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Clima, dall’Europarlamento nuovi obiettivi vincolanti per il taglio delle emissioni nazionali
Frutto di un accordo maturato con i Governi degli Stati membri, l’Europarlamento ha approvato oggi – con 486 voti favorevoli, 132 contrari e 10 astensioni – la revisione del cosiddetto “regolamento sulla condivisione degli sforzi”, che stabilisce i livelli vincolanti di riduzioni annuali per le emissioni di gas serra per il trasporto su strada, il riscaldamento degli edifici, l'agricoltura, i piccoli impianti industriali e la gestione dei rifiuti per ciascuno Stato membro dell'Ue: insieme, questi settori valgono circa il 60% di tutte le emissioni climalteranti europee.
Il testo deve ora essere formalmente approvato anche dal Consiglio, per essere poi pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell'Ue ed entrare così in vigore 20 giorni dopo.
«Con questa legge – dichiara la relatrice del provvedimento, l’europarlamentare Jessica Polfjärd – compiamo un importante passo avanti nella realizzazione degli obiettivi climatici dell'Ue. Le nuove regole per la riduzione delle emissioni nazionali garantiscono un contributo da parte di tutti gli Stati membri e l'eliminazione delle lacune esistenti».
La nuova normativa Ue innalza l'obiettivo di riduzione dei gas serra a livello europeo, da raggiungere entro il 2030, dal 30 al 40% rispetto ai livelli del 2005. Per la prima volta, tutti i Paesi dell'Ue dovranno ridurre le emissioni di gas serra con obiettivi che variano dal 10 al 50% – con obiettivi di riduzione basati su Pil pro capite ed efficacia dei – costi e, ogni anno, dovranno inoltre garantire di non superare la propria quota annuale di emissioni di gas serra.
La legge mira a conciliare l'esigenza di flessibilità da parte dei Paesi dell'Ue per raggiungere i propri obiettivi e la necessità di una transizione giusta e socialmente equa: per questo motivo, viene limitata la flessibilità prevista dalla normativa precedente, riducendo la quantità di emissioni che gli Stati membri potranno risparmiare da anni precedenti, prendere in prestito da anni futuri e scambiare con altri Stati membri.
Per responsabilizzare gli Stati membri, la Commissione, su richiesta del Parlamento, renderà pubbliche le informazioni sulle azioni a livello nazionale in un formato facilmente accessibile.
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Il riscaldamento globale rende più frequenti e intensi siccità ed eventi umidi estremi (VIDEO)
Gli scienziati avevano previsto che siccità e inondazioni sarebbero diventate più frequenti e gravi man mano che il nostro pianeta si riscalda e il clima cambia, ma rilevarlo su scala regionale e continentale si è rivelato difficile. Ora, il nuovo Lo studio “Changing intensity of hydroclimatic extreme events revealed by GRACE and GRACE-FO”, pubblicato su Nature Water da Mattew Rodell del NASA Goddard Space Flight Centee e Bailing Li dell’università del Maryland, conferma che «Le grandi siccità e le precipitazioni piovose - periodi di precipitazioni eccessive e stoccaggio di acqua sulla terraferma - si sono effettivamente verificate più spesso».
Rodell e Li hanno esaminato 20 anni di dati dai satelliti NASA e tedeschi GRACE e GRACE-FO per identificare eventi estremi di umidità e siccità, scoprendo che «Inondazioni e siccità rappresentano ogni anno oltre il 20% delle perdite economiche causate da eventi meteorologici estremi negli Stati Uniti. Gli impatti economici sono simili in tutto il mondo, anche se il bilancio umano tende ad essere più devastante nei quartieri poveri e nei paesi in via di sviluppo». I due scienziati hanno anche scoperto che «L'intensità mondiale di questi eventi estremi di umidità e siccità - una metrica che combina estensione, durata e gravità - è strettamente legata al riscaldamento globale».
Dal 2015 al 2021 (7 dei 9 anni più caldi mai registrati) la frequenza di eventi estremi di pioggia e di seccità è stata di 4 all'anno, rispetto alle 3 nei 13 anni precedenti. «Questo ha senso - dicono gli autori dello studio - perché l'aria più calda fa evaporare più umidità dalla superficie terrestre durante gli eventi secchi; l'aria calda può anche trattenere più umidità per alimentare forti nevicate e precipitazioni».
