di Francesco P. Nicolaci
C’è una scena che si ripete ogni giorno, nelle scuole e fuori: ragazzi che conoscono perfettamente l’ultimo vincitore di un talent musicale, ma non hanno mai sentito nominare Bellini, Monteverdi o Pergolesi, tra il vero patrimonio italiano, oltre che mondiale. Non è colpa loro. È il segno di uno spostamento silenzioso: la musica, da linguaggio centrale della nostra civiltà, è diventata un sottofondo distrattivo.
Nei supermercati, nei bar, nelle cuffie, la musica è un tappeto sonoro. Eppure raramente viene ascoltata davvero. Ancora più raramente viene compresa, e ancor meno ai ragazzi sono offerti strumenti educativi per farlo. La scuola stessa, che dovrebbe custodire e trasmettere i linguaggi profondi della cultura, ha progressivamente relegato la musica a disciplina marginale, quasi ornamentale. Una presenza accessoria, ma non necessaria. Una materia settimanale, spesso percepita come pausa tra i “veri” insegnamenti. Una parentesi transitoria, di cortesia, nella crescita scolastica e umana.
Eppure la domanda è semplice, tanto semplice da essere impunemente trascurata: che cosa perdiamo quando perdiamo la formazione alla musica?
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