A quasi sette anni dalla notte dell’hotel Champagne, sullo scandalo Palamara cala il colpo di spugna definitivo. E non per colpa dei magistrati, come insinuano ogni giorno i sostenitori del Sì al referendum sulla riforma Nordio, ma della politica. Con un voto contrario e 14 astensioni, il Consiglio superiore della magistratura ha dato il via libera al rientro in toga di Cosimo Ferri: una scelta attesa dopo la sentenza del Consiglio di Stato che ha annullato la mannaia della legge anti-porte girevoli. Così il potente ex deputato renziano, sottosegretario alla Giustizia in tre governi, tornerà ad amministrare torti e ragioni dopo 13 anni tra Parlamento e ministero. E non lo farà in un ruolo qualsiasi, ma – come anticipato un mese fa dal Fatto – da giudice del Tribunale di Roma, dove approdano gli affari giudiziari dell’establishment di cui ha fatto parte per anni; proprio la sede di cui voleva scegliere il procuratore insieme a Luca Palamara, nella riunione registrata da un trojan e diventata simbolo del mercato delle nomine. Un esito paradossale reso possibile dallo scudo della Camera dei
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