“Le aziende adottano strumenti di intelligenza artificiale per rimanere competitive. Così facendo, alimentano lo stesso sistema che sta imparando a renderle superflue. La decisione di ogni azienda è razionale se presa isolatamente. Il risultato collettivo è catastrofico (…). E quando le aziende se ne rendono conto, hanno già formato il loro sostituto”. Parola di Andrea Pignataro, secondo uomo più ricco d’Italia con un patrimonio stimato da Forbes in 42,8 miliardi di dollari, fondatore e numero uno del gruppo ION, impero del software finanziario con sede legale in Irlanda e clienti tra banche, borse e grandi istituzioni. Una settimana fa ha pubblicato sul blog aziendale un lungo intervento intitolato “L’apocalisse sbagliata“, in risposta a quello in cui Dario Amodei, fondatore di Anthropic, aveva descritto il futuro dell’AI spiegando che entro il 2027 compariranno nel mondo l’equivalente di 50 milioni di persone, ognuna più intelligente di un premio Nobel e in grado di operare da 10 a 100 volte più velocemente degli esseri umani, senza dormire e senza supervisione. Con i rischi che ne deriveranno.
Il gruppo di Pignataro, a cui fa