Rodell evidenzia che «L'idea del cambiamento climatico può essere qualcosa di astratto. Un paio di gradi in più non sembra molto, ma gli impatti del ciclo dell'acqua sono tangibili. Il riscaldamento globale causerà siccità e periodi umidi più intensi, che colpiranno le persone, l'economia e l'agricoltura in tutto il mondo. Il monitoraggio degli estremi idrologici è importante per prepararsi agli eventi futuri, mitigarne gli impatti e adattarsi».
Rodell e Li hanno studiato 1.056 eventi estremi di umidità e siccità, dal 2002 al 2021, osservati dai satelliti Gravity Recovery and Climate Experiment (GRACE) e GRACE-Follow-On (GRACE-FO) che utilizzano misurazioni precise del campo gravitazionale terrestre per rilevare anomalie di stoccaggio dell'acqua, in particolare, come la quantità di acqua immagazzinata in suoli, falde acquifere, laghi, fiumi, manto nevoso e ghiaccio rispetto alla norma. Rodell. Spiega: «E’ come guardare il livello dell'acqua nella vasca da bagno. Puoi vedere quanto sale e scende senza conoscere la quantità totale di acqua nella vasca. Dato che GRACE e GRACE-FO forniscono ogni mese una nuova mappa delle anomalie di stoccaggio dell'acqua in tutto il mondo, forniscono una visione completa della gravità degli eventi idrologici e di come si evolvono nel tempo».
Nel loro studio, Rodell e Li hanno applicato una metrica di "intensità" che tiene conto della gravità, della durata e dell'estensione spaziale della siccità e degli eventi umidi estremi e hanno scoperto che «L’intensità totale globale degli eventi estremi è aumentata dal 2002 al 2021, rispecchiando l'aumento delle temperature della Terra nello stesso periodo».
L'evento di gran lunga più intenso identificato nello studio è stato un evento pluviale iniziato nel 2019 in Africa centrale e tuttora in corso e che ha causato l' innalzamento del livello del lago Vittoria di oltre un metro. La siccità del 2015-2016 in Brasile è stata l'evento di siccità più intenso degli ultimi 20 anni e ha portato allo svuotamento dei bacini idrici e al razionamento dell'acqua in alcune città brasiliane.
Li fa notare che «Entrambi gli eventi sono stati associati alla variabilità climatica, ma la siccità brasiliana si è verificata nell'anno più caldo mai registrato (2016), riflettendo l'impatto del riscaldamento globale. Anche le recenti siccità degli Stati Uniti sudoccidentali e dell'Europa meridionale sono stati alcuni degli eventi più intensi, in parte a causa del riscaldamento antropogenico».
Li conclude: «Il riscaldamento globale ha avuto impatti ampi e profondi sullo stoccaggio dell'acqua terrestre, come la riduzione della neve annuale in alta quota e l'esaurimento delle acque sotterranee da parte delle persone quando le acque superficiali sono scarse. Riflettendo questi cambiamenti, i dati GRACE ci forniscono un unico prospettiva di come gli estremi idrologici stanno cambiando in tutto il mondo».
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Una tassa internazionale progressiva sulla ricchezza estrema per sanare l’ingiustizia sociale e climatica
Il “Climate Inequality Report 2023” pubblicato recentemente da Lucas Chancel e Philipp Bothe del World Inequality Lab dell’Ecole d’économie de Paris e Università della California Berkley e da Tancrède Voituriez del CIRAD, evidenzia che «La crisi climatica ha iniziato a sconvolgere le società umane colpendo gravemente le fondamenta stesse del sostentamento umano e dell'organizzazione sociale. Gli impatti climatici non sono equamente distribuiti in tutto il mondo: in media, i Paesi a basso e medio reddito subiscono impatti maggiori rispetto alle loro controparti più ricche. Allo stesso tempo, la crisi climatica è segnata anche da significative disuguaglianze all'interno dei Paesi. Recenti ricerche rivelano un'alta concentrazione di emissioni globali di gas serra tra una frazione relativamente piccola della popolazione, che vive nei Paesi emergenti e ricchi. Inoltre, la vulnerabilità a numerosi impatti climatici è fortemente legata al reddito e alla ricchezza, non solo tra Paesi ma anche al loro interno».
