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Prosegue la riforestazione marina in Sardegna
In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, zeroCO2, B-Corp italo guatemalteca che sviluppa progetti di riforestazione ad alto impatto sociale, e Worldrise, Onlus, attiva per la conservazione e valorizzazione dell’ambiente marino, annunciano «La continuazione del progetto “Riforestazione Marina” a Golfo Aranci (SS), in Sardegna, per contrastare attivamente il cambiamento climatico e tutelare le foreste sommerse». Una decisione che nasce dal successo della riforestazione dei primi 100 m2 di prateria di Posidonia oceanica, ripristinati nel 2022 nella stessa area. Infatti, le due parti spiegano che «Il primo monitoraggio scientifico effettuato sul posidonieto riforestato ha registrato un tasso di sopravvivenza delle piante del 75%: per quest’anno l’obiettivo è continuare a salvaguardare uno degli habitat più importanti del Mar Mediterraneo, ripristinando altri 200 m2 di piante marine entro il mese di giugno 2023. Con il reimpianto di circa 5000 talee di P. oceanica sarà possibile continuare a contrastare l’acidificazione e il riscaldamento delle acque del Mar Mediterraneo, sempre più a rischio a causa del cambiamento climatico».
Andrea Pesce, founder di zeroCO2, sottolinea che «Nel 2022 abbiamo raggiunto gli obiettivi prefissati insieme a Worldrise e a tutte le aziende che hanno deciso di supportarci in nome della salvaguardia del Mediterraneo, che ad oggi è uno degli ecosistemi più colpiti dalla crisi climatica. Nel 2023 vogliamo replicare i risultati raggiunti e dare un chiaro segnale alle istituzioni: la lotta al cambiamento climatico è possibile ma dobbiamo collaborare e agire adesso».
Per zeroCO2 e Worldrise, «La salute del mare, infatti, è una parte fondamentale della lotta alla crisi climatica e ha un impatto diretto e quotidiano su ogni persona. L’oceano genera più del 50% dell’ossigeno che respiriamo e assorbe circa 1/3 dell’anidride carbonica in eccesso presente in atmosfera: le piante marine, come Posidonia oceanica, giocano un ruolo fondamentale in questo processo, essendo in grado di assorbire fino a 83.000 tonnellate di carbonio per km2, più del doppio di un bosco terrestre. Inoltre, i posidonieti sono uno scrigno di biodiversità e, quando sono in salute, possono ospitare fino a 350 specie diverse di animali marini per ogni ettaro. Purtroppo, negli ultimi 50 anni oltre il 29% delle praterie di Posidonia è regredito in maniera incontrollata. Per ogni m2 di prateria persa si rischia l’erosione di circa 15 metri di litorale sabbioso».
La Presidente di Worldrise ed esperta di conservazione marina, Mariasole Bianco, conclude: «Il progetto Riforestazione Marina dimostra che collaborando è possibile non solo creare valore sul territorio e sensibilizzare, ma anche avere un impatto positivo per il ripristino degli ecosistemi. Continuare a portare avanti questo progetto significa poter fare davvero la differenza per il nostro mare. Il progetto di zeroCO2 e Worldrise ha rappresentato l’inizio di una rigenerazione del Mediterraneo per contrastare la scomparsa della Posidonia e ripristinare il polmone blu del nostro mare. Dopo un anno, l’impegno delle due realtà è più vivo che mai e aperto al contributo di tutti, a dimostrazione dell’importanza di continuare a tutelare l’oceano».
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In Europa un bambino su quattro a rischio povertà ed esclusione sociale
«Nonostante l’Europa sia una delle regioni più ricche del mondo, il numero di bambine, bambini e famiglie che vivono in condizioni di povertà ed esclusione sociale è in allarmante aumento, a causa del costo della vita, della crisi climatica e delle conseguenze della pandemia Covid-19. Aumenti che portano il 2021 ad avere oltre 19,6 milioni di bambine e bambini a rischio di povertà, ovvero 1 bambino su 4».
A dirlo è il nuovo rapporto europeo “Garantire il Futuro dei Bambini”, di Save the Children, che prende in considerazione le diverse dimensioni della povertà infantile in 14 paesi dell’Ue - , compresa l’Italia - per fare il punto sull’attuazione del programma UE Garanzia Infanzia (Child Guarantee) lanciato nel 2021 per assicurare l’accesso delle bambine e dei bambini a rischio a servizi educativi per la prima infanzia, assistenza sanitaria, alloggio adeguato e alimentazione sana. Il programma prevede anche misure specifiche per i gruppi più vulnerabili come i bambini con disabilità, quelli di origine straniera e rifugiati, quelli fuori dalla famiglia di origine o quelli appartenenti alle minoranze.
