Quando ci si trova di fronte a un giudice per rispondere di reati gravi, il sincero pentimento può essere una chiave fondamentale per ottenere un’attenuazione della pena. Ma cosa succede se quel rimorso non è reale, bensì il prodotto di un’istruzione data all’intelligenza artigiciale? È quanto accaduto in Nuova Zelanda, nel tribunale distrettuale di Christchurch, in un caso che segna un nuovo, controverso capitolo sull’uso dell’AI in ambito legale.
I reati e la strategia difensiva “artificiale”
Protagonista della vicenda è una donna chiamata a rispondere di accuse pesanti: incendio doloso, furto con scasso, aggressione e resistenza a pubblico ufficiale. Nel tentativo di alleggerire la propria posizione e dimostrare di aver compreso la gravità delle proprie azioni, l’imputata ha presentato alla corte e alle sue vittime alcune lettere di scuse. I testi erano scritti molto bene, al punto da insospettire il giudice Tom Gilbert. Come riportato dalle trascrizioni dell’udienza reperite dal New York Times, il magistrato ha deciso di mettere alla prova l’autenticità di quelle parole affidandosi proprio alla tecnologia.
L’intuizione del giudice
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