A un mese e mezzo dall’uscita di quel rapporto, in un forum su Le Monde, un centinaio di eurodeputati, economisti (compreso Joseph Stiglitz), ONG e uomini di affari chiedono all'Ocse e all'Onu di promuovere l’istituzione di una tassa internazionale progressiva sulla ricchezza estrema.
L’eurodeputata socialista Aurore Lalucq, spiega: «Siamo più di 120 eurodeputati, economisti fiscali, milionari, ONG... e chiediamo una tassazione equa degli ultra-ricchi. Impossibile? Ce lo avevano detto anche per la tassazione delle multinazionali!» Parlando dewgli enormi guadagni fatti dai super-ricchi con lsa crisi Covid-19 e con la crisi energetica e alimantare della guerra in Ucraina, la Lalucq ha evidenziato che «Siamo in un classico caso di "mutualizzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti". Ricordatevi che la Commissione Europea è favorevole a questa tassa e anche il Regno Unito, noto per il suo comunismo, l'ha introdotta. Questa tassa sul sovraprofitti, non è di destra o di sinistra, è sostenuta dalla Commissione Europea... lei stessa il frutto di un compromesso sinistra-destra. Non attuarla è irragionevole»
Gabriel Zucman, un economista francese che è attualmente professore associato di politiche pubbliche ed economia alla Goldman School of Public Policy dell’università della California Berkeley, sottolinea: «Immaginatevi che ci sia una politica governativa che salvaguarda la tua ricchezza se sei ricco, nel caso in cui accadano cose brutte (ad esempio, il tuo banchiere si rivela essere un truffatore) Possiamo discutere i meriti di questa politica, ma almeno lì dovrebbe esserci una "tassa" basata sulla ricchezza, giusto?»
Il Forum ricorda che «Mentre dal 2020 l'1% più ricco si è impossessato di quasi i due terzi della ricchezza prodotta, la povertà estrema è aumentata e i salari di quasi due miliardi di persone non riescono ancora a tenere il passo con l'inflazione. Concretamente, perché i numeri parlano più delle parole, nel 2018 Elon Musk, allora secondo uomo più ricco del mondo, non ha pagato un centesimo di tasse federali. Jeff Bezos non ha pagato le tasse nemmeno nel 2007 o nel 2011. In Francia, Paese noto per il suo alto livello di tassazione, le 370 famiglie più ricche sono in realtà tassate solo dal 2% al 3% circa».
Come ci siamo arrivati a questa situazione nella quale – come ind segna l’Italia - i ricchissimi che non pagano tasse si lamentano per l’alta tassazione che in realtà è sulle spalle di altri? «Semplicemente perché i più ricchi possono utilizzare elaborati accordi fiscali per ridurre la loro aliquota fiscale al minimo indispensabile – rispondono eurodeputati ed esperti - cosa che le famiglie comuni non possono fare, ma anche perché i Paesi hanno gradualmente abbandonato la tassazione sulla ricchezza e sul capitale. Una situazione che ricorda quella che prevale tra multinazionali e Piccole e medie imprese». Le Monde fa notare che «In media, l'aliquota fiscale per le PMI in Europa supera il 20%, quando, ade esempio, ristagna intorno al 9% per le multinazionali digitali».
Di fronte a questa ingiustizia ea questa violazione dell'uguaglianza, è stato redatto un accordo globale sulla tassazione minima delle multinazionali sotto l'egida dell'OCSE. Sarà efficace su scala europea grazie a una direttiva adottata definitivamente alla fine del 2022. L’idea è quella di un'imposta dell'1,5% su patrimoni di almeno 50 milioni di euro, ma l livello esatto «Dovrebbe essere deciso collettivamente e democraticamente».