Secondo il rapporto, «In un solo anno oltre 200.000 bambini in più sono stati spinti sull'orlo della povertà. In questo contesto, l’Italia è tra i paesi europei con la percentuale più alta di minori a rischio povertà ed esclusione sociale, cresciuta dal 27,1% del 2019 al 29,7% del 2021, collocandosi al quinto posto per gravità.
Ci posizioniamo subito dopo Romania (41,5%), Spagna (33,4%), Bulgaria (33%) e Grecia (32%), e ben al di sopra della media UE-27 (24,4%), e con oltre 16 punti percentuali in più di Islanda (13,1%) e Finlandia (13,2%) che registrano invece le percentuali più contenute».
Se è la Romania è il paese che desta le maggiori preoccupazioni per il futuro dei bambini, visto che nel 2022 il 40% delle famiglie ha subito una diminuzione del loro o reddito mentre le spese sono praticamente raddoppiate, già nel 2021 l’Italia si segnalava per il triste record raggiunto di quasi 1 milione e 400mila bambini colpiti dalla povertà assoluta.
Per Save the Children, «I dati di questo rapporto sono la fotografia di un’emergenza che cresce a vista d’occhio ed è necessario un impegno concreto per abbattere il rischio di povertà ed esclusione sociale minorile in Italia. Una sfida che si gioca su più fronti, a partire da quello dell’istruzione».
Ecco i punti di maggiore interesse sulla situazione in Italia emersi dal rapporto europeo:
Già nella prima infanzia solo il 13,7% dei bambini accede agli asili nido pubblici e convenzionati. Il tempo pieno è garantito solo all’38,1% degli studenti della scuola primaria e la dispersione scolastica inghiotte più di 1 adolescente su 7 (12,7%), una percentuale seconda in Europa, anche in questo caso, solo a quella di Romania e Spagna,. Mentre il numero dei NEET, ovvero 15-29enni fuori da lavoro, istruzione o formazione, raggiunge il 23,1% ed è il più elevato tra i paesi Ue (media 13,1%), segnando quasi 10 punti in più rispetto a Spagna e Polonia, e più del doppio se si considerano Germania e Francia.
In Italia, la povertà alimentare colpisce 1 bambino su 20. L’accesso alla mensa scolastica, che per alcuni sarebbe l’unica chance quotidiana di un pasto equilibrato e proteico, si limita a poco più di un 1 bambino su 2 nella scuola primaria,
Un bambino o ragazzo su 4 non pratica mai sport (3-17 anni), e, con la pandemia, i bambini tra i 3 e 10 anni in sovrappeso o obesi sono passati dal 32,6% (biennio 2018-19) al 34,5% (2020-21)
Anche la deprivazione abitativa condiziona benessere e salute di più della metà dei minori in povertà relativa nel nostro paese, costretti a vivere in case sovraffollate, e l’incidenza della povertà energetica ha raggiunto nel 2021 il 9,3% tra le famiglie con minori.
L’Italia è anche in evidenza per il maggiore impatto della povertà sui bambini con background migratorio, i rifugiati, i richiedenti asilo, i bambini senza documenti e quelli non accompagnati, un divario presente in molti paesi europei, ma che in Italia ha spinto fino al 32,4% dei migranti a vivere in condizioni di povertà.
La Child Guarantee prevede che ogni Paese Ue si doti di un Piano nazionale per la sua attuazione, con obiettivi specifici e un adeguato finanziamento che può beneficiare anche di una quota parte dell’FSE+ (il Fondo Sociale Europeo). I Paesi che hanno finora definito il loro Piano sono 19 (8 mancano ancora all’appello), tra cui l’Italia, che è stata tra i primi ad attivarsi elaborando il Piano di Azione Nazionale della Garanzia Infanzia (PANGI) in seno al Gruppo di lavoro "Politiche e interventi sociali in favore dei minorenni in attuazione della Child Guarantee”. Il PANGI definisce un’ampia griglia di obiettivi, a partire dal raggiungimento di una copertura del 50% sui servizi educativi per la prima infanzia e del 95% per la scuola dell’infanzia, aumentare l’offerta del tempo pieno nella scuola primaria, attuare misure preventive per il contrasto della dispersione scolastica e la riduzione dei NEET, sul piano della salute nei primi 1000 giorni, potenziamento dell’edilizia sociale per le famiglie con figli.
Save the Children ricorda che «L’Italia è tra i Paesi che nel periodo 2017-2019 registravano un livello di povertà minorile al di sopra della media europea e, in base ai meccanismi stabiliti dalla Garanzia, il nostro paese è vincolato a destinare al PANGI almeno il 5% dei fondi FSE+ disponibili nel periodo 2021-2027, avendo anche la possibilità di utilizzare parte dei fondi del PNRR e di altri fondi europei».
