“Rendere i contratti più flessibili non aiuta l’occupazione. Il motivo, in sostanza, è che se è vero che i contratti flessibili inducono le imprese ad assumere un po’ di più nelle fasi di boom economico, è altrettanto vero che le spingono poi a licenziare appena si avvertono i primi cenni di crisi”. Con queste parole l’economista Emiliano Brancaccio, autore di numerose ricerche, pubblicate su riviste accademiche internazionali, e professore di Politica economica presso l’Università degli studi del Sannio, smonta la narrazione secondo cui il Jobs act, a suo tempo, ha trascinato verso l’alto l’occupazione.
Professor Brancaccio, periodicamente il dibattito ritorna sul Jobs act. Ora si parla anche di un referendum per abrogarlo e la polemica tra favorevoli e contrari riparte. Secondo lei la legge è riuscita ad aumentare l’occupazione?
“La parte del Jobs Act che ha reso i licenziamenti più facili e meno costosi non ha avuto un impatto significativo sull’occupazione. Questo fallimento non deve meravigliare. Dopo decenni di studi sugli effetti della precarizzazione del lavoro, la ricerca scientifica è ormai giunta a un risultato netto: rendere i contratti più flessibili