I partecipanti al Forum concludono: «Quel che siamo riusciti a ottenere per le multinazionali, ora dobbiamo farlo per i più ricchi. La nostra proposta è semplice: introdurre un'imposta progressiva sulla ricchezza degli ultra-ricchi su scala internazionale per ridurre le disuguaglianze e contribuire a finanziare gli investimenti necessari per la transizione ecologica e sociale»
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Le foreste zombie del riscaldamento globale (VIDEO)
Lo studio “Low-elevation conifers in California’s Sierra Nevada are out of equilibrium with climate”, pubblicato recentemente su Pnas Nexus da un team di ricercatori della Stanford Unversity. rivela che «Un quinto delle foreste di conifere della Sierra Nevada della California è “arenato” in habitat che per loro sono diventati troppo caldi»
I ricercatori della Stanford hanno creato mappe che mostrano dove il clima più caldo ha portato gli alberi a sopravvivere in condizioni non adatte, rendendoli più inclini a essere sostituiti da altre specie. Gli scienziati statunitensi dicono che «I risultati potrebbero aiutare a informare gli incendi a lungo termine e la gestione dell'ecosistema in queste "foreste di zombi"».
Come spiega efficacemente Rob Jordan dello Stanford Woods institute for the environment, «Come un vecchio improvvisamente consapevole che il mondo è andato avanti senza di lui, la conifera originaria delle quote più basse della catena montuosa della Sierra Nevada in California si trova in un clima irriconoscibile».
Lo studio evidenzia che «Circa un quinto di tutte le foreste di conifere della Sierra Nevada - emblema della natura selvaggia del West - sono in “mancata corrispondenza" con il clima caldo delle loro regioni» e fa notare come «Queste "foreste di zombi" stiano temporaneamente ingannando la morte, probabilmente per essere sostituite con specie di alberi meglio adattate al clima dopo uno dei sempre più frequenti incendi catastrofici della California».
Il principale autore dello studio, il biologo Avery Hill dela School of humanities & sciences di Stanford, sottolinea che «I gestori delle foreste e degli incendi devono sapere dove le loro risorse limitate possono avere il maggiore impatto. Questo studio fornisce una solida base per capire dove è probabile che si verifichino le transizioni forestali e come questo influenzerà i futuri processi ecosistemici come i regimi degli incendi».
Nel novembre 2021, Hill e Christopher Field hanno pubblicato su Naturommunications lo studio “Forest fires and climate-induced tree range shifts in the western US” che dimostra come gli incendi abbiano accelerato lo spostamento degli areali degli alberi negli Usa occidentali.
Le conifere della Sierra Nevada, come il pino ponderosa, il sugar pine e l'abete Douglas, sono tra gli esseri viventi più alti e massicci della Terra e mentre dagli anni ’30 le temperature nel loro areale si erano riscaldate in media di poco più di 1 grado Celsius, gli ultimi anni hanno visto un'ondata gigantesca di nuovi residenti umani attratti verso le quote più basse della Sierra Nevada da paesaggi spettacolari, stili di vita rilassati e relativa convenienza. Gli scienziati dicono che «La combinazione di clima più caldo, più costruzioni e una storia di soppressione degli incendi hanno alimentato incendi sempre più distruttivi, rendendo i nomi di comunità come Paradise e Caldor sinonimo della furia di Madre Natura».
Hill e i suoi coautori hanno iniziato analizzando i dati sulla vegetazione risalenti a 90 anni fa, quando la stragrande maggioranza del riscaldamento causato dall'uomo doveva ancora verificarsi. Basandosi su queste informazioni, hanno realizzato un modello computerizzato che ha dimostrato che «Dagli anni ’30, l'elevazione media delle conifere si è spostata di 34 metri verso l'alto, mentre le temperature più adatte per le conifere hanno superato gli alberi, spostandosi mediamente di 182 metri in salita. In altre parole, la velocità del cambiamento climatico ha superato la capacità di molte conifere di adattarsi o spostare il proprio areale, rendendole altamente vulnerabili alla sostituzione, soprattutto dopo gli incendi boschivi».