Raffaela Milano, direttrice programmi Italia-Europa di Save the Children, conclude: «La “Garanzia Infanzia” non può risolversi in un’occasione sprecata e per questo motivo facciamo appello al nuovo governo affinché riattivi - senza ulteriori rinvii - il processo di attuazione del Piano Nazionale. Le ambizioni del Piano per l’attuazione della Garanzia Infanzia in Italia sono ampie e in grado di fare la differenza per il futuro dei bambini più a rischio, ma gli obiettivi concreti e misurabili non sono ancora stati definiti con chiarezza, anche per l’assenza di una base dati più puntuale sulle carenze che colpiscono la popolazione dei minori nel nostro Paese. Bisogna puntare su alcune priorità di intervento mettendo a sistema le risorse disponibili del PNRR e di almeno il 10% del Fondo Sociale Europeo Plus, per un intervento mirato nei territori più svantaggiati per abbattere le disuguaglianze educative e assicurare ai bambini e alle bambine che vivono in povertà la possibilità di fruire gratuitamente dei servizi per la prima infanzia, così come delle mense scolastiche, dei libri di testo e dello sport. Il tema della povertà minorile – che in Italia è una vera emergenza – va messo anche al centro della riforma del Reddito di Cittadinanza per assicurare a tutte le famiglie con minori, senza distinzioni, la possibilità di disporre del necessario per farli crescere, garantendo loro anche l’accesso ai servizi educativi e sociosanitari essenziali per lo sviluppo».
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Sud Sudan: c’è l’impunità dietro la catena di crimini di guerra orribili
Presentando il loro rapporto all’United Nations Human Rights Council (UNHRC) Andrew Clapham e Barney Afako dell’UN Commission on Human Rights in South Sudan hanno denunciato che «L'impunità è una delle principali cause delle violazioni dei diritti umani e delle crisi umanitarie in Sud Sudan, che continuano a causare immensi traumi e sofferenze ai civili del Paese».
Clapham e Afako accusano direttamente chi governa il Paese più giovane del mondo: «Gli alti funzionari pubblici e gli ufficiali militari dovrebbero essere ritenuti responsabili di crimini gravi, o non vedremo mai la fine delle gravi violazioni dei diritti umani. Gli attacchi contro i civili persistono proprio perché gli autori sono fiduciosi di godere dell'impunità».
Sulla base delle indagini condotte nel Sud Sudan e nelle regioni limitrofe per tutto il 2022, il rapporto identifica «Attacchi diffusi contro civili, violenze sessuali sistematiche contro donne e ragazze, la continua presenza di bambini nelle forze combattenti e uccisioni extragiudiziali sponsorizzate dallo Stato». I risultati della Commissione descrivono «Molteplici situazioni in cui gli attori statali sono i principali autori di gravi crimini secondo le leggi del Sud Sudan, così come secondo il diritto internazionale. Anche i membri di gruppi armati non statali sono identificati come autori di crimini violenti compiuti in varie aree di conflitto».
Clapham sottolinea che «Abbiamo documentato le violazioni dei diritti umani nel Sud Sudan per molti anni e continuiamo a essere scioccati dalle violenze in corso, comprese orribili violenze sessuali, rivolte contro i civili e perpetrate da membri delle forze armate, diverse milizie e gruppi armati. Il mese scorso abbiamo nuovamente visitato il Paese, dove abbiamo incontrato a Juba e Malakal coraggiosi sopravvissuti che hanno condiviso le loro esperienze di traumi, perdite e fame. Di fronte a cicli persistenti di violenza e insicurezza, molti ci hanno detto di essere delusi e di aver perso la speranza”.
La Commissione ha documentato «Un'operazione devastante nella contea di Leer, dove i funzionari governativi hanno ordinato alle milizie di compiere uccisioni su vasta scala, stupri sistematici e spostamenti forzati di civili in un'area considerata fedele all'opposizione». Nella contea di Tonj North, la Commissione ha rilevato che «Le forze di sicurezza hanno lanciato una campagna di violenza contro i civili quando i capi dei tre principali organi di sicurezza del governo si sono schierati nell'area».
Il rapporto descrive anche le uccisioni extragiudiziali nella contea di Mayom, durante un'operazione militare supervisionata da alti funzionari governativi e militari. I video delle uccisioni sono stati ampiamente condivisi sui social media, provocando indignazione persino in un Paese che è abituato ad atti di brutale violenza.
