Paesi di tutto il mondo mandano qui le loro navi per la demolizione, a scapito dell’ambiente e della salute delle popolazioni locali. Viaggio nell’apocalisse di ferro, amianto e ruggine sulle coste del Bangladesh
©Pradeep Shukla 2015/©Miljøstiftelsen Bellona
Visto dall’alto è un ammasso di vecchia ferraglia. Ma quaggiù, nella parte sud orientale del Bangladesh, chilometri e chilometri di spiaggia continuano a essere sepolti da vecchie navi da smantellare. Sono anni, infatti, che gli armatori attratti dal basso costo di smaltimento mandano qui, a Chittagong, la seconda città più grande del Paese asiatico, le loro imbarcazioni dismesse.
Navi da crociera, navi portacontainer, portarinfuse, petroliere. Enormi fantasmi, scheletri immensi e arenati, per alimentare un’industria – quella della demolizione navale – che impiega quasi 30mila lavoratori che, guarda caso, svolgono uno dei lavori più sporchi e pericolosi del mondo.
E così, la spiaggia lunga 25 chilometri che si estende da Sitakunda a Chittagong, un tempo sabbiosa e incontaminata e
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