Lo studio stima che «Circa il 20% di tutte le conifere della Sierra Nevada non corrisponda al clima che le circonda. La maggior parte di quegli alberi non corrispondenti si trova al di sotto di un'altitudine di 2.356 metri. La prognosi: anche se l'inquinamento globale che intrappola il calore arrivasse al limite inferiore delle proiezioni scientifiche, il numero di conifere della Sierra Nevada non più adatte al clima raddoppierà entro i prossimi 77 anni».
Field, direttore dello Stanford Woods Institute for the Environment della Stanford Doerr School of Sustainability, aggiunge: «Dato il gran numero di persone che vivono in questi ecosistemi e l'ampia gamma di servizi ecosistemici che conferiscono, dovremmo considerare seriamente le opzioni per proteggere e migliorare le caratteristiche che sono più importanti».
Le prime mape rwalizxzate dallo studio – uniche nel loro genere - dipingono un quadro «Territori in rapida evoluzione che richiederanno una gestione più adattativa degli incendi boschivi che eviti la soppressione e la resistenza al cambiamento per l'opportunità di dirigere le transizioni forestali a beneficio degli ecosistemi e delle comunità vicine. Allo stesso modo, gli sforzi di conservazione e di rimboschimento post-incendio dovranno prendere in considerazione come garantire che le foreste siano in equilibrio con le condizioni future. Una foresta bruciata dovrebbe essere ripiantata con specie nuove nella zona? Gli habitat che si prevede andranno fuori equilibrio con il clima di un'area dovrebbero essere bruciati in modo proattivo per ridurre il rischio di incendi catastrofici e la corrispondente conversione della vegetazione?»
Hill conclude: «Le nostre mappe impongono alcune discussioni essenziali e difficili su come gestire le imminenti transizioni ecologiche. Queste conversazioni possono portare a risultati migliori per gli ecosistemi e le persone».
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Le temperature del mare determinano la distribuzione dei pesci europei
Lo studio “Sea temperature is the primary driver of recent and predicted fish community structure across Northeast Atlantic shelf sea”, pubblicato su Global Change Biology da un team di ricercatori britannici e norvregesi ha analizzato il mare in una vasta area che si estende dal Portogallo meridionale alla Norvegia settentrionale evidenziando l'importanza della temperatura nel determinare dove si trovano le specie ittiche. I ricercatori dicono che «Confermando la temperatura come fattore chiave della variazione spaziale su larga scala negli assemblaggi ittici, lo studio è stato in grado di utilizzare le proiezioni climatiche future per prevedere dove le specie saranno più comuni entro il 2050 e il 2100».
Lo studio, finanziato dal Natural Environment Research Council [NERC] e dall'Office for Science del governo del Regno Unito, che ha incluso 198 specie di pesci marini provenienti da 23 sondaggi e 31.502 campioni raccolti da scienziati della pesca tra il 2005 e il 2018, è il primo del suo genere a utilizzare i dati delle indagini sulla pesca su un'area così vasta per valutare in che modo le variazioni ambientali determinano la distribuzione delle specie e i risultati dimostrano che «Nel complesso, i maggiori cambiamenti a livello di comunità sono previsti in luoghi con maggiore riscaldamento, con gli effetti più pronunciati più a nord, a latitudini più elevate».
Martin Genner , professore di ecologia evolutiva presso la School of Biological Sciences dell'Università di Bristol , che ha guidato la ricerca, hasottolineato che «Questo studio unico riunisce i dati delle indagini sulla pesca provenienti da questo ecosistema marino di vitale importanza. Utilizzando queste informazioni, siamo in grado di dimostrare in modo conclusivo l'importanza su larga scala della temperatura del mare nel controllare il modo in cui si assemblano le comunità ittiche».
L’autrice principale dello studio, Louise Rutterford del Centre for Environment Fisheries and Aquaculture Science (Cefas) e delle università di Exeter e Bristol, Bristol, evidenzia che «L'analisi del team ha dimostrato come la temperatura si sia rivelata la variabile più critica per determinare dove si trovano le specie, con la profondità dell'acqua e la salinità che sono anche fattori importanti. Questo ci ha permesso di utilizzare modelli predittivi per saperne di più su come i pesci risponderanno al riscaldamento climatico nei prossimi decenni».