Afako fa notare che «E’ difficile immaginare la pace mentre gli attori statali continuano a essere coinvolti in gravi violazioni dei diritti umani. Una vera dimostrazione degli impegni dichiarati dal governo per la pace e i diritti umani comporterebbe il licenziamento dei funzionari responsabili e l'avvio di azioni penali.
Il rapporto lancia l'allarme per l'escalation della violenza nello Stato dell'Upper Nile, dove il sito di protezione dei civili delle Nazioni Unite a Malakal è stato sopraffatto da decine di migliaia di nuovi arrivi. I sopravvissuti agli attacchi hanno raccontato di essere fuggiti di villaggio in villaggio, inseguiti da uomini armati che uccidevano, stupravano e distruggevano tutto. In due eventi distinti, i civili che si erano rifugiati in campi profughi improvvisati sono stati nuovamente attaccati e gli aiuti umanitari vitali sono stati saccheggiati. «Nessuna istituzione responsabile ha adottato tempestivamente le misure necessarie per proteggerli, nonostante i rischi di attacchi fossero ben noti» hanno detto Clapham e Afako.
Nonostante tutto, i due commissari sperano ancora che «Il Sud Sudan può essere diverso e l'accordo di pace rivitalizzato del 2018 rimane il quadro per affrontare il conflitto, la repressione e la corruzione che causano immense sofferenze e minano le prospettive di pace. L'accordo traccia anche un percorso per i sudsudanesi per creare una Costituzione permanente che dovrebbe rafforzare lo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani, gettando così le basi per la stabilità del Paese». Un Paese che sarebbe ricco di risorse - a cominciare da petrolio - ma che proprio per il possesso di queste risorse sta massacrando il suo stesso popolo, volonerosamente assistito da chi sostiene governo o oppositori per mettere le mani su quelle stesse risorse e su terreni tra i più fertili del mondo dove ora c'è solo fame e distruzione.
Infatti ritorna il pessimismo della ragione: per Afako, «La sfida per promuovere la pace e i diritti umani nel Sud Sudan è molto pesante e l'attenzione e il sostegno internazionali non devono diminuire. Nei prossimi 18 mesi sono previste elezioni politiche e costituzionali a lungo ritardate, ma lo spazio civico necessario per renderle significative è praticamente scomparso. Attivisti e giornalisti operano sotto minaccia di morte e detenzione. Chiediamo che le autorità pongano immediatamente fine alle vessazioni della società civile e proteggano lo spazio politico».
Clapham ha concluso: «Sebbene il governo abbia annunciato commissioni speciali di indagine su diverse situazioni esaminate dalla Commissione, solo uno di tali organismi sembra aver svolto indagini, non sono stati pubblicati rapporti e non si sono svolti processi penali correlati. La Commissione ha continuato a conservare le prove per consentire future azioni penali e altre misure di responsabilità».
Nicholas Haysom, rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu per il Sud Sudan dal 2021 e a capo dell’United Natios mission in South Sudan dirige anche la missione delle Nazioni Unite nel paese (UNMISS) ha parlato di fronte al Consiglio di sicurezza dell’Onu confermando il quadro terribile descritto da Clapham e Afako e poi, in un’intervista a UN News ha spiegato: «Penso che stiamo arrivando al culmine, un bivio quasi in cui ciò che viene offerto è il completamento della transizione in Sud Sudan che culmina in un Sud Sudan stabile e democratico, in o più guerra se le ruotedella transizione dovessero staccarsi, o se [i sudsudanesi] non riuscissero a raggiungere i parametri critici stabiliti nell'accordo di pace. Quel che è realmente necessario è un cambiamento di mentalità per completare questa transizione, che sia consapevole dell'importanza della collaborazione e del compromesso tra i partiti politici nell'interesse della costruzione della nazione e del progresso verso l'accordo di pace, o, in alternativa, un approccio diverso secondo cui quasi ogni aspetto della transizione è guerra, con altri mezzi, che non privilegia la dimensione dell'impegno di costruzione della nazione».
Ma Haysom non si nasconde che le sfide che ha di fronte questo Paese mai nato – che dopo l’indipendenza e stato abbandonato dagli stessi Paesi che lo avevano aiutato ad ottenerla, a partire dagli Usa – sono enormi: «In primo luogo, dobbiamo renderci conto che la transizione dovrebbe concludersi effettivamente il prossimo anno. Ma, se si guardano i compiti che devono essere svolti affinché la transizione sia completata l'anno prossimo, la maggior parte di quei compiti per quest'anno - preparazione per le elezioni, luogo di contatto un mese prima delle elezioni – dovrebbero avuto aver luogo 18 mesi o due anni prima, sia che si tratti della registrazione obbligatoria degli elettori o della delimitazione del collegio elettorale. E se rimandano quelle decisioni al 2024, non saranno in grado di recuperare il terreno necessario per raggiungere alcuni obiettivi davvero importanti».
