palestinesi e lo saranno sempre, pur non avendo mai conosciuto la loro patria, così come fuori, nel mondo, per i popoli ospitanti più o meno disposti
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