Steve Simpson delle università di Exeter e Gristol, che ha supervisionato la ricerca, conclude: «Lo studio si aggiunge a un numero crescente di prove che indicano che il futuro riscaldamento causato dal clima porterà a cambiamenti diffusi nelle comunità ittiche, con conseguenti potenziali modifiche alle catture della pesca commerciale in tutta la regione».
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La Russia esporta diesel in Arabia Saudita. Profitti record per Aramco
Secondo la Reuters, l'Arabia Saudita ha aumentato le importazioni di diesel russo sia tramite trasferimenti diretti che da nave a nave (STS). La monarchia assoluta del Golfo ha ricevuto a febbraio le prime 190.000 tonnellate di carburante russo nei porti di Ras Tanura e Jeddah e la Russia ha iniziato a esportare gasolio verso il suo alleato dell’OPEC+ dopo che il 5 febbraio è entrato in vigore l'embargo dell'Unione europea e del G7 sulle importazioni via mare di prodotti raffinati russi. Peccato che l’Arabia saudita sia (era?) anche un alleato di ferro degli americani e degli europei.
Oggi i giornali russi, a cominciare dalla putiniana RT, confermano che, come mostrano i dati di spedizione di Refinitiv «Due carichi con un totale di 99.000 tonnellate di gasolio sono stati caricati nel porto di Primorsk sul Mar Baltico in Russia e sono stati trasferiti nave a nave su un'altra nave cisterna diretta al porto di Ras Tanura in Arabia Saudita». E, sempre secondo Refinitiv, un altro carico che trasportava 30.000 tonnellate di gasolio è salpato dal porto russo di Tuapse sul Mar Nero e anche questa spedizione ha utilizzato la tecnica del trasbordo da nave a nave vicino al porto greco di Kalamata per trasferire il gasolio a un'altra petroliera che aveva già scaricato il carburante nel porto di Jizan in Arabia Saudita.
Refinitiv spiega che «I trasferimenti STS aiutano ad accorciare le rotte costose per le petroliere dirette in Africa, Asia e altre destinazioni». Mentre l?Unione europea ha introdotto limiti di prezzo e restrizioni sulle importazioni di carburante russo, Mosca ha diversificato con successo le sue spedizioni, con Cina, India, Türchia e altri Paesi che hanno aumentato gli acquisti del suo petrolio e dei suoi prodotti petroliferi.
Insomma, il gasolio russo che abbiamo bloccato alla porta potrebbe rientrarci dalla finestra e l’Arabia saudita e altri Paesi “amici” dell’Occidente riesporteranno il diesel russo facendocelo pagare di più.
Il tutto mentre nel 2022 il gigante petrolifero saudita Saudi Aramco ha registrato guadagni record grazie all'aumento dei prezzi del greggio provocato dalla guerra in Ucraina. La compagnia petrolifera saudita ha rivelato che i suoi profitti sono saliti a 161 miliardi di dollari, con un aumento del 46% rispetto ai 110 miliardi di dollari realizzati nel 2021 e che sono i più alti mai registrati: «I guadagni record sono stati sostenuti da prezzi del petrolio greggio più elevati, maggiori volumi venduti e margini migliorati per i prodotti raffinati». Fra questi c’è probabilmente anche il gasolio russo comprato a basso prezzo e ri-esportato.
E, fregandosene del cambiamento climatico e dei tagli alle emissioni, Aramco ha annunciato che la sua produzione di greggio nel 2022 è stata di circa 11,5 milioni di barili al giorno e che intende raggiungere gradualmente i 13 milioni di barili al giorno entro il 2027. Per farlo prevede di investire circa 55 miliardi di dollari quest'anno, Il CEO di Aramco, Amin H. Nasser, ha dichiarato: «Dato che prevediamo che petrolio e gas rimarranno essenziali per il prossimo futuro, i rischi di investimenti insufficienti nel nostro settore sono reali, incluso il contributo all'aumento dei prezzi dell'energia. Per sfruttare i nostri vantaggi unici su larga scala ed essere parte della soluzione globale, Aramco ha intrapreso il più grande programma di spesa in conto capitale della sua storia».
