In questi giorni, in queste settimane, Jared Kushner è impegnato soprattutto nei negoziati sulla guerra in Ucraina. La sua attenzione, il suo lavoro sono però ancora concentrati su Gaza – o meglio, sulla “Nuova Gaza”, come l’ha chiamata recentemente, presentando a Davos il piano per trasformare la Striscia martoriata dalla guerra e da migliaia di morti in un incubatore di progetti e guadagni milionari: grattacieli e loft, piattaforme petrolifere offshore, zone industriali avanzate e tranquilli quartieri residenziali circondati da parchi. Del resto è soprattutto lì, in Medio Oriente, che si collocano gli interessi presenti e futuri del genero di Donald Trump. È lì che la sua formazione, la sua famiglia, il suo passato emergono come fattori determinanti nell’orientare le politiche dell’amministrazione Usa.
Quando, all’esordio del primo mandato, fu annunciato che Kushner sarebbe diventato senior adviser del nuovo presidente, con delega particolare alla questione israelo-palestinese, in molti a Washington mostrarono un deciso scetticismo. Kushner, nato in una famiglia ebraica ortodossa del New Jersey, non aveva alcuna esperienza politica o diplomatica. Le sue opinioni erano un mistero per quel ristretto gruppo di
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