“Un sofisticato depistaggio, simile a quello di Ustica”: lo dice senza mezzi termini il procuratore Giovanni Malerba alla commissione bicamerale di inchiesta che nei giorni scorsi l’ha audito sulle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, le due 15enni scomparse a Roma nel 1983.
I depistaggi e l’ambiente romano
Il magistrato che nel 1997 firmò la requisitoria della seconda inchiesta sulle sue scomparse, e che ha recapitato tre rogatorie al Vaticano, tutte disattese, ne chiese anche l’archiviazione. Lasciò molte tracce da approfondire, le stesse su cui è tornato davanti ai commissari a Palazzo San Macuto. “Nella requisitoria del ’97 ho usato il termine ‘ambiente romano’. Non volevo rischiare querele ma la mia sensazione era che l’ambiente fosse un ambiente d’Oltretevere”, in riferimento al Vaticano. Sui depistaggi, Malerba sembra tirare in ballo soprattutto quelli della cosiddetta pista turca e dei cinematografi, quando dice: “Il moltiplicarsi di soggetti rivendicanti il sequestro, sigle come Turkesh o Phoenix, tutti in possesso di elementi dimostranti un contatto con Emanuela, ma nessuno in grado di dimostrarne l’esistenza in vita, unito all’accertata inesistenza di taluni soggetti, rivela
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