La macchia elettorale parte da zero in un paese che deve approvare una nuova Costituzione e un nuovo contratto sociale, che stabilisca le modalità con cui possono vivere insieme in pace e armonia etnie divise da due guerre civili in un decennio. Intanto, nonostante il trattato di pace imposta soprattutto grazie all’intervento di Papa Francesco, in Sud Sudan sono attivi 5 hotspot di guerra.
Haysom affronta questa situazione con la giusta dose di crudo realismo: «Penso che dobbiamo affrontare una situazione in cui le parti saranno irremovibili nell'assicurarsi vantaggi politici, sia per quanto riguarda i finanziamenti che per quanto riguarda la monopolizzazione dei media. Penso che sarà importante per le Nazioni Unite, ma non solo per l’Onu. Questo compito è molto più grande delle Nazioni Unite e per quel che possono offrire. La comunità internazionale e la società civile devono impegnarsi a stabilire le ragionevoli aspettative di un ambiente che consenta le elezioni e il dialogo necessari per concordare una nuova costituzione».
A gennaio nella capitale del Sud Sudan Juba si è tenuta la storica Conferenza internazionale sulla leadership trasformazionale delle donne che ha chiesto di agire in una serie di aree, inclusa la loro maggiore partecipazione delle donne alla costruzione della pace, e, in occasione della Giornata internazionale delle donne, Haysom ha dichiarato: «Penso che sarà importante per le Nazioni Unite inviare messaggi, in collaborazione con altri Stati membri e altre organizzazioni, sull'importanza della partecipazione delle donne alla vita pubblica della nazione. Penso che sarà fondamentale per noi coinvolgere gli stessi gruppi di donne, perché penso che la partecipazione delle donne non sia semplicemente correlata al numero di donne al tavolo. Sicuramente premieremo che sia con le elezioni, sia nella costruzione di altri enti pubblici, venga mantenuta e confermata una quota almeno del 35%, già concordata. E fonora i dati sono misti».
Haysom ha concluso: «Penso che sia importante condividere con i sud sudanesi che è ancora possibile realizzare i parametri di riferimento e l'accordo di pace nei tempi previsti. Vorremmo comunicare la necessità di un senso di urgenza e che i ritardi causati ora avranno un effetto domino e non potranno essere recuperati se il lavoro non viene svolto. Sappiamo che il Parlamento ha chiuso per la sospensione di dicembre e non si è ancora riunito. Questo non è in linea con la nostra comprensione del punto in cui si trova attualmente il Sud Sudan, che è più vicino a un'emergenza nazionale. Vorremmo che tutte le parti politiche interessate si avvicinassero ai compiti futuri, come se fosse un'emergenza nazionale e che fossero tenuti a fare la loro parte. Sulla questione di come possiamo promuovere lo spazio politico e civico, penso che in generale vorremmo condividere con i sudsudanesi che uno degli obiettivi di questa transizione è quello di stabilire uno Stato legittimo e credibile che sia riconosciuto come autonomo e che le elezioni svolgeranno un ruolo importante per raggiungere questo obiettivo. Ma se le elezioni non saranno libere, o non eque, o non credibili, allora non daranno alcun contributo alla futura legittimità di un governo in Sud Sudan. Quindi, vorremmo aiutare i sudsudanesi a riconoscere che è nel loro interesse creare l'ambiente politico in cui possano svolgersi elezioni libere, eque e credibili».
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Riparte la Piattaforma nazionale fosforo, l’Italia punta all’autosufficienza con l’economia circolare
A quattro anni dall’avvio del progetto, riparte la Piattaforma nazionale fosforo grazie ad un nuovo accordo di collaborazione biennale tra il ministero dell’Ambiente e l’Enea, in grado di mettere attorno ad un unico tavolo tutti i soggetti portatori di interesse (oltre 60 gli aderenti) della catena di valore del fosforo.
Il prossimo 15 marzo è previsto un webinar per illustrare gli obiettivi operativi per il biennio 2023-2024, assieme a maggiori dettagli su organizzazione e attività specifiche previste.
L’obiettivo di fondo da perseguire è lo stesso del 2019: sviluppare un modello di economia circolare per raggiungere l’autosufficienza negli approvvigionamenti di questa materia prima strategica, per la quale il nostro Paese è quasi totalmente dipendente dalle importazioni. Un problema in molti campi produttivi.
Il fosforo è infatti utilizzato principalmente in agricoltura come fertilizzante, ma vanta anche numerosi utilizzi nell’industria per la produzione di alimenti zootecnici, pesticidi, detergenti e come componente di leghe metalliche.
