di Luciano Sesta*
Quando un regime illiberale viene meno, e quando finalmente censura, esecuzioni sommarie e negazione di diritti civili sono alle spalle, c’è da festeggiare. Nessuno lo nega. Ma è quello che è successo con l’uccisione di Khamenei? La risposta, purtroppo, è no.
Nel mondo ci sono una miriade di situazioni geopolitiche complesse, e l’Iran non fa eccezione. Solo un’imperdonabile semplificazione cinematografica può indurre a ritenere che esistano, nel mondo, luoghi in cui un’élite criminale tiene in ostaggio 93 milioni di persone, tutte indistintamente ostili a un regime che ne soffocherebbe, altrettanto uniformemente, diritti e libertà.
Se ciò che vogliamo è l’autodeterminazione di un popolo che non è ideologicamente omogeneo, non possiamo promuoverla ammazzando fisicamente il leader in cui una parte di quel popolo si riconosce, per quanto illiberale ne sia il governo. Non sarebbe autodeterminazione di un popolo, ma eterodeterminazione di una sua parte contro l’altra, come dimostra la guerra civile permanente di tutte le aree del pianeta in cui sono stati operati artificiosi “regime change” (Libia, Afghanistan, Iraq ecc.)
Il problema di base, prima ancora che giuridico-politico,
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