TEHERAN – La prospettiva di una tregua di 45 giorni in Medio Oriente appare sempre più lontana. Teheran ha respinto la proposta avanzata dai mediatori internazionali, rilanciando con una controproposta articolata in dieci punti, mentre la tensione con gli Stati Uniti e Israele continua a salire.
Il presidente americano Donald Trump ha lanciato un nuovo ultimatum all’Iran, minacciando bombardamenti qualora non venga riaperto entro oggi lo strategico Stretto di Hormuz, crocevia fondamentale per il traffico petrolifero globale.
Teheran, tuttavia, ha respinto il piano americano, scegliendo invece di avanzare una propria proposta diplomatica. Il braccio di ferro tra le due potenze sta già producendo effetti concreti sui mercati: il prezzo del petrolio è tornato a salire, con un conseguente aumento del costo della benzina anche in Europa.
Sul piano militare, la situazione resta estremamente volatile. Raid israeliani hanno colpito il giacimento di South Pars, il più grande al mondo, mentre è stato ucciso il capo dell’intelligence dei Pasdaran, segnando un ulteriore salto di qualità nello scontro.
Parallelamente, fonti giornalistiche internazionali riportano un’indiscrezione particolarmente delicata: secondo un memorandum basato su intelligence israeliana e statunitense, pubblicato dal Times e rilanciato da Ynet, la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei sarebbe in stato di incoscienza e ricoverata a Qom. Una notizia che, se confermata, potrebbe avere implicazioni profonde sugli equilibri interni del Paese.
In questo contesto, emergono segnali di attività diplomatica. La premier giapponese Sanae Takaichi ha annunciato preparativi per un colloquio telefonico con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian.
L’obiettivo dichiarato è mantenere aperti i canali di comunicazione sia con Washington sia con Teheran, nel tentativo di ridurre le tensioni. L’annuncio arriva anche dopo il rilascio del secondo cittadino giapponese detenuto in Iran da gennaio, segnale che lascia intravedere margini limitati ma reali di dialogo.
Sul fronte interno, le autorità iraniane hanno lanciato un appello alla popolazione, in particolare ai giovani. Alireza Rahimi ha invitato studenti, atleti e lavoratori a formare “catene umane” attorno alle centrali elettriche del Paese.
L’iniziativa, prevista per martedì alle 14, mira a proteggere infrastrutture considerate strategiche di fronte al rischio di nuovi attacchi statunitensi, sottolineando al tempo stesso un tentativo di mobilitazione nazionale in un momento di forte pressione internazionale.
Il quadro che emerge è quello di una crisi in rapida evoluzione, in cui diplomazia e confronto militare procedono in parallelo. Il fallimento della tregua, l’inasprimento delle minacce e l’impatto sui mercati energetici globali indicano che il conflitto rischia di estendersi ben oltre i confini regionali.
La giornata di oggi potrebbe rivelarsi decisiva: dallo Stretto di Hormuz ai tavoli diplomatici, ogni mossa può contribuire a determinare se la crisi imboccherà la strada della de-escalation o quella, ben più pericolosa, dell’escalation militare.