Ad oggi la quasi totalità del fosforo elementare viene impiegato nell’industria chimica per la produzione di fertilizzanti per l’agricoltura (82%) e in via residuale nel settore della metallurgia (5%) e nel settore dell’elettronica (5%).
Non a caso il fosforo è considerato una materia prima critica per l’Europa, a causa della dipendenza dalle importazioni da Paesi extra europei (84% per la roccia fosfatica e 100% per il fosforo elementare) e del basso tasso di riciclo da prodotti a fine vita (17% per la roccia fosfatica e nullo per il fosforo elementare).
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Pace e sicurezza non sono possibili senza le donne
Intervenendo al Consiglio di sicurezza dell’Onu, la direttrice esecutiva di UN Women, Sima Bahous, ha detto che «Sono necessari nuovi obiettivi e piani efficaci per il coinvolgimento delle donne nella costruzione della pace prima che sia troppo tardi»
La Bahous ha ricordato che «Nei primi vent'anni da quando il Consiglio di sicurezza ha adottato la risoluzione 1325 su donne, pace e sicurezza, abbiamo assistito ad alcuni primati storici per l'uguaglianza di genere. Mentre dobbiamo soffermarci ad apprezzare questi primati, dobbiamo ricordare che non abbiamo modificato in modo significativo la composizione dei tavoli di pace, né l'impunità di cui godono coloro che commettono atrocità contro donne e ragazze. In realtà, quel ventesimo anniversario non è stato una celebrazione, ma un campanello d'allarme. Avevamo avvertito che gli effetti dell'aver ignorato i nostri impegni nei confronti delle donne, della pace e della sicurezza, sarebbero stati duraturi e intergenerazionali per le donne e immediati e drastici per la pace nel mondo. Avevamo ragione a preoccuparci, poiché alla riunione del Consiglio di sicurezza che segnava il 20° anniversario, due anni e mezzo fa, il Consiglio di sicurezza sentì parlare una donna afghana che rappresentava la società civile, Zarqa Yaftali. Era orgogliosa di essere la decima donna afghana invitata a parlare al Consiglio di sicurezza. Come la maggior parte di coloro che l'avevano preceduta, chiese che i diritti delle donne non venissero barattati per raggiungere un accordo con i talebani. E espresse il rammarico che le donne siano state escluse dall'80% dei negoziati di pace dal 2005 al 2020, compresi i colloqui tra Stati Uniti e talebani. Pochi mesi dopo, i peggiori timori di Zarqa si materializzarono e i talebani ripresero il controllo del suo Paese. Ho visitato l'Afghanistan con il vicesegretario generale solo poche settimane fa. Da allora, i talebani hanno annunciato ulteriori restrizioni e detenuto più attivisti, tra cui il difensore dei diritti delle donne Narges Sadat e Ismail Meshaal, un professore universitario che ha mostrato coraggiosamente la sua solidarietà con le donne afghane e il loro diritto all'istruzione».
Oggi il Consiglio di sicurezza Onu tiene un’altra riunione sull'Afghanistan e la Bahous ha chiesto ai delegati di «Parlare e agire con forza contro questo apartheid di genere e di trovare modi per sostenere le donne e le ragazze afghane nei loro momenti più bui». Ma ha ricordato che «L'Afghanistan è uno degli esempi più estremi di regressione dei diritti delle donne, ma è ben lungi dall'essere l'unico». Infatti qualche espinente di regimi misogini siede anche nel Consiglio di sicurezza.
Tornando alle guerre la direttrice esecutiva di UN Women, ha ricordato che «Due giorni dopo che il Consiglio di sicurezza si è riunito per celebrare il 20° anniversario della risoluzione 1325, sono scoppiati i combattimenti nella regione settentrionale del Tigray in Etiopia. Quando due anni dopoè stato firmato un accordo di pace, alcuni stimarono che il bilancio delle vittime fosse di centinaia di migliaia. Potremmo non conoscere mai il numero di donne e ragazze che sono state stuprate, ma la Commissione internazionale di esperti sui diritti umani in Etiopia ha affermato che la violenza sessuale è stata commessa su scala sbalorditiva. In un anno di conflitto i matrimoni precoci sono aumentati del 51%. E i centri sanitari locali, le organizzazioni umanitarie e i gruppi per i diritti umani continuano a denunciare casi di violenza sessuale. Dal 20° anniversario in poi, ci sono stati diversi colpi di stato militari nei Paesi colpiti dalla guerra, dal Sahel e il Sudan al Myanmar, riducendo drasticamente lo spazio civico per le organizzazioni e le attiviste femminili, se non addirittura chiudendolo del tutto. Secondo uno studio recente, ad esempio, gli abusi online a sfondo politico sulle donne provenienti da e in Myanmar sono aumentati di almeno 5 volte all'indomani del colpo di stato militare nel febbraio 2021. Questo assume principalmente la forma di minacce sessuali e la pubblicazione di indirizzi di casa, contatti, dettagli e foto o video personali di donne che avevano commentato positivamente i gruppi che si opponevano al governo militare in Myanmar».
