Notti al buio, senza corrente. Interventi chirurgici eseguiti con la torcia dei telefonini, nell’ospedale Ramón González Coro. Fuori: strade piene di immondizia, hotel che chiudono a catena e turisti che abbandonano l’isola. Neppure le Guaguas, gli autobus urbani, circolano più e nei barrios si cucina insieme, col carbone o la legna, tornando indietro di decenni. Cuba – l’ultima spina nel fianco degli Usa nelle Americhe – soffoca nel buio: l’isola non ha ricevuto una goccia di petrolio nel 2026. Washington taglia i ponti dell’Avana con il mondo. E nessuno osa darle una mano. Persino il Messico – che nel 2025 l’aveva sostenuta con oltre 1 milione di dollari in greggio – si è tirato indietro dopo che gli Usa hanno minacciato dazi su “qualsiasi Paese che direttamente o indirettamente fornisca petrolio a Cuba”.
Neppure le brigate mediche, che vantano 24mila sanitari cubani nel mondo, si salvano dalla stretta. L’amministrazione Trump sostiene di voler “porre fine” a un sistema di “lavoro forzato” e chiede e minaccia “restrizioni” nei confronti dei Paesi che li ospitano e dei loro rappresentanti, cui potrebbero essere
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