Il Pnrr divide Draghi e Meloni. “Non ci sono ritardi, obiettivi raggiunti”. Ma l’Italia ha speso metà del previsto e la futura premier attacca

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È il Recovery plan a mettere – per la prima volta dalle elezioni del 25 settembre – su fronti opposti Mario Draghi e Giorgia Meloni. Il passaggio di consegne tra il premier dimissionario e quella in pectore stava procedendo liscio come l’olio fino a quando il primo ha presentato ai ministri la nuova relazione sullo stato di attuazione del piano, rivendicando che “nel primo semestre del 2022, l’Italia ha raggiunto ancora una volta tutti gli obiettivi” e “non ci sono ritardi nell’attuazione”. Poco prima le agenzie avevano però battuto un lancio in cui Meloni, parlando all’esecutivo nazionale di Fratelli d’Italia, diceva tutt’altro: “Ereditiamo una situazione difficile: i ritardi del Pnrr sono evidenti e difficili da recuperare e siamo consapevoli che sarà una mancanza che non dipende da noi ma che a noi verrà attribuita anche da chi l’ha determinata”.

Quelle della leader di FdI non sono ipotesi: a mettere nero su bianco i ritardi è stato, pochi giorni fa, il ministro dell’Economia Daniele Franco. Che nella Nota di aggiornamento al Def spiega come “l’ammontare di risorse effettivamente spese per i progetti del Pnrr nel corso di quest’anno sarà inferiore alle proiezioni presentate nel Def”. I numeri sono impietosi: il cronoprogramma iniziale presentato a Bruxelles prevedeva la messa a terra di 13,8 miliardi tra 2020 e 2021 e 27,6 quest’anno. Nel Documento di economia e finanza le cifre erano già state riviste al ribasso. Poi nel corso dell’estate la situazione è ulteriormente peggiorata: sui 41,4 miliardi complessivi che avremmo dovuto impiegare, si legge nella Nadef, saremo in grado di spenderne solo 20,5,. La metà. Mancano insomma all’appello 20 miliardi che avrebbero potuto contribuire alla crescita del pil dopo il crollo dell’anno pandemico. Una “battuta d’arresto”, ammette il documento, che attribuisce i

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