Grazie ai proclami dalla Casa Bianca del sovrano folle, assecondato da cortigiani europei ammutoliti nel servilismo, si è tornati parlare di un soggetto che sembrava destinato all’oblio definitivo: la rivoluzione, che oggi viene segnalata impazzare un po’ dovunque; dall’America trumpiana all’intero pianeta nel dopo globalizzazione, dall’Unione europea orfana di partnership protettive all’Italia meloniana, allineata sul progetto di liquidare refendariamente la democrazia che ispeziona il comando modello Montesquieu. La classica divisione dei tre poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) che si bilanciavano e controllavano reciprocamente, ormai fagocitati dal governamentale più famelico. Ossia quello che era stato il primo passo del liberal-costituzionalismo secentesco per soppiantare l’assolutismo regio con l’allargamento al demos della base governativa. Con una tappa inglese a Naseby (1643, sconfitta dei cavalieri di Carlo I Stuart) e poi in Francia, quel 20 settembre 1792 a Valmy; dove sanculotti raccogliticci batterono i reggimenti prussiani e il poeta Goethe sentenziava l’avvenuta fine del mondo. Poi von Clausewitz spiegò il senso dell’accadimento: “la guerra era diventata materia del popolo in armi”, con i sudditi ascesi a citoyens e pronti a combattere per spirito patriottico,
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