A poco più di un anno dall'inizio dell'invasione dell'Ucraina e della più grande crisi di rifugiati in Europa dalla seconda guerra mondiale, la Bahous ha fatto notare che «Le donne ei loro figli sono il 90% dei quasi 8 milioni di ucraini che sono stati costretti a trasferirsi in altri Paesi. Allo stesso modo, le donne e le ragazze rappresentano il 68% dei milioni di sfollati in Ucraina. La pace è l'unica risposta, con l'impegno delle donne nel processo. Nel 2020, in un mondo devastato da una nuova pandemia che ha mostrato l'enorme valore degli operatori sanitari e l'importanza di investire nella salute, nell'istruzione, nella sicurezza alimentare e nella protezione sociale, avevamo sperato che i Paesi avrebbero ascoltato le lezioni di decenni di attivismo di donne costruttrici di pace e che avrebbero ripensato la spesa militare. Invece quella spesa ha continuato a crescere, superando la soglia dei duemila miliardi di dollari, anche senza le ingenti spese militari degli ultimi mesi. Né la pandemia né i problemi della catena di approvvigionamento hanno impedito un altro anno di aumento delle vendite globali di armi (…) è ovvio che abbiamo bisogno di un cambiamento radicale di direzione».
E illustrando le sue linee di attività per il 2025, la direttrice esecutiva di UN Woman ha suggerito come potrebbe essere questo cambio di direzione: «Primo, non possiamo aspettarci che il 2025 sia diverso se la maggior parte dei nostri interventi continuano a essere formazione, sensibilizzazione, orientamento, rafforzamento delle capacità, creazione di reti e organizzazione di eventi uno dopo l'altro per parlare della partecipazione delle donne, piuttosto che imporla in ogni riunione e processo decisionale in cui abbiamo autorità. Chiedo che i vostri piani siano notevoli per le loro misure speciali e per la responsabilità per la loro applicazione: che siano caratterizzati da mandati, condizioni, quote, stanziamenti di finanziamento, incentivi e conseguenze per il mancato rispetto. Per trasformare il modo in cui facciamo pace e sicurezza ci vorranno più che esortazioni e consultazioni a margine. Secondo, dobbiamo ampliare la nostra portata per fornire risorse a coloro che ne hanno più bisogno e non le hanno. Il miglior strumento che abbiamo nelle Nazioni Unite per incanalare fondi alle organizzazioni femminili nei Paesi colpiti da conflitti è il Women's Peace and Humanitarian Fund. Questo Fondo ha già finanziato più di 900 organizzazioni da quando è stato creato nel 2015, un terzo delle quali solo nell'ultimo anno. Sono particolarmente orgoglioso che quasi la metà di queste organizzazioni abbia ricevuto finanziamenti dalle Nazioni Unite per la prima volta e il 90% di esse opera a livello subnazionale. Abbiamo urgentemente bisogno di modi migliori per sostenere la società civile e i movimenti sociali in questi Paesi. Questo significa essere molto più intenzionali nel finanziare o impegnarsi con nuovi gruppi, e specialmente con le giovani donne».
La riunione su donne e pace è stata fortemente voluta dal poverissimo Mozambico, che è presidente di turno del Consiglio di sicurezza e la ministra degli esteri del Paese africano, Verónica Nataniel Macamo Dlhovo, ha espresso la speranza che «Il dibattito porti ad azioni, come strategie più forti sull'uguaglianza di genere, così come l'effettiva partecipazione delle donne al mantenimento e alla costruzione della pace. Non c'è dubbio che coinvolgendo le donne nell'agenda per la costruzione e il mantenimento della pace nei nostri Paesi, raggiungeremo il successo. In nessun caso vogliamo che le persone che portano la vita nel mondo subiscano un impatto negativo. Dobbiamo proteggerle. Usare la sensibilità delle donne per risolvere i conflitti e mantenere la pace sul nostro pianeta».
