1. Ieri è andato in scena il rosario del Festival, la prima parte del funerale. Non un addio improvviso, ma una veglia annunciata da tempo, di quelle in cui la fine è già stata accettata prima ancora di essere dichiarata. L’Auditel ci consegna il foglietto della liturgia con numeri che somigliano più a condoglianze che a trionfi: poca gente addolorata, una partecipazione composta, quasi di circostanza. E chi c’era — io compreso — è rimasto seduto con quella compostezza educata che si riserva ai defunti importanti, ma anche a quelli che, diciamolo senza timore, non erano poi così amati.
2. Carlo Conti ha officiato il rito con precisione impeccabile. Tutto al posto giusto, tutto sotto controllo. Come quei sacerdoti che non sbagliano una pausa ma non lasciano traccia. Uscendo dalla chiesa resta una sola frase: bravo, eh? Però che palle. Perché un funerale troppo perfetto diventa solo una formalità.
3. Laura Pausini è stata la presenza emotiva della serata, la voce che sale all’ambone e legge il ricordo con mestiere, riuscendo a strappare una lacrima anche a chi non era
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