Poco giorni fa è uscito un report sui trasporti pubblici dei paesi europei (lo trovate qui) e il nostro paese ne è uscito letteralmente con le ossa rotte. Letteralmente eh, senza se e senza ma. Dietro questi dati c’è un fattore culturale in primis, in connubio con la totale assenza di pianificazione e di progettualità per l’implementazione del trasporto pubblico.

Nel 2021 circolavano in Italia 39,8 milioni di autovetture, 673 ogni mille abitanti.
Tra i paesi Europei, soltanto Polonia e Lussemburgo superano questo valore pro capite, che nelle altre maggiori economie dell’Unione si attesta su livelli molto più bassi (583 in Germania, 571 in Francia, 525 in Spagna).
Eppure la decongestione, la fluidificazione della viabilità, la riduzione dei tempi di viaggio e delle emissioni inquinanti hanno effetti positivi sulla salute e il benessere delle persone.
Questi risultati possono essere ottenuti attraverso una pluralità di comportamenti sostenibili.
Uno di questi è la scelta di preferire sistemi di mobilità pubblica all’utilizzo del mezzo privato.
I dati per il nostro Paese confermano, invece, che la difficoltà delle famiglie rispetto al collegamento dei mezzi pubblici nella zona in cui risiedono permane e comporta un elevato ricorso alla motorizzazione privata.
Circa un terzo delle famiglie è insoddisfatto dei trasporti pubblici: prima della pandemia, nel 2019, il 33,5% dichiara molta o moltissima difficoltà di collegamento nella zona in cui risiede. Il dato del 2019 è il peggiore degli ultimi dieci anni (mentre era del 29,5% per cento nel 2010).

Contestualmente, rimane elevata la quota di coloro che usano abitualmente il mezzo privato per raggiungere il luogo di lavoro (74,2%), e rimane bassa, seppure in moderato aumento – la quota di studenti che usano solo i mezzi pubblici per recarsi al luogo di studio (28,5%).
Il target del Goal 11.2 dello sviluppo sostenibile europeo, quello di fornire a tutti i cittadini l’accesso a sistemi di trasporto pubblico sicuri, sostenibili e convenienti entro il 2030 appare lontanissimo.
Inoltre c’è un altro dato significativo.
Particolato, inquinamento e traffico riducono la qualità dell’aria in zone che morfologicamente non riescono ad avere ricambi naturali e sono inclini alla stagnazione delle sostanze inquinanti.

La pianura Padana è una di queste.
L’esposizione al PM2,5 e i principali effetti negativi sulla salute infatti, sono maggiori al Nord.
L’Istituto Superiore di Sanità ha stimato che in media, nel periodo 2016-2019, l’esposizione a lungo termine al PM2,5 è stata di 20,5 µg/m3 al Nord contro 14,5 al Centro e 12,6 nel Mezzogiorno.
Il conseguente impatto si stima in 50.856 decessi prematuri all’anno, nettamente differenziato tra il Nord e il resto del Paese, sia in termini assoluti, sia in termini di incidenza sul totale dei decessi per cause naturali.
In questo periodo, si stima che ogni anno, in media l’8,3 per cento dei decessi per cause naturali siano attribuibili all’esposizione a lungo termine al PM2,5, quota che al Nord sale al 10,9 per cento.

In tutto questo noi continuiamo ad essere orgogliosamente ribelli ad ogni politica di riduzione delle emissioni (anzi cantiamo vittoria per aver fermato limitazioni), siamo culturalmente legati all’auto come oggetto di rappresentazione di status e, ostinatamente, siamo ancora (saldamente) fra i paesi con la maggiore evasione fiscale al mondo. Evasione che invece di bloccare, mitigare e controllare, e magari recuperare per implementare servizi, favoriamo giornalmente investendo in…in…
condoni!

Ecco.

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