Intanto ieri Bloomberg ha scritto che l'India ha annunciato che aderirà alle sanzioni occidentali introdotte contro Mosca e che sosterrà il limite dei prezzi del petrolio russo fissati a 60 dollari al barile da Ue, G7 e Australia, Il governo di destra induista di New Dehli avrebbe esortato banche e commercianti a rispettare questo regolamento. Ma finora l’India non ha annunciato pubblicamente che aderirà alle sanzioni anti-russe.
Finora, la realtà è che le raffinerie cinesi sono in competizione con quelle indiane per comprare i volumi di aprile di petrolio ESPO russo a basso contenuto di zolfo trasportato via mare e la Cina e l'India sono diventate i principali acquirenti di greggio russo.
La Cina, che acquista l'intero volume del greggio ESPO spedito dal porto di Kozmino nel Pacifico, a marzo dovrebbe importare volumi record di petrolio russo.
Per aprile, le raffinerie di Reliance Industries e Nayara Energy dovrebbero comprare almeno 5 dei circa 33 carichi carichi di greggio ESPO approfittando dei loro prezzi bassi. A marzi gli indiani avevano comprato un solo carico, il primo del 2023 dopo i tre carichi acquistati nel novembre 2022.
I prezzi per il greggio ESPO russo per aprile in India erano di circa 5 dollari al barile al di sotto delle quotazioni di Dubai.
L'aumento della domanda ha addirittura spinto i prezzi dell’ESPO russo acquistata dalle raffinerie indiane al di sopra del tetto massimo di 60 dollari al barile fissato dal G7 per il greggio navale russo. Anche la Cina ha anche acquistato ESPO al di sopra del livello del prezzo massimo.
Per ridurre l'esposizione al rischio, gli importatori di petrolio russo stanno utilizzando valute diverse dal dollaro per liquidare alcuni carichi di geggio russo e stanno anche chiedendo ai venditori di gestire la spedizione e la copertura assicurativa.
La concorrenza dell’India con la Cina ha ridotto gli sconti per le spedizioni ESPO di aprile a circa 6,80 dolari al barile rispetto alla base ICE Brent DES di giugno per la Cina settentrionale, rispeeto agli 8,50 dollari al barile dei carichi di marzo. Il greggio di Murban di qualità simile all’ESPO russo e proveniente da Abu Dhabi è stato scambiato con un premio di circa 3,30 dollari al barile rispetto alle quotazioni di Dubai su base franco bordo, mentre il greggio di Murban caricato ad aprile è di circa 9 dollari al barile più costoso dell’ESPO consegnato dai russi alla Cina e all’India .
A marzo, le spedizioni di petrolio russo in Cina dovrebbero raggiungere il massimo storico di quasi 43 milioni di barili, inclusi almeno 20 milioni di barili di ESPO.
Secondo quanto riportato da The Hindu, a febbraio, le esportazioni di petrolio russo verso l'India, il terzo importatore di greggio al mondo dopo Cina e Stati Uniti, erano salite a un record di 1,62 milioni di barili al giorno (bpd) e Vortexa, che traccia le rotte delle petroliere, dice che le cifre suggeriscono che per il quinto mese consecutivo la Russia è stata il più grande fornitore di greggio dell'India, con un più 28% su base mensile, superando le consegne combinate dall'Iraq e dall'Arabia Saudita, i principali fornitori dell'India per decenni. Le importazioni dall'Arabia Saudita sono diminuite del 16% su base mensile a 647.800 barili al giorno, mentre le consegne dall'Iraq sono ammontate a circa 939.900 barili al giorno.
La Russia ora fornisce il 35% di tutte le importazioni di petrolio dell'India, un aumento significativo rispetto alla sua quota di meno dell'1% del mercato energetico indiano nel 2021. detto Serena Huang, capo analisi Asia-Pacifico di Vortexa conferma: «Le raffinerie indiane stanno beneficiando di un aumento dei margini di raffinazione grazie alla lavorazione del greggio russo scontato... È probabile che l'appetito delle raffinerie per le importazioni di barili russi rimanga robusto fintanto che l'economia sarà favorevole e saranno disponibili servizi finanziari e logistici a supporto del commercio».
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