Crisi di governo, la lettera d’amore del cardinal Zuppi: “Cara Costituzione, la nostra luce”

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L’iniziativa dell’arcivescovo di Bologna.
“Ci vorrebbe un miracolo” si trova scritto su dei misteriosi manifesti appiccicati per le vie di Roma. Ma forse basterebbe una medicina, un balsamo, qualcosa. L’altro giorno su Avvenire un teologo suggeriva “mezza giornata di silenzio”: ma come si fa?
La crisi di governo non è un bel vedere. Eppure si resta ipnotizzati dinanzi a uno spettacolo che è così nostro, tutto italiano, tragicomico. Da Ciampolillo in poi ce n’è una al giorno, un carosello di macchiette, ieri il dietrofront del senatore Vitali, l’altro ieri il gran rifiuto della signora Mastella e l’assenso della senatrice “in prestito consensuale”. Un po’ ci si vergogna, ma è roba che dà assuefazione. Nel frattempo si allarga il divario fra le parole e la realtà, in 24 ore dai “responsabili” si è passati ai “cacciatori di volenterosi”.
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La tv ha preso a buttarla sull’intrattenimento, si ride ormai. Ma lo show è morbosamente cannibale e la sfida all’O.K. Corral fra Conte e Renzi va con musica western, altrimenti è la campagna acquisti, il calcio mercato, oppure un gioco a incastro Fico al governo e Franceschini alla Camera. Sul tutto: “toh, guarda chi si rivede”, i sopravvissuti democristoidi, mentre assistere alle dirette dal Parlamento sui social è un’esperienza fra cuoricini, bestemmie, “Vendo furgone”, “Conte stai attento che Enzakkione te mette a catena”…
A lungo andare è un film indecente, claustrofobico, tossichello. Servirebbe qualcosa per fermare la nausea e l’astinenza. Se non suonasse spietato – anche contro l’ipocrisia – si potrebbe azzardare che il Covid, anziché spingere verso una maggiore compostezza, strattona dalla parte opposta trasformando la crisi in un disperato diversivo comico.
Ma ecco. Per una di quelle coincidenze sulle quali si ha ritegno a indagare, ecco che proprio nei giorni della crisi un uomo lontano dal Palazzo, ma che per tante ragioni conosce benissimo i suoi polli, il cardinale di Bologna Matteo Zuppi ha fatto uscire una sua “Lettera alla Costituzione”: “Cara Costituzione – comincia – sento proprio il bisogno di scriverti, anzitutto per ringraziarti di quello che rappresenti da tanto tempo per tutti noi. Hai quasi 75 anni, ma li porti benissimo! Ti voglio chiedere aiuto, perché siamo in un momento difficile…”.
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Dare del tu alla legge fondamentale dello Stato è un artificio narrativo, ma anche un gesto d’affetto, o d’amore politico. E allora viene da pensare che sia proprio la Costituzione quel medicamento, quel segno di speranza che il Presidente Mattarella, più di chiunque altro, sarà il primo ad apprezzare. Sono sei cartelle formato A4 scritte in modo così semplice da oscurare, o comunque riequilibrare egoismi, intrighi, veti, furbizie, dispetti, capricci, narcisismi, tradimenti, il grande spettacolo barocco che ti paralizza su un divano con un sorriso amaro. Il momento è grave, scrive Zuppi, ma Dio si manifesta anche nella storia. E la Costituzione intanto c’è; una luce che dona speranza, apre il cuore, insegna a guardare al bene di tutti “perché così ciascuno trova anche il suo”. Quelli che l’hanno scritta vivevano in un paese ridotto peggio del nostro, erano diversissimi fra loro, eppure si misero d’accordo su quello che conta – anche per oggi. I diritti sono collegati a responsabilità collettive. Da soli non ci si salva.
Vale la pena di leggere la lettera per intero, compresi i richiami a Papa Francesco e un Ps su Dossetti. Alla fine, la Costituzione è una boccata d’ossigeno che non solo disintossica dalle allucinogene brutture della crisi, ma aiuta a osservarla con un altro sguardo. Parla di uguaglianza, famiglia, salute, tasse, lavoro, dignità. Siamo per davvero nella stessa barca.”Grazie, cara Costituzione, ascoltandoti già sto meglio perché mi trasmetti tanta fiducia e tanta serietà per la nostra casa comune. Se ce n’è poca anch’io devo fare la mia parte! Proprio come tu vuoi. Gennaio 2021. + Matteo”.
Il testo integrale della Lettera
Fonte: La Repubblica.it

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