Mirjana Spoljaric, presidente dell’International Committee of the Red Cross (ICRC) ha sottolineato che «Attualmente, più di 100 conflitti armati infuriano in tutto il mondo. La Croce Rossa vede gli impatti brutali quotidiani dei conflitti armati su donne e ragazze, ha detto, che includono livelli scioccanti di violenza sessuale, sfollamenti e morti durante il parto perché non hanno accesso alle cure. Il rispetto del diritto umanitario internazionale durante i conflitti è importante, chiedo a gli Stati ad applicare una prospettiva di genere nella sua applicazione e interpretazione. Il rispetto del diritto umanitario internazionale preverrà l'enorme danno derivante dalla violazione delle sue regole e aiuterà a ricostruire la stabilità e a riconciliare le società. Gli Stati devono anche garantire che il chiaro divieto della violenza sessuale ai sensi del diritto umanitario internazionale sia integrato nel diritto nazionale, nella dottrina militare e nell'addestramento. Coinvolgere più audacemente e direttamente i portatori di armi su questo tema - con l'obiettivo finale che prima di tutto non si verifichi - dovrebbe diventare un approccio preventivo de facto , sostenuto e facilitato in tempo di pace per prevenire il peggio in tempo di guerra».
Anche Bineta Diop della Commissione dell'Unione Africana si è rivolta al Consiglio di sicurezza Onu, ricordando il suo lavoro per convincere i Paesi ad accelerare l'attuazione della risoluzione 1325: «Questo viene fatto attraverso una strategia incentrata sulla difesa e sulla responsabilità e nella costruzione di una rete di donne leader nel continente. Stiamo assicurando che la leadership delle donne sia integrata nei processi di governo, pace e sviluppo in modo da creare una massa critica di donne leader a tutti i livelli. Dobbiamo assicurarci che siano presenti in tutti i settori della vita. non solo nei processi di pace».
La liberiana Leymah Gbowee, premio Nobel per la pace, ha concluso chiedendo di «Ampliare l'agenda delle donne, della pace e della sicurezza (…) con il coinvolgimento e la collaborazione con le attiviste locali per la pace, le custodi delle loro comunità. Le donne devono anche essere negoziatrici e mediatrici nei colloqui di pace. E’ incredibile vedere come solo gli uomini armati siano costantemente invitati al tavolo per trovare soluzioni, mentre le donne che sopportano il peso maggiore sono spesso invitate come osservatrici. I governi devono andare oltre la retorica, garantendo finanziamenti e volontà politica, perché senza di loro, la risoluzione 1325 rimane un bulldog sdentato. Le donne, la pace e la sicurezza devono essere viste come una parte olistica dell'agenda globale per la pace e la sicurezza. A meno che non mettiamo al tavolo negoziale le donne, continueremo a cercare invano la pace nel nostro mondo. Credo fermamente che cercare di lavorare per la pace e la sicurezza globali senza le donne sia cercare di vedere l'intero quadro con un occhio coperto».
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Arrivati i primi treni Pop in Toscana, consumano il 30% in meno di energia
Sono stati consegnati ieri alla Regione Toscana i primi 4 dei 19 treni Pop di Trenitalia, tutti attesi entro l’anno: progettati e costruiti da Alstom, i treni di questo primo lotto inizieranno a circolare sulla linea di cintura Pistoia-Prato-Firenze-Montevarchi.
«È un altro passo avanti verso la mobilità sostenibile, ma soprattutto aumentando l’offerta di trasporto pubblico, in questo caso su treno, possiamo auspicare che la scelta del trasporto pubblico possa finalmente prevalere rispetto all’uso del mezzo privato», ha dichiarato il presidente Eugenio Giani, ribadendo al contempo «l’importanza dell’interscambio con la bicicletta».
Tecnologicamente avanzati ed ecologici, i nuovi Pop a 4 carrozze consentono di far viaggiare 500 persone con oltre 300 posti a sedere, ma i posti per le bici (con possibilità di ricarica per quelle elettriche) sono solo 12. In compenso, i treni Pop permettono di ridurre del 30% i consumi energetici rispetto ai treni precedi, oltre ad essere mezzi realizzati con materiali che per il 95% potranno essere riciclati.
Soddisfatto l’assessore ai trasporti Stefano Baccelli: «Cento nuovi treni, non solo Pop, ma anche Rock e Blues. Questo abbatterà non solo l’età media della flotta della Regione Toscana, ma darà un servizio più efficiente, confortevole , ambientalmente più sostenibile. Il treno Pop di nuova generazione consuma il 30% in meno di energia. E poi contribuisce a sviluppare l'intermodalità a cui teniamo molto. Un impegno che stiamo portando avanti con Rfi per valorizzare le stazioni ferroviarie nel senso dell’intermodalità bici, bus, auto private».
Nello specifico, il Contratto di servizio siglato con la Regione Toscana per il periodo 2019-2034 prevede l’arrivo in regione di nuovi 100 treni tra Rock, Pop e Blues.
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