Secondo un grande scrittore italiano in veste di critico letterario, Michel Houellebecq “non ha più niente da dire”. Ohibò, sul serio? Improvvisamente il nastro nichilista in prima persona dell’autore de Le particelle elementari ha smesso di scorrere cinico ed inesorabile? E perché mai? State tranquilli, è un falso allarme. Serotonina (La Nave di Teseo) è una variazione/vertigine sul tema terribilmente aggiornata al contemporaneo, letterariamente sontuosa e avvolgente come non mai. Ancora un intimo cupio dissolvi, una lenta cancellazione dell’individuo dalla società attraverso la rimodulazione del solito alter ego houellebecquiano, qui con un evidente specchietto per le allodole, poi fil rouge della trama, ovvero l’assenza del desiderio sessuale, impotenza indotta da pillole antidepressive – Captorix – però perfette per vivere un’esistenza “normale” e non indurre il paziente al suicidio.

Nella stroncatura suddetta, il noto scrittore italiano sembrava essere arrivato soltanto ad una “scena madre” che è a pagina 15. Quella in cui Florent-Claude (“questo schifoso nome”), fermo ad un distributore di benzina dell’assolata Almeria spagnola, viene avvicinato da in Maggiolone da cui scendono due ragazze che gli chiedono di aiutarle con la pressione delle gomme. E se Francesco Piccolo ci avrebbe potuto costruire sull’episodio un intero libro sull’orrendo maschilismo rituale dell’uomo occidentale, Houellebecq invece ci ricama giusto una decina di pagine di un corposo e sensazionale romanzo che vuole esplorare senza condizioni e limiti un tragico e deambulante lasciarsi vivere. Fa intendere che a Florent-Claude nemmeno quello stimolo così smaccato di avvenenza estetica può stuzzicargli la libido e poi game over. Serotonina inizia dove una storia qualunque o un personaggio qualsiasi potrebbero concludere il loro percorso attraverso una impressionante e definitiva constatazione di fatto.

L’assenza di desiderio è il dato ultimo di un percorso individuale e psicologico totalizzante che sta per essere raccontato. E Houellebecq, come accade continuamente nei suoi romanzi, da un punto molto basso in cui colloca il suo protagonista, non fa altro che scendere, procedere sempre più giù, verso uno spegnimento dell’essere e dell’agire dell’individuo contemporaneo. Florent-Claude, contratto a termine al ministero dell’Agricoltura con alto stipendio e solita cospicua eredità monetaria lasciata dai genitori suicidi, inizia a descrivere la vuota relazione con l’algida Yuzu, una sorta di anonima compagnia erotico-sessuale su un letto in cui nulla più si consuma (lei infatti consuma gang bang e zoofilia come ridere). Una disperazione muta e compressa, calmierata dall’effetto del Captorix che spinge il protagonista a fuggire silenziosamente, senza sbattere la porta, dalla parte opposta di Parigi, a ritirarsi in solitudine in un albergo dove ancora è rimasta qualche stanza dov’è possibile fumare (altrimenti il primo gesto che compie è quello di distruggere i rilevatori antifumo). Infine licenziarsi e consumare lentamente il patrimonio di famiglia tra normali bistrot e supermercati. Il racconto procede poi con un ampia parentesi su altre relazioni avute dal protagonista dove un presunto indecifrabile desiderio di affettività evapora in un nulla di fatto casuale dovuto a tradimenti poco sentiti o alla noia ripetitiva della vita di coppia.

Claire, l’attrice di teatro che cerca di farsi accettare nel milieu bobo della capitale; Kate, la studentessa danese per cui spende pagina di un romanticismo inatteso; ma soprattutto la veterinaria Camille, dove Florent/Houellebecq si scioglie amorevole perfino in pagine animaliste contro macelli e torture sugli animali davvero inattese. La traccia stilistica, modello À rebours di Huysmans, pulsa di una nuova deviazione geografico-narrativa: Florent-Claude decide di andare a trovare un vecchio compagno delle superiori, un ragazzo di origini nobili che dopo essersi laureato in agraria come lui si è ritirato nella campagna normanna a fare l’allevatore/agricoltore. È il viaggio houellebecquiano per eccellenza. Il pellegrinaggio per nascondersi, per fuggire dalla civiltà. E come sempre, la quiete non giunge nemmeno nella sontuosa magione dell’altrettanto disperato e disfatto Aymeric: il denaro di famiglia abbonda ma non guarisce le ferite dell’anima (donne, ca va sans dire), la possibilità di un’isola non offre sollievo dalle ingiustizie socio-politiche. Tanto che la rivolta armata degli agricoltori descritta in Serotonina diventa l’antipasto di una cronaca ancora da venire (rispetto alla scrittura del romanzo) dei gilet jaunes francesi (un po’ come il vaticinio islamista di Sottomissione). Una parentesi cruda e realistica alla Houellebecq.

Inevitabile, doverosa, inquietante: la lettura e l’esposizione della divisione netta in classi economiche della società occidentale. Inarrestabile, dolente e mostruoso, lo scrittore francese affonda il coltello nelle disfunzioni e disparità sociali. Qui le pagine di Serotonina si fanno letteratura politica altissima. È come se l’io narrante, intriso del suo abituale supponente disinteresse e distacco sul mondo circostante, esercitato fino ad allora sul piano di un’intimità disfatta e irrecuperabile, si sdoppiasse in osservatore giudicante e spietato ma allo stesso testimone lucido e diretto dei fatti sociali. E ci dispiace per chi considera finito Houellebecq. Perché nei suoi romanzi c’è sì l’esplosione descrittiva dell’angolo sordido e imputridito di un doppio fondo individuale (il sesso, la pornografia, il cinismo, la spietatezza). Ma è una malinconia di fondo che occhieggia oggettiva dietro ogni sacra e serena allegoria borghese. E a percepirla con le parole di Houellebecq può fare perfino ribrezzo e dare immenso fastidio. Ma ciò non vuol dire che questa disperazione non esista e che si possa cancellare con un farmaco, con uno stipendio, con una relazione, con un decreto legge. Le pagine di Seretonina ci mostrano che è lì, spazzata goffamente sotto al tappeto. Altro che non “aver più niente da dire”. Houellebecq ci dice tutto di noi, e da sempre. E leggerlo ci inquieta a morte.