TEHERAN – Prosegue senza tregua la guerra in Medio Oriente, giunta ormai alla sua sesta settimana dopo l’escalation innescata dagli attacchi di Stati Uniti e Israele contro Iran. Sul piano diplomatico, però, emergono i primi segnali di possibile apertura: secondo fonti internazionali, tra Washington e Teheran sarebbero in corso colloqui (con il coinvolgimento di mediatori regionali) per arrivare a un cessate il fuoco temporaneo di 45 giorni, che potrebbe rappresentare il primo passo verso una soluzione più stabile del conflitto.
Nonostante i tentativi di dialogo, il clima resta estremamente teso. L’ex presidente Donald Trump ha lanciato pesanti minacce sui social, rivolgendosi direttamente a Teheran con toni durissimi. Immediata la replica iraniana, che ha accusato Washington di aggravare ulteriormente la crisi e di portare avanti azioni assimilabili a crimini di guerra.
Nelle ore successive, lo stesso Trump ha pubblicato un nuovo messaggio dal contenuto ambiguo, indicando una scadenza temporale (“martedì alle 20”), interpretata da alcuni osservatori come un possibile rinvio dell’ultimatum precedentemente annunciato.
Intanto, le conseguenze del conflitto si fanno sentire anche sui mercati energetici. Nonostante l’annuncio dell’OPEC+ di un aumento della produzione a partire da maggio, i prezzi del petrolio continuano a salire: il Wti supera i 113 dollari al barile, mentre il Brent si mantiene oltre quota 110, segnalando una crescente preoccupazione per la stabilità dell’area.
Sul terreno, la situazione resta drammatica. Secondo fonti iraniane, raid condotti da forze statunitensi e israeliane avrebbero colpito edifici residenziali nella zona di Qaleh Mir, nella provincia di Teheran, causando la morte di almeno 13 persone.
Il quadro resta quindi estremamente fragile: mentre la diplomazia prova a riaprire uno spiraglio, gli scontri e le tensioni politiche continuano a mantenere alta l’allerta internazionale.


