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Iran, c’è la prima condanna a morte per le proteste dopo la morte di Mahsa. A processo oltre 750 persone

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Un tribunale di Teheran ha condannato a morte, per la prima volta, una persona accusata di aver partecipato ai “tumulti” che hanno scosso l’Iran dopo la morte di Mahsa Amini. Lo ha indicato l’agenzia di stampa Mizan, vicina alla magistratura.

Secondo il verdetto che lo condanna alla pena di morte, l’imputato – la cui identità non è stata rivelata – è stato giudicato colpevole di “aver appiccato il fuoco a un edificio governativo, turbato l’ordine pubblico, cospirato per commettere un crimine contro la sicurezza nazionale, inimicizia verso Dio e corruzione sulla terra”.

227 parlamentari avevano chiesto la pena di morte contro i dimostranti

La condanna alla pena di morte per chi partecipa alle proteste scoppiate in Iran era  stata chiesta da un gruppo di 227 parlamentari sei giorni fa. I paramentari definiscono i dimostranti “nemici di Dio”. Nel comunicato diffuso dai parlamentari guidati da Ahmad Amirabadi Farahani si afferma che “gli Stati Uniti ed altri nemici hanno istigato e organizzato” le proteste, con “il finanziamento e l’invio di armi” ai dimostranti.

I parlamentari rovesciano poi sui dimostranti la responsabilità per le centinaia di morti provocati dalla sanguinosa repressione del regime: “qualcuno di questi criminali ha ucciso civili e membri delle forze di sicurezza, provocando il martirio di decine di persone”.

“Noi come rappresentanti di questa nazione, chiediamo alle autorità, compreso l’apparato giudiziario, di affrontare questi nemici di Dio che, come lo stato Islamico hanno attacco vite e proprietà e meritano una condanna ed un vendetta divina”, concludono, secondo quanto si legge sulla Fars. In Iran la punizione per i ‘mohareb’, i nemici di Dio, è appunto la pena di morte.

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