Il primo romanzo di Kurt Vonnegut, Piano meccanico, immagina un pianeta nel quale le macchine hanno tolto il lavoro alla stragrande maggioranza dell’umanità, finita a vivere in miseria estrema mentre una ridottissima classe di ingegneri accumula potere e ricchezza. Ne segue la rivolta sociale. Quell’immagine in questi giorni è stata ripresa da due differenti studi sul possibile impatto della diffusione dell’intelligenza artificiale sull’economia mondiale. Il primo studio, datato 15 febbraio, è opera di Andrea Pignataro di Ion, che con un patrimonio personale di 42,8 miliardi di dollari è appena diventato l’uomo più ricco d’Italia. L’analisi s’intitola “L’Apocalisse sbagliata” e parte dalla velocità con cui una notizia su una nuova applicazione Ai ha fatto perdere in pochi giorni oltre 2mila miliardi di dollari di valore di Borsa al settore del software. Lunedì 23 febbraio è arrivato poi un rapporto di Citrini Research, una poco nota società di servizi finanziari di New York, che ha delineato lo stesso scenario al quale era giunto Pignataro: già nel 2028 il predominio dell’intelligenza artificiale potrebbe causare il declino dell’economia dei consumi, con conseguenze disastrose per
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