Siamo addirittura a livello delle autocandidature. Clamoroso Antonio Conte, nel post gara di Napoli-Milan quando, stuzzicato sull’argomento nazionale italiana di calcio, ha palesemente espresso quanto e come, se fosse presidente, si prenderebbe senz’altro in considerazione. Un’autocandidatura, bella e buona, per tornare a recitare i panni di commissario tecnico, nonostante ancora un anno di contratto a Napoli e, fino a poche settimane, la voglia di restare anche una terza stagione per tornare a conquistare lo Scudetto.
Siamo già border-line. Nella sua carriera ha sempre dimostrato di non sposare la stessa avventura per più di due/tre anni. E la prospettiva Italia evidentemente stuzzica il suo palato. Eco del presidente De Laurentiis da Los Angeles quando, interpellato sull’argomento, ha dimostrato apertura: “Se me lo chiedesse direi di sì”. Ma ha aggiunto: “Antonio persona intelligente, fin quando non ci sarà un interlocutore serio penso che desisterebbe nell’immaginarsi a capo di una cosa completamente disorganizzata. Profilo giusto? Malagò”. Insomma, altrettanto messo in guardia.
Che sia fortemente consapevole delle sue capacità è fuori discussione, lo dimostrano esternazioni in carriera. Che sia un profilo adatto alla ricostruzione di un club, pure. Diverso il discorso per la Nazionale. Dove va ricostruito un movimento, un certo tipo di cultura, un certo tipo di far calcio. Non sono tanti gli allenatori che in rapporto al materiale a disposizione riescono ad elevar livello ed incidere da subito, ma con Conte il rischio è che sia ripartenza effimera. L’Italia non ha bisogno di far bene soltanto i prossimi Europei, l’Italia ha bisogno di ricostruire un movimento di talenti che possa significare tornare a qualificarsi in pianta stabile ai Mondiali e soprattutto provar a rivaleggiare le migliori.


