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God of War Ragnarok, la recensione: spezzare le catene del destino

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Il fato ti vincola se tu lo permetti. Fa quel che è necessario, non perché è scritto. Noi creeremo il nostro destino

Il destino è davvero ineluttabile? L’uomo, o il dio, può fare qualcosa per cambiare ciò che il fato gli ha assegnato? Le catene che ci vincolano a ciò che siamo stati possono essere spezzate? Domande profonde, naturali, e legittime che molti videogiocatori si sono posti dopo che quattro anni fa gli stessi vedevano il viaggio di Kratos ed Atreus finire con una profezia di Faye, defunta moglie e madre oltre che “messaggera” dei Giganti di Jotunheim; una profezia oscura, che vedeva Kratos morire tra le braccia del figlio per delle ragioni che in quel momento apparivano sconosciute.

Fino a quel momento, ogni singolo istante della vita di Kratos e Atreus era stato previsto, determinato da quel destino che spesso altro non è che una giustificazione per restare inermi di fronte alle difficoltà che si parano noi davanti; per questo motivo quell’incisione muraria, quella profezia, sembrava una condanna a morte per il burbero e pallido dio della guerra spartano. Ma il destino spesso può essere cambiato, soprattutto se c’è un motivo per farlo.

Nel caso di Kratos il motivo è Atreus, conosciuto anche come Loki, dio dell’inganno nella mitologia norrena; l’unico legame rimasto con Faye, l’unico affetto di un dio che fu uomo, l’unica ragione della metamorfosi che ha visto protagonista lo spartano, non più violento per vendetta, ma violento per amore. L’indole di Kratos tuttavia, mai totalmente sopita, può essere la ragione per cui quella profezia si avvererà; infatti dopo la sconfitta di Baldur, figlio di Odino, è iniziato il Fimbulwinter, un evento che preannuncia la più grande paura di tutti gli abitanti dei Nove Regni:

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